La rendita che non rende
Valentino Parlato
Non occorre Lenin, ma solo il buon senso per giustificare una politica fiscale che avvantaggi la ripresa economica di tutti. Da il manifesto, 24 maggio 2006 (m.p.g.)
Finalmente abbiamo un governo, forse di centro-sinistra, forse di sinistra-centro, ma certamente non c'è più il Cavaliere in sella. E' questo un grande successo: ci siamo liberati dal populismo reazionario di Berlusconi.

Ma in quale situazione siamo? Le borse di tutta Europa, e degli Usa anche, vanno giù. I famosi «spiriti vitali» del capitalismo sono in difficoltà. Quindi la parola dovrebbe passare dal mercato (che è fiacco) alla politica. E in Italia questo non sarebbe una novità. Nel secondo dopoguerra, quando c'era la conventio ad escludendum e il dominio della Dc, abbiamo avuto iniziative di intervento pubblico che sono state alla base del famoso «miracolo economico». Facciamo solo alcuni nomi: Cassa del Mezzogiorno, Eni, Enti di sviluppo, Svimez. Senza dimenticare l'Iri che esisteva già. Ma oggi tutte queste forme di intervento sono condannate e siamo, dal punto di vista della crescita, in una situazione più difficile. Allora che fare? Innanzitutto procedere a una rilevazione dello stato del paese reale.

E qui debbo confessare che Berlusconi non aveva tutti i torti quando affermava che l'Italia non sta tanto male, e debbo consentire con il mio stimatissimo amico Geminello Alvi, che ha scritto un libro nel quale sostiene che l'Italia vive di rendite e quindi rischia di arenarsi in una palude di depressione. In questa situazione il mio totale consenso va a Vincenzo Visco (purtroppo un ministro che anche quando ha ragione non ispira simpatia) il quale propone, si propone come vice-ministro per le finanze, di tassare le rendite e di punire il guadagno di chi non fa niente,ma ha - come si dice - una rendita di posizione.

Il punto - senz'altro discutibile - è che Visco non vuole tassare tanto il profitto, il quale deriva da iniziativa e lavoro, ma la rendita che arriva anche al proprietario dormiente. In una Italia nella quale i valori immobiliari sono arrivati quasi alle stelle senza che il proprietario abbia mosso un dito, la rendita è doverosamente tassabile. E' tassabile non solo nell'interesse dei non proprietari ma anche nell'interesse dei medesimi proprietari, i quali con tutte le loro rendite avrebbero difficoltà a pagarsi malattie e pensioni. Nella campagna elettorale - va riconosciuto - l'uso delle tasse sulle rendite e anche la patrimoniale sono state usate male e sul terreno elettorale anche controproducenti. Ma adesso che le elezioni sono state vinte? Adesso la maggioranza deve avere il coraggio della verità e della razionalità, come il ministro Visco sembra abbia inteso. La patrimoniale e tutte le tassazioni sulle rendite e le proprietà immobili non sono tassazioni moralistiche o vendicative di quella parte della popolazione che non ha proprietà, dei proletari si diceva una volta. Tassare le rendite e i patrimoni è un modo di rianimare e rendere attiva una ricchezza morta e che è mortifera per il paese e per gli attuali proprietari. Anche - se non soprattutto - per evitare di trarre risorse a scapito del lavoro, costringendo chi vive del proprio reddito a «pagare la crisi» come avvenne negli anni '90 per l'entrata in Europa. La lotta alla rendita non è proprio un'invenzione bolscevica. E' un grano di saggezza borghese. Visco non è un bolscevico, ma fonda le sue tasse su ragioni antiche. E tuttora valide.

Nota: si vedano le curiose assonanze fra questo articolo di Parlato e un contemporaneo intervento sul britannico Guardian (f.b.)

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