Quando l´Occidente si censura per paura
Daniel Barenboim
L'autocensura come rifugio estremo della nostra ignavia intellettuale. L'opinione di un grande maestro che molto opera per una convivenza possibile. Da la Repubblica, 4 ottobre 2006 (m.p.g.)
La cancellazione delle rappresentazioni dell´"Idomeneo" a Berlino solleva l´importantissima questione della nostra percezione del mondo musulmano, argomento che non è stato affrontato in modo soddisfacente. La rappresentazione – alla quale non ho assistito e sulla quale non sono pertanto in grado di emettere un giudizio – è stata temporaneamente eliminata dal cartellone di questa stagione del Deutsche Oper, perché conteneva qualcosa che avrebbe potuto offendere o insultare alcune persone le quali, di fatto, non è assolutamente necessario che vi assistano.
Un governo ha il dovere di proteggere i propri cittadini dai rischi della violenza e del terrorismo, ma un teatro ha il dovere di proteggere il proprio pubblico da espressioni artistiche che potrebbero essere interpretabili come infamanti? Il legame tra espressione artistica ed associazioni mentali che essa evoca non è dissimile dal legame esistente tra sostanza e percezione. Troppo spesso noi alteriamo la sostanza per adeguarla alla sua percezione. Naturalmente, non vi è modo di determinare le associazioni evocate dall´arte, in quanto si tratta di una prerogativa esclusiva dell´individuo. In ambito musicale la differenza tra contenuto e percezione è fornita dallo spartito scritto. Nel teatro o nell´opera, nei quali non esiste una partitura per la direzione di scena, la responsabilità esclusiva ricade sul regista.
L´essenza stessa del ruolo del teatro nella società è la sua capacità di rimanere in dialogo continuo con la realtà, indipendentemente dall´impatto che esso può avere sugli avvenimenti reali. Questa forma di dialogo non è segno di coraggio come non è segno di codardia, ma deve nascere dalla necessità interiore ad esprimersi di un individuo o di un´istituzione. Limitare la propria libertà di espressione per paura è tanto inconcludente quanto imporre il proprio punto di vista con la forza marziale.

L´arte non è né morale né immorale, non è né edificante né offensiva: è la nostra reazione ad essa a renderla una cosa oppure l´altra nel nostro intendimento. La nostra società sempre più considera la controversia una caratteristica negativa, quando al contrario la divergenza di opinioni e il contrasto tra il contenuto e la sua percezione costituiscono l´essenza stessa della creatività. Se il contenuto può essere manipolato, la percezione può esserlo in misura doppia. Censurandoci sul piano artistico per la paura di offendere un determinato gruppo di persone non soltanto poniamo limiti al pensiero umano in generale - invece di espanderlo e dilatarlo -, ma di fatto infliggiamo un oltraggio all´intelligenza di una vasta parte di musulmani, privandoli dell´opportunità di dimostrare la loro maturità di pensiero. Tutto ciò è in antitesi assoluta con il dialogo, ed è una conseguenza dell´incapacità a effettuare una distinzione tra i molti e diversi punti di vista esistenti nel vasto mondo musulmano.
L´arte non ha nulla a che vedere con una società che respinge quelli che io definirei standard di intelligenza ufficialmente accettati, come avveniva nell´antica Grecia, imboccando invece la scorciatoia della correttezza politica, che in realtà nella sua sostanza non è diversa dal fondamentalismo nelle sue molteplici manifestazioni. Sia la correttezza politica sia il fondamentalismo forniscono risposte non al fine di migliorare la comprensione, bensì allo scopo di eludere le domande. Quando si agisce per paura non si placano i fondamentalisti - che ad ogni buon conto non hanno alcuna intenzione di lasciarsi placare -, e non si incoraggiano neppure i musulmani illuminati che si prefiggono di dialogare e migliorare. Al contrario: si emarginano tutti i musulmani, rendendoli parte del problema piuttosto che partner alla ricerca di una soluzione. Questa sconvolgente mancanza di differenziazione insulta e al contempo svigorisce la nostra società, estromettendo la fruttuosa partecipazione di elementi fondamentali e consentendo al seme della paura di attecchire e di tramutarsi in una foresta di panico. Privando la società di questo dialogo essenziale, continuiamo di fatto ad alienare le persone la cui collaborazione pacifica è indispensabile per un futuro senza violenza.
Forse il mondo musulmano avrebbe bisogno di un equivalente moderno di Spinoza, in grado di spiegare la natura dell´Islam nello stesso modo in cui Spinoza seppe esprimere la natura del pensiero giudeo-cristiano, rimanendo a uno stesso tempo fuori di esso e arrivando perfino a negarlo. La decisione di non rappresentare l´"Idomeneo", in definitiva, è la decisione di non distinguere tra illuminati ed estremisti, tra intellettuali e dogmatici, tra popoli culturalmente interessati e popoli di vedute ristrette, di qualsiasi origine e religione essi siano. Per la precisione, rifiutare di permettere di vedere certe rappresentazioni è proprio la paura che gli elementi violenti del mondo musulmano vogliono che noi abbiamo.
Come ho detto all´inizio di questo articolo, non ho assistito a questa produzione. Posso soltanto sperare che Neuenfels ritenga l´esibizione delle teste mozzate di Gesù, Maometto e Budda una necessità interiore assoluta della partitura di Mozart. Forse, egli avrebbe dovuto far sì che le teste decapitate prendessero la parola, così da poter perorare il riconoscimento della grande saggezza e della forza di pensiero che tutte insieme, collettivamente, esse rappresentano.

(traduzione di Anna Bissanti)

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