Il processo a Saddam e i nobili fini della giustizia
Antonio Cassese
Non è giusto che la giustizia sia solo quella dei vincitori. Perplessità di un giurista internazionale, su la Repubblica del 19 ottobre 2005


Si apre oggi a Bagdad il primo di una serie di processi a Saddam Hussein.
È giusto trascinare l´ex dittatore davanti ad un giudice penale? Per quali motivi lo si fa?
Processando Saddam si potrà certo portare alla luce e documentare crimini efferati, ignoti alla maggior parte degli iracheni. Il processo avrà dunque un effetto non solo archivistico ma anche pedagogico, perché aprirà gli occhi di tanti. Si potrà pure dare un minimo di soddisfazione morale ai familiari delle vittime. E gli americani realizzeranno il loro obiettivo principale, che è duplice: legittimare politicamente e idealmente il nuovo governo, mostrando le nefandezze di quello precedente, e contribuire a ridurre il sostegno della popolazione per gli insorti baathisti, screditando tutti i seguaci di Saddam.
C´è anche un altro intendimento: esporre l´ex dittatore in tutte le sue debolezze di uomo, umiliandolo in pubblico: lui abituato a terrorizzare chiunque non si piegasse ai suoi ordini, costretto ora a tacere se zittito dalla Corte, ad ascoltare pazientemente tutti i testimoni a carico, a difendersi da gravi accuse. A questo scopo il governo iracheno sta prendendo tutte le misure necessarie ad evitare che Saddam adotti la strategia di Milosevic, che, difendendosi da solo, ha trasformato il processo dell´Aia in una tribuna politica per attaccare i suoi avversari politici e i suoi giudici.
A Bagdad è stata appositamente cambiata una norma processuale, proprio per impedire a Saddam di difendersi da sé: potrà solo essere rappresentato da un avvocato di sua scelta.
In principio è giusto processare l´ex dittatore: fare giustizia risponde sempre a una esigenza legittima. Chi può però ignorare le molte ombre che gravano sul tribunale iracheno? Questo tribunale soffre di un male oscuro: la «sindrome di Norimberga». Norimberga, si sa, segnò una svolta nella storia contemporanea, perché per la prima volta nel 1945-46 leader politici e militari vennero sottoposti a giudizio per i loro crimini. Norimberga servì a documentare le atrocità naziste e il genocidio, ancora non abbastanza conosciuti nel dopoguerra. Servì a scuotere le coscienze di tutti i tedeschi che avevano colpevolmente taciuto o accettato. Servì anche, come fece notare al Presidente Truman il più eminente membro dell´accusa, l´americano Robert Jackson, ad aprire gli occhi agli americani che, non avendo visto la guerra da vicino, non ne avevano vissuto direttamente gli orrori. Ma tutti sanno che Norimberga si macchiò di una grave colpa: vennero processati e puniti solo i vinti. Uno dei 22 imputati riuscì a far parlare dei crimini degli alleati solo di sfuggita. L´ammiraglio Doenitz invocò il principio tu quoque per discolparsi dell´accusa di aver fatto colare a picco dai sottomarini tedeschi le navi commerciali delle Potenze alleate senza previo avvertimento, e di non aver salvato i naufraghi; egli dunque abilmente fece interrogare dalla corte l´ammiraglio statunitense Nimitz, il quale ammise che anche gli americani si erano comportati nello stesso modo. Nell´insieme però il processo finì per costituire il prolungamento giudiziario della vittoria militare, anche se poi i giudici pronunciarono sentenze eque. Lo stesso accadde a Tokyo con il processo dei maggiori criminali giapponesi.
Purtroppo questo vizio profondo si è sottilmente insinuato anche nei successivi tribunali internazionali ad hoc, quelli per l´ex Jugoslavia e per il Ruanda. A differenza di quello di Norimberga, essi sono composti da giudici che non hanno alcun legame con le parti ai rispettivi conflitti. Si mirava così ad assicurare un´assoluta imparzialità. Tuttavia, quando si è posto il problema di accertare se i militari della Nato avevano commesso crimini di guerra in Serbia nel 1999, il Procuratore dell´Aia ha preferito evitare l´apertura di investigazioni. Quando lo stesso procuratore ha cominciato ad indagare sui crimini imputati ai vincitori nel Ruanda, e cioè ai Tutsi attualmente al governo, i politici si sono mossi ed il procuratore è stato rapidamente sostituito dal Consiglio di sicurezza. Così la «sindrome di Norimberga» serpeggia nei due tribunali, e ne infirma la portata, malgrado i grandissimi meriti che hanno acquisito e il modo per altri versi esemplare in cui stanno amministrando la giustizia. Finora si salva la Corte penale internazionale, che peraltro non ha ancora svolto alcun processo, a tre anni dalla sua istituzione.
Quella sindrome è esplosa macroscopicamente nel caso dell´Iraq. Il tribunale per Saddam rappresenta un vistoso passo indietro. È un organo esclusivamente nazionale: istituito di fatto dalla maggiore potenza occupante, il 10 dicembre 2003, è composto solo da giudici iracheni, accuratamente selezionati dall´occupante (non venne accolta la proposta, che facemmo in molti, di internazionalizzare la corte includendovi eminenti giudici di altri paesi arabi). È anche un tribunale speciale, costituito quasi ad personam: la sua competenza si estende ai crimini commessi tra il 17 luglio 1968 (data dell´ascesa al potere di Saddam) e il 1° maggio 2003 (quando Bush proclamò la fine delle operazioni militari e la sconfitta del dittatore iracheno). Date scelte oculatamente! Tutto ciò che è avvenuto durante e dopo l´occupazione (compresi i crimini degli occupanti, degli insorti e dei terroristi) è escluso dalla competenza del tribunale: creato dunque solo per sottoporre a processo penale il passato regime.
Pensate che un tribunale così costituito possa fare giustizia in modo equo? Viene in mente quel che un generale statunitense disse nel 1946 a Röling, il membro olandese del Tribunale internazionale di Tokyo, a proposito di alcuni generali giapponesi: «Faremo loro un bel processo, un processo equo, e poi li impiccheremo». Bando dunque ai processi? No, vanno fatti, soprattutto contro i dittatori. Senza però che le strumentalizzazioni politiche vanifichino i nobilissimi fini della giustizia.

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