Chi ha paura del lupo cattivo
Eddyburg
Polemica con le sirene della destra perbene (nella fattispecie, Ernesto Galli della Loggia) e gli altri fautori del ritorno alla palude centrista. Da la Repubblica del 10 settembre 2006


Nell’avanspettacolo napoletano dei tempi andati c’era anche la scenetta dell’uomo dalla faccia feroce. Qualcuno gli ordinava: «Facite ‘a faccia feroce» e lui aggrottava i sopraccigli, gonfiava le gote e digrignava i denti. «Cchiù feroce ancora» e lui oltre a digrignare ringhiava. «Ferocissima» e lui erompeva in urla che avrebbero dovuto terrorizzare e provocavano invece una generale risata nelle platee.
La cosa strana è assistere alla ripetizione di questa antica quanto ingenua scenetta da parte d’un manipolo di belli ingegni che dall’alto di prestigiose tribune giornalistiche e para-politiche si dedicano alla predicazione della faccia feroce. I destinatari della predica sono di solito le forze politiche riformiste. Le quali, secondo i loro mentori, dovrebbero ringhiare da sera a mattina contro la cosiddetta sinistra massimalista, antagonista, radicale e conservatrice che dir si voglia. Le forze riformiste – secondo questa squadra d’élite di predicatori – dovrebbero sostenere una politica estera allineata al verbo dei neocon americani; in politica interna dovrebbero avere come modello l’ex sindaco di New York, Giuliani. In politica economica la faccia «cchiù feroce» dovrebbe essere rivolta contro la sinistra radicale e contro i sindacati accompagnata a strizzatine d’occhio verso il centrodestra, non solo quello di Casini ma anche di Tremonti e dello stesso Berlusconi. E’ appena di ieri – ma è solo l’ultima di una lunga serie – l’esortazione appassionata d’uno di questi belli ingegni che così si esprime: «In politica poche cose conferiscono identità come gli avversari che ci si sceglie. Che la sinistra riformista abbia per avversario la destra è scontato. Ma quel che conta è che l’altro suo nemico per antonomasia sia e debba essere la sinistra radicale. Ma capirlo non basta. Bisogna anche comunicarlo con chiarezza all’esterno e dirlo forte».
Lo schema politico su cui si muovono queste esortazioni è evidente: un robusto partito «centrale» in lotta contro la destra e la sinistra. Nel partito centrale Casini Fini Tremonti Rutelli Fassino e, ovviamente, Montezemolo. Mario Monti benedicente dall’alto; Prodi e Berlusconi presidenti onorari sempre che lo vogliano. A sinistra, con diritto di tribuna Bertinotti Diliberto ed Epifani; a destra, come figurante perché altri non ce ne sarebbero, Storace. E’ uno schema da bar dello sport, ma c’è gente seria e intelligente che ci crede, ne parla, ne scrive, convinta che per far progredire l’Italia non vi sia altra strada. Convinta anche che in tutte le democrazie degne del nome sia questo lo schema dominante. Naturalmente non è affatto vero.

In nessuna democrazia occidentale c’è un grande centro con due nanerottoli a destra e a sinistra. E’ stato così solo in Italia e si è visto come andò a finire. Non è così in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, in Usa, in Scandinavia. Neppure in Germania – a parte l’alleanza incidentale tra Cdu e Spd. Ma comunque: in Italia non esistono le condizioni per ritornare ai tempi di De Gasperi-Saragat, di Moro-Nenni e di Moro-Andreotti-Berlinguer. Se non altro perché non ci sono più personaggi di quel calibro, ma soprattutto perché è cambiato il Paese.
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La nostra squadra d’élite si contenterebbe, almeno per ora, di molto meno dell’intero e vagheggiato disegno. Si contenterebbe di un Padoa-Schioppa catafratto, con lancia e spada a menar fendenti per ridurre in angolo l’abominevole sinistra radicale; oppure, qualora né la lancia né la spada fossero sufficienti, pronto a rassegnare le dimissioni sbattendo la porta.
Va da sé che questa seconda ipotesi porterebbe con sé uno sconquasso di prima grandezza, il ritorno alle urne passando magari per un governo tecnico pre-elettorale. La paralisi completa di sei mesi. L’ipotesi del partito riformista «centrale» potrebbe prender corpo. «Parva favilla gran fiamma seconda». Perché non sperare?
Si dà il caso però che Padoa-Schioppa non sia propriamente il personaggio vagheggiato dai «centralisti». Padoa-Schioppa è certo quotidianamente alle prese con i demagoghi e i faciloni, molti dei quali stanno all’estrema sinistra, ma molti altri nidificano nei più vari settori della maggioranza camuffati con le più buffe maschere: moderati, democristiani di ritorno, liberaldemocratici di lungo corso, equidistanti e al di sopra delle parti, fautori della doppia tessera se non tripla. Insomma opportunisti. Dediti al bene proprio. Sono la iattura, la zavorra, il tormento della politica.
Padoa-Schioppa ovviamente non appartiene a nessuna di queste categorie. Non le sopporta. Gli sono idiosincratiche. E’ un uomo rigoroso e anche puntiglioso ma non un moderato. Pochi giorni fa ha detto in pubblico che le imprese debbono cominciare a svegliarsi perché gran parte della perdita di competitività non dipende affatto dai sindacati e neppure dall’insufficienza della politica, ma dalla loro pigrizia imprenditoriale. Romano Prodi che era con lui faceva larghi cenni di assenso. La platea, in gran parte formata proprio da imprenditori, era alquanto allibita. Ciò detto, sia Prodi sia Padoa-Schioppa, sia Bersani e sia Visco, faranno per intero quel che si deve fare in materia di politica economica e di legge finanziaria. Adempiranno agli impegni presi con l’Europa, riporteranno il deficit sotto al 3 per cento entro il 2007. Ridurranno la dinamica della spesa con misure strutturali, avvieranno la riforma delle pensioni non per fare cassa ma per assicurare ai lavoratori giovani un futuro previdenziale accettabile. E lo faranno in accordo con i sindacati.
Faticheranno ma ce la faranno. Per due ragioni: la prima è che la sinistra radicale non è fatta di mattoidi; la seconda è che un’altra strada non esiste. O meglio: un’altra strada c’è ma porta alla sconfitta totale ed alla scomparsa della sinistra – radicale o riformista che sia – dalla geografia italiana. Quindi percorribile solo da mattoidi.
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Certo, il governo non si può permettere errori perché sul piatto della bilancia l’elemento fondamentale sarà la credibilità e il prestigio che il governo avrà accumulato in tutti i campi della sua attività entro il prossimo novembre. Usando accortamente il freno e l’acceleratore. Promettendo solo ciò che è sicuro di poter mantenere. Ma su quello non arretrando più nemmeno di un passo.
Sui trenta miliardi di manovra, tanto per fare un esempio, non può arretrare. Trenta ha detto e tanto hanno da essere. Mi correggo: trentacinque disse e tanti saranno se è vero che i cinque apparentemente abbonati rappresentano un miglioramento strutturale acquisito. Il commissario europeo Almunia vuole essere sicuro, vuole verificare a ottobre. E’ un suo diritto-dovere. Male fece a non essere altrettanto rigoroso con i conti di Tremonti e noi lo rimproverammo per questa eccessiva credulità.
Se poi Almunia avesse ragione e quei cinque miliardi di maggiori entrate non fossero strutturali ma dovuti ad un ciclo congiunturale erratico, allora è chiaro che il ministro del Tesoro dovrebbe riportare in capitolo la cifra originaria di trentacinque, checché ne pensino Mastella e Pecoraro Scanio.
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E’ altrettanto chiaro che la riforma pensionistica Dini – da tutti giudicata la migliore – dovrà essere applicata fino in fondo con poche innovazioni emerse come necessarie dopo dieci anni di funzionamento.
Applicarla fino in fondo significa intanto attuare l’aggiustamento dei coefficienti tra contributi versati e invecchiamento demografico. E poi adeguare l’età pensionabile al predetto invecchiamento. C’è un modo «imperatorio» per imporre una più elevata età pensionabile e un altro modo che si affida alla volontarietà opportunamente guidata da un sistema di incentivi e disincentivi. Un governo di centrosinistra si varrà logicamente di questo secondo strumento, ma anche qui: stabilita la volontarietà guidata, ecco un altro picchetto dal quale non si può arretrare. Osservo incidentalmente che mantenere bassa l’età di pensionamento favorisce il lavoro nero dei pensionati giovani. Risultato paradossale che non dovrebbe essere incoraggiato, in particolare dai sindacati.
Non si può arretrare – ecco altri esempi – dal patto di stabilità finanziaria tra governo e enti locali e tra governo e regioni. Infine non si può arretrare dal turnover limitato nel pubblico impiego, con un miglior utilizzo delle forze-lavoro specie nelle strutture scolastiche.
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L’opposizione? Faccia quel che crede, l’opposizione. Per ora parla di una macelleria sociale di cui in realtà non si vede traccia. Se, come personalmente credo che avverrà, la legge finanziaria, i suoi allegati e l’eventuale legge – delega sul riordino pensionistico da approvare entro e non oltre il 2007, approderanno ad un risultato equilibrato nel rispetto degli impegni europei; e se di fronte a un siffatto risultato l’opposizione votasse contro; ebbene, essa si alienerebbe buona parte delle sue alleanze economiche e sociali. Dal centrodestra più volte ipotizzato da Follini, da Tabacci e anche da Casini, spunterebbe la faccia feroce d’una destra populista, schiacciata sulle vallate leghiste della Lombardia e del Veneto e sui settori corporativi delle professioni e della impresa medio piccola.
Si dice da alcuni che il centrosinistra deve chiarire il proprio Dna. C’è del vero, l’alleanza è fin troppo estesa e alcune anomalie sono innegabili. Ma le anomalie del centrodestra sono travi e non fuscelli, perché lì ha convissuto per dieci anni il liberismo con il dirigismo e la concorrenza con gli accessi bloccati. Coronate, le anomalie, dal paradosso maggiore: un monopolista e un concessionario dello Stato alla testa della cosiddetta Casa delle libertà.
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Due parole sul conflitto d’interessi, attorno al quale si continuano a spargere fiumi di inutile inchiostro. Si ha conflitto quando la stessa persona abbia nelle sue mani il potere di decidere tra l’interesse generale e quello della propria azienda. Il caso del proprietario e socio di maggioranza della Fininvest-Mediaset e d’una infinità di altre aziende è il più rilevante, ma non è il solo. Molti altri ce ne sono. Il caso Berlusconi è reso più eclatante dal fatto che si applica ad aziende operanti nel delicatissimo campo dell’informazione e in più d’una informazione che opera in regime di pubblica concessione. Può il presidente del Consiglio essere un concessionario dello Stato? A questa domanda c’è una sola risposta: non può. Per risolvere un siffatto conflitto c’è un solo modo: il proprietario imprenditore di attività svolte con la concessione di un bene pubblico non può ricoprire cariche di governo. Il che significa che può essere eletto a cariche parlamentari ma non può diventare né presidente del Consiglio né ministro né sottosegretario.
E’ una legge punitiva? E perché mai? Dov’è la punizione? Se vuole far politica può farla con la massima dignità e rappresentatività. Aspira a far parte del governo e addirittura a dirigerlo? Venda preventivamente l’azienda, ne incassi il controvalore e lo investa in titoli pubblici. Questa è una soluzione equa, buona e giusta. Altre non ce ne sono. Il governo vuole rinviare la legge al 2007? Lo faccia sotto la sua responsabilità ma sappia che, passato quel termine, tutti i suoi amici gli saranno contro e questa volta senza perdono.

Post scriptum. E’ tornato. Finalmente è tornato. Molte illustri persone erano stupite e preoccupate dalla sua assenza dalle scene. Si produceva a Villa Certosa e al Billionaire ma non dove si forgiano la vita e i destini d’un paese. Ma per fortuna eccolo di nuovo lì. Ieri. Dagli ozi delle vacanze alle fatiche di Gubbio. Ha detto che non voterà per la missione in Libano, che si batterà fino all’ultimo respiro contro i propositi di confiscare i suoi beni e contro il turpe progetto di mettere le mani sulla Rai. In difesa della libertà della (sua) Rai. E altre piacevolezze del genere. L’incredibile non è quello che dice. L’incredibile è che quest’uomo, questa barzelletta vivente, è stato per due volte presidente del Consiglio e ci ha governato per un’intera legislatura.

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