Il paradiso delle origini
Ida Dominijanni
Su il manifesto del 25 febbraio 2005 prosegue la riflessione sui rapporti tra Europa e USA
«L'esperienza americana in quanto grande democrazia multietnica ci fa sostenere la convinzione che i popoli di diverse tradizioni e fedi possono vivere e prosperare in pace». Così la lettera di un passo della National Security Strategy, contraddetta dallo spirito di tutto quel documento dell'autunno 2002 inaugurale non solo della strategia militare della guerra preventiva, ma della strategia filosofica del primo mandato di Bush il giovane. Strategia che all'individuazione del nuovo nemico esterno - il Male del terrorismo internazionale in lotta contro il Bene della democrazia e della libertà - accompagnava l'individuazione dei nuovi nemici interni agli Stati uniti: non tanto questo o quel gruppo etnico o culturale, quanto e prim'ancora la filosofia del multiculturalismo politically correct che aveva largamente informato l'America clintoniana. Bisognava farla finita con quella rispettosa coesistenza fra culture diverse che nel senso comune democratico aveva sostituito e proseguito il mito del melting pot, e rilanciare il totem perduto di un'identità angloamericana originaria, liberale, proterstante, basata sul culto del lavoro e della proprietà, egemone su tutte le altre identità impiantatesi nel nuovo mondo per successive ondate immigratorie. Il presidente texano che ostentatamente pronunciava Airaq invece che Iraq incarnava perfettamente questo passaggio dal politically correct multiculturale a un disprezzo per le diversità etniche e culturali mascherato di noncuranza wasp. Lungi dall'essersi esaurita, questa «spinta propulsiva» del primo mandato di Bush si è rafforzata nel secondo, a onta di quanti si ostinano a rintracciare fra l'uno e l'altro cesure promettenti e rassicuranti a fini geopolitici. Come ha sottolineato Rita Di Leo nel corso di un recente seminario del Centro studi per la riforma dello stato di Roma sui rapporti fra Stati uniti e Europa, il faro ideale della rivoluzione conservatrice di Bush è il nuovo mito del ritorno alle origini: «via dal New Deal, dalla Great Society, dalle affirmative actions, dal multiculturalismo, dal relativismo amorale del liberal», l'America del nuovo secolo ripudia quella degli anni 30, 60 e 90 del Novecento per lanciarsi in una sorta di ritorno al futuro, al «paradiso originario in cui l'individuo era libero di agire a profitto di se stesso pur vivendo dentro la comunità della sua religione, del suo lavoro, della difesa dai popoli indigeni», La ricchezza, la forza, la Bibbia erano le armi di quell'individuo delle origini tradito dal progressismo novecentesco e tornano ad essere le armi dell'individuo post-novecentesco. Stato sociale, cittadinanza, conflitti di classe made in Europe possono andare in soffitta: la rinascita del primato anglo-puritano non li prevede, nutrendosi più semplicemente di una casa di proprietà, di un piccolo o grande business, di un piano pensionistico personale. La proprietà individuale è la scelta vincente per l'integrazione sociale. I latinos impermeabili al sogno americano e all'inglese possono a buon diritto incarnare la nuova minaccia di destrutturazione di questo paradiso delle origini, come Samuel Huntington teorizza.

Tornare al paradiso delle origini significa dunque anche recidere il legame con l'Europa, o almeno con quell'Europa continentale che resta la culla dello stato sociale novecentesco e di una concezione della comunità basata sulla cittadinanza e non su valori «originari» e tradizionalisti. Da questo punto di vista, che conta più delle esche e dei ponti lanciati nelle visite ufficiali, i rapporti fra le due sponde dell'Atlantico appaiono tutt'altro che in via di risanamento. Salvo il fatto però la sponda europea non appare a sua volta in grado di contrapporre al «sogno delle origini» americano altro che le origini di un sogno che stenta sempre più a tradursi in una realtà politica efficace. Non si tratta solo della debolezza di iniziativa geopolitica che tanti commentatori abituati a ragionare solo in termini di politica di potenza attribuiscono al Vecchio continente. Il fatto è che la crisi dell'America degli anni 30, 60 e 90 sulla quale è cresciuta la pianta neoconservative assomiglia per troppi versi alla crisi in cui versano anche le società europee. L'esempio del multiculturalismo è uno dei più calzanti, perché su tutte e due le sponde dell'Atlantico esso era arrivato, a fine 900, a una soglia implosiva, sulla quale il rispetto per le diversità sconfinava in tendenza alla loro ghettizzazione autoreferenziale e incomunicante: come non ricordare il quadro disinncantato che ne dà Spike Lee nel monologo centrale de la venticinquesima ora ? Come non associare a quel monologo l'assassinio di Pym Fortuyn in Olanda? E come non vedere nella crisi del modello integrazionista francese l'altra faccia della stessa medaglia, che riporta il proiblema delle società multirazziali alle aporie originarie della costruzione dello stato moderno occidentale in tutte le sue varianti? Sempre più divise, le due sponde dell'Atlantico restano anche sempre più unite, non dalle prospettive sul loro futuro ma dalla crisi del loro passato.

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