Nella città ostaggio dell’islamofobia
Guido Rampoldi
Dopo le opinioni, le prediche, gli anatemi, gli isterismi, i terrorismi e i terrori, ecco qualche fatto, che getta sugi avvenimenti di questi giorni una luce di verità. Da la Repubblica del 5 febbraio 2006
Nel gioco delle parti era il turno dell’estrema destra danese, e gli Sms che quella aveva messo in circolazione promettevano uno spettacolo ghiotto alla troupe di Al Jazeera: in tarda mattinata, davanti al Municipio, alcuni giovani ariani avrebbero bruciato un paio di Corani. Poche ore dopo, nei telegiornali arabi, quei venti idioti avrebbero personificato 350 milioni di europei, così come i pochi forsennati che da giorni incendiano bandiere danesi da Gaza a Giacarta giganteggiano nel nostro immaginario, come fossero i 1300 milioni di musulmani.
E’ il Noi contro Loro, la menzogna che s’autoavvera, il losco equivoco, insomma l’imbroglio chiamato "scontro tra civiltà". Però alle due gli ariani non s’erano palesati e i quattrocento giovani musulmani convenuti per salvare il Libro si chiedevano se seguire Al Jazeera a Hillerod, venti chilometri da Copenaghen, dove altri Sms garantivano un secondo raduno incendiario. Le tv ci speravano, la giornata aveva offerto poco: un incontro in Parlamento di quei musulmani laici che detestano tanto la destra ariana quanto «gli auto-proclamati poliziotti di Allah», gli imam; e una dimostrazione mista, danesi e immigrati musulmani, tra i pattinatori della piazza Blagards. Ma questa roba non interessa, non si vende, non fa paura, non sta dentro lo schema Noi contro Loro. E poi gli imbelli di piazza Blagards arrivavano a sostenere che i media europei hanno frainteso: la grande maggioranza dei musulmani danesi non solo non avrebbe proprio nulla contro le nostre democrazie liberali, ma al contrario, vorrebbe che ne siano applicati i principi. Che i Nostri Valori non siano poi così nostri?
Allora proviamo a riscrivere da capo questa storia che nessuno riesce più a circoscrivere, non Kofi Annan, non i premier europei, tantomeno la piccola Danimarca, la cui placidità borghese ormai nasconde a fatica lo spavento per la sfida lanciata dalle caste religiose islamiche con manifestazioni sempre più aggressive, con boicottaggi commerciali sempre più estesi. L’inizio: il 30 settembre 2005 un giornale della destra danese, il Jillands Posten, secondo nel Paese per diffusione, pubblica 12 vignette su Maometto. Alcune blande, altre insulse, due sprezzanti. Una in particolare lo mostra col turbante disegnato in forma di bomba. Molti di questi cartoon sono stati ripubblicati in questi giorni da quotidiani europei, per riaffermare un principio sacrosanto, questo: in Occidente la libertà d’opinione non può essere sottomessa a divieti religiosi.
Ma qui c’è un equivoco: alla grande maggioranza dei musulmani danesi, e forse dei musulmani nel mondo, importa un accidenti se la penna d’un disegnatore dà un volto a Maometto. Raffigurarlo come un terrorista è un’altra cosa. Beninteso, che esista un unico islam e che la sua natura sia terroristica è un’opinione particolarmente stupida, però del tutto legittima. Con lo stessa logica potremmo sostenere che la vocazione del cristianesimo è il genocidio, dato che passi della Bibbia incitano apertamente alla strage e alcune Chiese slave furono in buoni rapporti con il nazismo. Sarebbe anche questa un’idiozia: però altrettanto legittima. Se però un giornale italiano pubblicasse una vignetta in cui Gesù è raffigurato con un ghigno mentre spinge un bambino dentro un forno crematorio, forse non la guarderemmo con la stessa flemma con cui osserviamo il Maometto con la bomba.
Ma perfino quel Maometto sarebbe stato condonato se non fossimo in Danimarca. Qui un emigrato musulmano legge immediatamente la vignetta del Jillands Posten come l’esatta trasposizione della frase «Fin dal suo inizio l’islam è stato un movimento terrorista», apparsa nel sito web di Martin Henriksen, portavoce di quel Partito del Popolo (DF) che ha costruito le proprie fortune sull’aggressività verso l’islam. Nelle ultime elezioni il DF è balzato al 13 per cento, i sondaggi lo danno in crescita, e il suo appoggio esterno è così indispensabile alla destra di governo che questa nicchia quando un deputato del DF definisce musulmani «un cancro» in un discorso in Parlamento.
In seguito alle proteste Henriksen ha sostituito «movimento terrorista» con «ideologia di conquista». Ma la sostanza non cambia. Per partiti che rappresentano un quinto dell’elettorato danese, gli immigrati da Paesi musulmani sono un pericolo, una minaccia: «L’immigrazione è il modo con cui i Musulmani cercano di conquistare l’Europa», ripete Soren Krarup, leader del DF. Corollario implicito: diamoci da fare per sottomettere il nemico, oppure per scacciarlo (magari mediante un’applicazione sbrigativa della nuova legge sull’immigrazione). Questo c’era nella vignetta. E pubblicarla è stata - secondo Bjorn Moller, ricercatore dell’Istituto di studi internazionali - «un’azione deliberata per provocare i musulmani restando dentro i confini della legge». Però il Posten s’è appellato ad un ideale alto, non farsi intimidire dall’islamismo radicale.
Secondo il giornale, non bisogna cedere al clima di paura costruito dall’assassinio di Theo Van Gogh. E certo anche questo è parte del problema. Ma se vogliamo trovare martiri del libero pensiero, in quel ruolo migliaia di musulmani funzionano assai meglio del regista olandese. Prima di scoprire che era più conveniente prendersela con Maometto, Van Gogh aveva scritto di Gesù come «il pesce marcio di Nazareth»; d’una storica ebrea, che faceva sogni erotici sul dottore Mengele, il medico di Auschwitz noto per i suoi mostruosi esperimenti; e d’un odore dolciastro nell’aria, che probabilmente stavano bruciando ebrei diabetici.
L’espressione artistica non può essere compressa dentro i limiti del buon gusto o del politically correct: però se la vostra famiglia fosse stata sterminata in un lager forse trovereste intollerabile che un cialtrone vi rida in faccia. A molti immigrati musulmani risultò intollerabile che l’islam fosse equiparato ad una setta d’assassini. Ad altri sembrò solo molto sgradevole: per esempio al medico d’origine irachena Mohammad Hashimy. Lo incontro in Parlamento, è tra i duecento musulmani convenuti per dare visibilità, mi dice, «a quanti di noi, e siamo la maggioranza, ritiene il diritto d’opinione un fondamento della democrazia». Eppure anche Hashimy e i musulmani come lui, molto più liberali di tanti danesi, oggi si sentono a disagio. Da quando governa la destra, dice il medico, «ogni musulmano è considerato un estremista finché non prova il contrario».
Le vignette provocarono le reazioni più disparate tra gli immigrati musulmani. Rassegnazione, scontento, perfino indifferenza. E ira. «Però non sono state l’origine della nostra reazione: semmai il detonatore», mi dice una danese d’origine pakistana, Lubna Ehai, per 16 anni consigliere comunale a Copenaghen. Alcuni religiosi islamici, imam autoproclamati e in genere non radicali, chiesero al Jillands Posten le scuse: non ottenendole si rivolsero alla magistratura; infine bussarono alle ambasciate arabe. A fine ottobre una decina d’ambasciatori di Paesi sunniti sollecita un incontro con il primo ministro Rasmussen per lamentare «la campagna denigratoria» nei media contro i musulmani. Il premier rifiuta: in una democrazia liberale, fa sapere, la stampa è libera. Gli ambasciatori si irritano ma sembrano disponibili a dimenticare. Nel frattempo gli imam compiono il passo che risulterà decisivo: delusi dalla diplomazia, volano al Cairo e a Beirut. Incontrano teologi e leader fondamentalisti, incluso il capo di Hezbollah. E trovano sostegno. Le prime manifestazioni, il boicottaggio delle merci danesi in Arabia saudita: l’inizio della valanga. A quel punto anche i regimi arabi escono dall’indifferenza. Sono troppo deboli per opporsi ai mullah. E capiscono d’avere un buon pretesto per sottrarsi alle pressioni, interne e internazionali, che vorrebbero spingerli a riforme vere. Ora possono dire: ecco dove conduce la democrazia, quest’invenzione d’una civiltà che ci odia.
Autocrazie sunnite e opposizioni fondamentaliste siglano così l’alleanza anti-danese, cui si unisce presto Teheran. Ai contraenti probabilmente risulta gradita la scelta di ripubblicare le vignette del Jillands Posten compiuta da alcuni quotidiani europei, e ancor più lo schema di riferimento, i Nostri Valori contro i Loro, la libertà d’opinione contro la sottomissione ai precetti della fede. Invece s’infuria la stampa araba d’indirizzo liberale, giornalisti che rischiano non poco sfidando i mullah con prose audaci (scriveva l’anno scorso il saudita Al Watan: quell’Occidente che vogliamo immaginarci come decadente «ha valori più islamici e morali che tutti i paesi musulmani»). Le redazioni si sentono tradite. Non faticano a immaginare quel che accadrà: regimi e mullah profitteranno del risentimento verso l’Europa per aumentare la pressione sul dissenso.
Ai regimi arabi non conviene affatto chiudere un contrasto così proficuo. Così non s’accontentano delle mezze scuse del Jillands Posten, tardive ma reiterate. E neppure della correzione di rotta del premier Rasmussen, che incontra gli ambasciatori e si spiega con la tv saudita Al Arabiya. Anche a molta destra europea è utile questa commedia dello "scontro tra civiltà": potrebbe rendere ai più furbi quanto finora ha reso alla destra danese.
Però c’è anche un’Europa in controtendenza, finalmente consapevole che nel continente si diffonde una pericolosa "islamofobia". Parola fino a ieri bandita dal lessico politico, adesso appare nel rapporto 2005 della Helsinki Federation for Human Rights. E a Bruxelles Franco Frattini, certo non un bolscevico, parla d’una «crescente islamofobia». La stampa europea in questi giorni percorsa da pulsioni eroiche potrebbe dare una prova inusuale di coraggio misurandosi con questo tema. Se per una volta raccontasse quel che accade a Loro come se accadesse a un Noi, non mancherebbero le sorprese.

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