La legge e la città
Luciano Canfora
Da la Repubblica del 13 maggio 2005 uno stralcio dell’intervento letto nell’Aula Magna dell’università di Bologna, per il ciclo di conferenze "Nomos Basileus".
La legge scritta fu una conquista, nel mondo greco arcaico. Prima c’era il predominio di gruppi, aristocratici e sacerdotali, che "amministravano" una legge «atavica» di cui erano e si proclamavano i soli detentori ed interpreti; e la cui integrità testuale era incontrollabile. La legge scritta era stata dunque una conquista contro l’arbitrio di una «legge non scritta» promanante dall’alto e controllata da caste protette dal paravento della sacralità. Non è secondario che le «leggi non scritte» siano state sin dal principio fatte percepire come un bagaglio «primario» di principi fondamentali: in nuce una sorta di diritto di natura in cui sostanza comportamentale empirica ed alone di sacralità religiosa si fondevano.

Va da sé che lo sviluppo in direzione di una prassi democratica (decisioni condivise da un ampio corpo decisionale sulla base di norme, accettate e controllabili) è andato di pari passo con l’estendersi ed il consolidarsi della pratica della «legge scritta». Essa a sua volta si accompagna a una diffusione dell’alfabetismo, che non è facile definire e quantificare in modo puntuale ma che indubbiamente rientra, come componente, in questo quadro. S’intende che anche il non alfabetizzato può farsi leggere la norma alla quale intende richiamarsi, e che c’è - per esempio ad Atene - un mestiere che pertiene direttamente a questo ambito, una figura che «collega» i cittadini alla legge: i logografi (potremmo definirli anche, modernamente, avvocati).

Non deve perciò sorprendere che il maggiore statista dell’Atene classica, Pericle, sia rappresentato da uno storico suo contemporaneo e ammiratore (Tucidide) nell’atto di elogiare il sistema politico vigente nella città (che lui dice potersi definire faute de mieux, «democrazia») e di indicare nelle leggi scritte il baluardo della libertà individuale. Ma Pericle, in quel discorso solenne che forse pronunciò davvero all’incirca in quella forma in cui Tucidide lo fa parlare, dice anche tutta la sua considerazione per le «leggi non scritte» e lascia intendere che esse comportano, se violate, soprattutto una sanzione morale (lui dice «vergogna»).

Cos’era accaduto? Il grande fatto nuovo intervenuto tra l’albeggiare della democrazia e la matura età di Pericle era stato l’irrompere di un movimento di pensiero la cui ampiezza, pervasività, efficacia e capacità di fare immediatamente presa su larghe cerchie fu almeno pari a quella dell’Illuminismo: intendo la Sofistica. Forse la corrente di pensiero più influente, anche per i suoi effetti di lunga e lunghissima durata, di tutta l’età antica. La Sofistica aveva brandito una scoperta: che cioè la legge positiva, concreta, stabilita dalle varie città, è convenzione, mentre durevole e non di rado in contrasto con la legge convenzionale è quel nucleo profondo stabile e anche ben visibile e sempre riaffiorante (anche quando la si conculca) che è la natura. Di qui il proporsi di una antitesi legge/natura che però poteva avere gli esiti più diversi. Per un verso una rispettosa accettazione delle singole «convenzioni» (tolleranza, ai limiti avalutativa); per l’altro la pretesa di fare largo soprattutto alla natura, unica «vera».

Ma che idea alcuni di loro avevano, o suggerivano, della «natura»? Dall’esperienza avevano ricavato una visione realistica. Ed era difficile contrastare la veduta che apertamente affermavano che il rapporto di forza, la "naturale" prevalenza del più forte (nei più diversi campi, dalla politica al mondo animale) riflettesse appunto, e appieno, la fondamentale «legge di natura». Nel dialogo che lo stesso Tucidide immagina svolgersi tra Melii e Ateniesi, questi ultimi sostengono che tale legge vige anche tra gli dei, nel mondo degli dei!

Ecco dunque l’imbarazzo della città democratica di fronte a questa frastornante "rivelazione", ed ecco sorgere orientamenti di pensiero miranti a rintracciare altri fondamenti universali dell’agire (e del dover agire) umano non semplicemente regolati dalla ferina «naturalità» della forza. Tutto il socratismo fino alle sue propaggini moderne è stato impegnato in questo sforzo di superamento del possibile "baratro etico" aperto dalla Sofistica. Allo stesso fine, ma con risorse intellettuali arcaiche, mira la riscoperta, simboleggiata da Antigone, della «santità» delle leggi non scritte (ma "naturali").

E nel mondo della politica? Lì si produce, con lo sviluppo della democrazia radicale, una svolta inattesa, pur essa legata ai rapporti di forza. Sorge cioè col tempo all’interno della città democratica una polarità tra l’idea della superiorità della legge (nucleo di partenza della democrazia stessa contro il sopruso di casta) e l’idea, estrema, che il popolo è esso stesso al di sopra della legge. E’ quello che dicono i capipopolo, minacciosamente, durante la prima fase del processo dei generali vincitori alle Arginuse: «qui si vuole impedire al popolo di fare quello che vuole!».

L'immagine è tratta dalla bella rivista Sagarana.net

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