Germi velenosi
Rossana Rossanda
Da Tucidide in poi la comunicazione è un atto politico; dal '77 in poi la politica è un atto di comunicazione. Il solo che abbiamo per cercare di uscire da una tragedia che non trova fine. Da il manifesto, 21 novembre 2006 (m.p.g.)
Che cosa è necessario oggi per esistere? Sfondare i media. Così ben nove sconosciuti fra i diecimila che hanno sfilato a Roma sabato scorso per la Palestina - scrive La Repubblica - si sono affiancati al corteo con tre pupazzi di cartapesta, raffiguranti un soldato americano, un israeliano e un italiano, per dargli platealmente fuoco al cospetto di telecamere e cronisti. E così starnazzando: «Una cento mille Nassiriya».
Erano in nove, è durato qualche minuto. Si poteva affogarli nella loro insignificanza. Invece no. Tutti, proprio tutti - giornali, politici, generali con lacrima al ciglio, financo Ingrao, financo il Presidente della Repubblica - si sono precipitati ad amplificare. Sdegno ed orrore, hanno insultato «i nostri ragazzi», vogliono la distruzione di Israele, è la sinistra massimalista antipatriottica e antisemita, sono i centri sociali, eccetera. Il portavoce di Prodi, Sircana, è uscito in un sorprendente: erano pochi, questo è il più grave, come se fosse stato accettabile se fossero stati in molti. Nei tg di sabato sera e domenica quel fuoco ricominciava ad ardere a ogni dichiarazione di condanna, come se Roma fosse fitta di roghi. Gli altri diecimila dimostranti della capitale sono stati sbeffeggiati perché anziani e composti, i cinquantamila di Milano, compostissimi e sprovvisti di piromani, sono stati accusati - specie il segretario della Cgil Epifani - di aver partecipato a un corteo per la Palestina dove non si sa mai, anzi si sa bene, quel che può succedere.
Così è andata, cara Miriam Mafai, donna saggia e giornalista avveduta, che hai scritto l'editoriale indignato su La Repubblica. Ci conosciamo da oltre mezzo secolo. Sei uno dei pochi leader del giornalismo italiano che si è posto, durante la tua presidenza e in tempi foschi, domande essenziali sulla deontologia del nostro mestiere. Non sarebbero da riproporre per la condotta dei media il 18 novembre?
La nostra categoria si inviperisce ogni volta che è in pericolo il diritto di cronaca. Ha ragione. Esso consiste nello scrivere la verità. Ma tutta la verità. Di quel che è successo sabato è stato enfatizzato un frammento. Esso andava registrato, sicuro, perché dimostra che qualcosa non gira in alcune teste, come gli ammiccamenti di qualche altro foglio che non mi sono sfuggiti. Ma se non si rispettano le proporzioni fra quel minuscolo episodio e l'imponenza delle manifestazioni vere - nove persone su sessantamila - non si dice la verità. La si falsifica.
Per gusto dello scandalo o per altre intenzioni. Non siamo nate ieri né tu né io, sappiamo come puntare i proiettori su una sola parte della realtà sia un modo per oscurarne l'altra. In questo caso, sia per far passare la tesi che ogni manifestazione per la Palestina porta in sé un germe velenoso, sia per sottolineare come ogni manifestazione della sinistra del centrosinistra sia massimalista, anzi estremista. Il governo, si sottintende, farebbe bene a liberarsene. Si sottintende, ma non si dice, che sarebbe meglio se Prodi sbarcasse Rifondazione, Pdci e Verdi e imbarcasse la Udc. Si sussurra e non si scrive.

E fin qui sarebbe una puntata della poco ammirevole nostra fiction politica, se non ci fosse di mezzo il conflitto fra Israele e Palestina, che tutti dichiarano una tragedia gettando peraltro benzina sul fuoco.
Per un Bernocchi dei Cobas, il quale non vuole sfilare sotto lo slogan «Due popoli, due stati» (ma poi sfila) perché preferisce ululare contro l'unico di essi che per ora esiste, decine di politici si scordano che se qualche razzo lanciato da poco preveggenti estremisti palestinesi o di hezbollah fa danni a Sderot, le bombe di Tsahal demoliscono presunti covi di presunti terroristi nel Libano e a Gaza facendo ogni volta morti a decine. E Tsahal non è un gruppo di scalmanati, è il governo israeliano, il quale minaccia a ogni piè sospinto di ricominciare la guerra. C'è una tale sproporzione di forze che una elementare correttezza suggerirebbe di metterla ogni volta in evidenza. Come la miseria di Gaza. Come il fatto che Tel Aviv detiene molti soldi di proprietà palestinese mentre i palestinesi crepano di fame. E che per Tel Aviv le risoluzioni delle Nazioni Unite sono carta straccia, ne ha respinto una su Gaza proprio ieri. Ma chi ha il coraggio di scriverlo? Di titolare che in questi giorni Francia, Spagna e Italia hanno proposto una conferenza sul Medio Oriente ma Israele ha detto subito di no? Io non penso che Israele sia una nazione come un'altra. E' la nazione di un popolo perseguitato da duemila anni e che la generazione dei nostri padri - ahi, anche italiani - ha tentato di sterminare. Non è lecito dimenticarlo. Degli ebrei va capita l'angoscia. Non ne vanno incoraggiati gli incubi. Non ne vanno appoggiate le sconsiderate rappresaglie. Né si deve tacere - ha ragione Angelo d'Orsi - perché è abitudine degli attuali rappresentanti delle comunità ebraiche di Roma e Milano dare dell'antisemita a chiunque critichi il governo di Tel Aviv. Questa è una canagliata, tale e quale quella dei bruciatori di sabato. Cerchiamo di ragionare come David Grossman e Abu Mazen, dismettendo reticenze e ricatti. Non è molto chiederlo alla stampa democratica, chiedercelo almeno fra noi.

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