Europa, sotto le vignette
Ida Dominijanni
Guardando agli eventi nati dalle “vignette blasfeme” con uno sguardo in cui filosofia e politica s’intrecciano. Da il manifesto del 7 febbraio 2006


Padre Andrea Santoro aveva a cuore il dialogo fra civiltà ed è rimasto vittima dello scontro di civiltà che impazza attorno alla «scandalo» delle vignette. Non è la prima vittima e non sarà l'ultima; e serve a poco interrogarsi su quanto sia diretto o indiretto il nesso fra la sua morte, la satira su Allah in Europa e le manifestazioni islamiche antieuropee in Medioriente. Diretto o indiretto che sia, il nesso c'è e sta in questa sorta di «bipolarismo culturale» in cui il mondo s'è cacciato in sostituzione del bipolarismo politico, per diretta responsabilità dei fondamentalisti islamici da un lato e del fondamentalismo identitario americano e europeo dall'altro, nemici a parole e alleati nei fatti nel costruire lo scontro di civiltà. Che non è affatto un destino ineluttabile inscritto nei codici genetici della razza della religione e della cultura, ma un preciso progetto politico, comune al peggio delle due sponde dell'Atlantico e al peggio del mondo islamico, nonché al peggio dei tre monoteismi. Padre Andrea Santoro ne è vittima come ne sono vittime tutti quelli e quelle che oppongono alla «confrontation» frontale dei valori e degli dei la pratica minuta, quotidiana, puntuale, della relazione fra differenze irriducibili, o non facilmente riducibili alla retorica a sua volta troppo semplice del dialogo e della tolleranza. Vengono in mente le parole di Freud sulla veridicità inconscia del motto di spirito di fronte all'assurdità della vicenda delle vignette, poco o nulla spiegabile in termini razionali. Non ha nulla di razionale non tanto la prima decisione di pubblicarle del quotidiano danese, quanto la pervicacia degli altri quotidiani europei nel ripubblicarle in seguito come bandierina della libertà di stampa. E non ha nulla di razionale - ma in compenso molto di strategico: i due termini non sempre sono sinonimi - la reazione di protesta montata in Medioriente a sei mesi di distanza come bandierina della dignità dell'Islam. Come il motto di spirito, le vignette funzionano da sintomo e lapsus, rivelando il materiale conscio e inconscio che lavora dietro le quinte dello scontro di civiltà: il razzismo (stavolta islamofobico, altre volte antisemita o anticristiano) di certi tratti della satira, l'islamofobia della destra danese simile a tutte le nuove destre europee, l'intolleranza della protesta islamica che chiede tolleranza all'Europa, lo svuotamento dell'universalismo occidentale dei diritti di libertà che di giorno in giorno, in guerra e in pace, si dimostrano sempre meno universali, le trappole in cui incorrono e le controbiezioni a cui si espongono molte posizioni pur ottimamente intenzionate: chi si appella al rispetto assoluto per le religioni si espone all'accusa di bachettonismo, chi si appella alla virtù dell'ironia si espone al sospetto di imperialismo culturale perché non si può pretendere da ogni cultura lo stesso tasso di disincanto della nostra, chi si appella al senso della misura si espone all'accusa di opportunismo perché non si sa chi dovrebbe decidere la misura e in base a quali parametri. Per non dire del solito Marcello Pera, l'antirelativista che stavolta domanda reciprocità e parità di comportamenti fra «noi» e «loro», con una mano fomentando lo scontro di valori e con l'altra pretendendo di ridurlo a un minuetto simmetrico e ben regolato.
Comunque la si prenda, resta materia incandescente, cui si addice solo la logica paziente della decostruzione, del «noi» e del «loro», dei diritti e dei poteri, dell'intolleranza e della tolleranza, delle parole pesanti e delle vignette leggere, dell'universalismo delle libertà e del relativismo dell'indifferenza. Nonché di ciò che chiamiamo Europa: il nome che avrebbe dovuto fare da barriera allo scontro «preventivo» di civiltà, e si ritrova invece oggi investito in pieno dalla sua onda, sempre più svuotato, fragile, frammentato.

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