Il diritto nell’era del terrorismo
Franco Cordero
Dietro la retorica del timore per il terrorismo paurosi fantasmi turbano la legalità e le democrazia. Da la Repubblica del 28 agosto 2006


I quaresimalisti lavoravano sulle midolla, vedi Paolo Segneri a proposito d’inferno, morte improvvisa, sorti dell’anima. La forma moderna del sermone è l’editoriale. Ad esempio: viviamo nel rischio d’attentati; in ogni istante può scatenarsi il diavolo; esplosioni, gas tossico, peste manufatta; e quando la posta sia enorme, avrebbe senso rifiutare espedienti forse utili, quali la tortura, in ossequio all’etica inerme? Shock nel pubblico. L’autore se ne compiace: voleva scuoterlo; il problema, capitale nel pensiero politico, è se la tutela assoluta delle libertà sia compatibile con una guerra endemica, fuori d’ogni regola. No, l’apparato pacifico non ferma i kamikaze. Fortunatamente esiste la via d’uscita: un «compromesso tacito» dove lo Stato conservi l’aspetto virtuoso, mantenendo acque grigie tra legalità e delitto, dove nuotino tranquilli i pesci dell’agenzia che combatte l’alieno; lì non vigono norme; lo Stato in maschera virtuosa s’arresta sulla soglia; vi mette piede solo nei casi straordinari, «con la massima cautela», senza disturbare gli addetti al lavoro talvolta sporco. E i possibili effetti degenerativi? Vigilerà il governo ma sia chiaro: l’affare nasce e muore nella sfera politica; il diritto non c’entra. Spira aria burlesca (vengono in mente Voltaire, Candide ou l’optimisme, e sul versante fosco, Molière, Tartuffe), ma vuol essere un sermone serio, terribilmente serio. Vediamo dove porta.

Se ho capito bene, l’oratore non invoca arnesi legali d’eccezione quali gli stati d’assedio, martial law, i pieni poteri d’Hitler votati dal Reichstag a salvaguardia «del popolo e dello Stato», 23 marzo 1933, o il «Patriot Act» Usa 26 ottobre 2001 (misure interinali a carico dello straniero sospetto) o gli assai più incisivi «Military Commission Orders» del Presidente, 21 marzo e 21 giugno 2003, nonché le otto «Military Instructions» che li attuano: niente d’analogo; e finché esista l’attuale Carta, nascerebbe invalida ogni previsione d’impunità. Né versiamo nel contesto del romano iustitium, dal verbo «sistere», fermare corpi o fluidi in moto: tale è metaforicamente lo ius, macchina del diritto (succede anche al sole, «sol-stitium»); un senatoconsulto l’arresta perché incombono pericoli letali (Annibale alle porte, Catilina complotta, tumulti); fuori delle solite competenze, qualcuno salva la res publica; talvolta germinano poteri spontanei; capita che il privato agisca quasi fosse console. Stasi breve. L’atto cade in spazi legalmente vuoti: è valutabile poi, appena l’astro riprenda il corso interrotto; mettere a morte i catilinari era decisione dubbia, infatti Cicerone subisce un breve esilio. Tutto chiaro invece nell’affare Roehm. Questo turbolento capo delle SA, guardia armata nazista, guasta l’armonia con le gerarchie militari ed economiche: Hitler è solo cancelliere, in attesa che il decrepito Hindenburg passi a miglior vita cedendogli la presidenza, acquisita la quale, diventerà Führer, e non ci pensa due volte; sabato 30 giugno 1934 matta i dissidenti, inclusi vari estranei. Due settimane dopo, racconta al Reichstag d’avere operato da supremo giustiziere. Gli canta un inno Carl Schmitt, politologo troppo intellettuale, quindi senza fortuna nella birreria nazista (le sue piccole e vaghe idee in brodo ornato riscuotono ancora un culto trasversale): Adolf Hitler è Führer; ordinata da lui, la carneficina diventa pura giurisdizione. Su scala minore era avvenuto in casa nostra. Bologna, domenica 31 ottobre 1926: qualcuno spara a Mussolini; gli squadristi linciano Anteo Zamboni, 15 anni; l’indomani il «Popolo d’Italia» chiama fulmini sui mandanti; sarebbe «un’onta» seguire le «procedure ordinarie».

L’oratore, dunque, non chiede leggi speciali né contempla stasi del diritto quali sopravvenivano nello iustitium: liquidare i catilinari o le SA era affare d’uno o due giorni, mentre il pericolo d’attentati permane; tra qualche anno forse sarà peggio, Iddio non voglia. E allora? L’ha detto, ci vuole uno stato equivoco in cui vigano le norme consuete, purché gli angeli abbiano mano libera, sotto un misterioso controllo politico: e calca l’accento sul qualificativo; è roba segreta; i giusdicenti non vi mettano becco. Come dire «piove ma non piove». Diritto e logica esauriscono l’universo: nei sistemi a due qualificatori, l’atto è x o non-x; ha mai letto Wittgenstein? Supponiamo che gli operatori della cosiddetta sicurezza sequestrino dei sospetti, li tengano in prigioni occulte, li torchino ad eruendam veritatem, e la cosa trapeli. Il pubblico ministero indaga, indi agisce: tribunali o corti competenti accertano l’accaduto; risultando vera l’accusa, possono solo condannare. L’unica alternativa è un illegalismo delittuoso: che il magistrato requirente chiuda gli occhi, complice del potere esecutivo la cui sfera non tollera sguardi profani (obbligo d’agire e pubblico ministero indipendente stanno sullo stomaco ai quaresimalisti): o se una testa storta lo instaura, il processo finisca in mano a giudici duttili, dallo stomaco forte, sicché i serventi segreti escano indenni; bella prospettiva, inquinare organicamente la giustizia. Nelle monarchie assolute circolavano lettere col sigillo reale. Qui avverrebbe tutto nelle anticamere, a bisbigli. Poteri occulti sicuri dell’impunità sviluppano una versatile delinquenza, dai traffici lucrosi al colpo di Stato. Così vuol difendere un paese moralmente debole, nella cui storia le collusioni politico-militari mischiano inettitudine, avventurismo, fantasia negromantica, sciagure? Vedi Luigi Cadorna, comandante supremo 1915-17: dissangua l’esercito in undici stupide offensive, finché poche divisioni prestate dai tedeschi rompono l’assurdo schieramento italiano, allora diventa falsario; incolpa i soldati e la mano molle governativa, rammollita dall’ideologia democratica, quindi tollerante del «nemico interno»; opportunisticamente riabilitato, proclama che mai vi sarebbe stata Caporetto sotto il timone mussoliniano. Ancora più nefasti i successori nella seconda guerra mondiale. Giolitti memorialista, abitualmente cauto, usa parole dure sulla clique militare politicante.

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