Se la democrazia manda al potere anche i terroristi
Timothy Garton Ash
Contro i pericoli delle democrazie "importate" l'unica soluzione è accelerare il processo. La Repubblica, 4 agosto 2006 (m.p.g.)
UN´AFFERMAZIONE centrale della politica estera dell´Amministrazione Bush è che il rimedio contro il terrorismo è la diffusione della democrazia in Medio Oriente. Che si fa, allora, quando ci si trova davanti a un´organizzazione terroristica democraticamente eletta? Si ignora l´antinomia. Si fa finta che non esista.
Nel corso delle ultime settimane c´è stato qualcosa di effettivamente surreale nel fatto che gli Stati Uniti abbiano continuato a permettere all´esercito israeliano di colpire Hezbollah, e così facendo di uccidere donne e bambini innocenti, pur continuando a sostenere che Washington si ripropone l´obiettivo di rafforzare il legittimo e democratico governo libanese. Intanto, il capo di quel governo, il primo ministro libanese Fuad Siniora, sta disperatamente chiedendo un´unica cosa, qualcosa che Stati Uniti e Israele si rifiutano di mettere in atto: un cessate-il-fuoco immediato. Hezbollah, che Stati Uniti e Gran Bretagna definiscono un´organizzazione terroristica, è parte integrante di quel governo democraticamente eletto.
E così dobbiamo fare qualsiasi cosa per il governo libanese democraticamente eletto all´infuori di ciò che esso chiede espressamente. Noi sì che sappiamo che cosa è bene per loro. Chi ha mai detto che democrazia significa lasciare che i popoli decidano da sé? Come ha detto martedì notte al programma Newshour della televisione americana Tarek Mitri, inviato speciale del Libano: «Non potete appoggiare un governo nel momento in cui tollerate che il suo Paese sia distrutto». Nel frattempo Hamas non ha l´autorizzazione ad agire come governo democraticamente eletto dei palestinesi. Il popolo palestinese si è espresso, ma lo ha fatto in modo sbagliato. Doveva essere male informato. Deve rifletterci su ancora.

Chiaramente, siamo in presenza di un vero dilemma. Solo perché Hamas e Hezbollah si sono candidati e hanno avuto buoni risultati alle urne non significa che si debba accettare tutto ciò per cui essi si schierano. Sono entrambi movimenti bifronte, dal doppio volto come Giano, come era l´Ira/Sinn Fein nella politica dell´Irlanda del Nord. Impegnarsi con Hezbollah-inteso-come-Sinn Fein o Hamas-inteso-come-Sinn Fein non significa tollerare le attività di Hezbollah-inteso-come-Ira o di Hamas-inteso-come-Ira. In una certa qual misura è possibile combattere il lato terrorista incoraggiando al contempo il lato politico. In effetti, la parola d´ordine è precisamente questa: spostare i loro calcoli interessati verso una politica di pace, aumentando sia i costi della violenza sia i benefici della partecipazione. Nondimeno, le transizioni dalla politica della violenza al compromesso democratico sono sempre complicate: comportano il dover condurre trattative con i terroristi, lasciare impuniti alcuni errori del passato, accettare che la retorica militante di un movimento possa trascinarsi dietro la più pragmatica realtà della sua posizione. Comporta tutto ciò che, di fatto, gli Stati Uniti stessi hanno messo in pratica nei loro rapporti con l´Esercito di Liberazione del Kosovo, che inizialmente definivano - non senza motivo - un «gruppo terroristico, indubbiamente».
Da questi primi strani frutti del processo di democratizzazione in Medio Oriente è possibile trarre due deduzioni diametralmente opposte. La prima è affermare che l´intera agenda di Bush, mirante a sostenere la democratizzazione nel mondo arabo e islamico, è stata sbagliata sin dall´inizio, frutto come era dell´approccio alla politica internazionale di un ingenuo cowboy-missionario. Quell´agenda destabilizza. Porta al potere terroristi ed estremisti. È una cura peggiore del male. Ritorniamo dunque a un sano e valido "realismo". Non cerchiamo di trasformare questi Paesi o di aspettarci che diventino più simili a noi, ma prendiamoli come sono. Perseguiamo i nostri interessi nazionali - sicurezza, commercio, energia - con qualsiasi alleato riusciremo a trovare. Prima di tutto viene la stabilità. Il vostro affabile despota locale può anche essere un figliodiputtana, ma quanto meno sarà il nostro figliodiputtana. O così candidamente immaginiamo.

Questa è la posizione di default di buona parte della diplomazia europea. È il buonsenso di Jacques Chirac. È abbastanza bizzarro, ma è anche la posizione che finisce con l´avere parte della sinistra europea, portatavi dalla sua opposizione alla "diplomazia trasformazionale" alla Bush o alla Blair, o semplicemente dall´automatismo del "se Bush è favorevole, allora noi dobbiamo essere contrari". Avendo seguito da vicino il dibattito in corso in America nelle ultime settimane, credo che anche negli Stati Uniti stia crescendo l´opposizione all´agenda della democratizzazione.
È sempre esistita una posizione "realista" Repubblicana, associata a personaggi come Henry Kissinger e Brent Scowcroft, consigliere nazionale per la sicurezza del presidente George Bush Sr. Dopo l´Iraq, e quest´ultimo imbroglio, questa posizione potrebbe riguadagnare terreno e prendere il sopravvento sui Repubblicani nel periodo che precede le elezioni presidenziali del 2008. Potrebbe altresì prendere il sopravvento sull´altra parte della politica americana. Se si analizza il dibattito sulla politica estera tra i Democratici, si scopre una forte vena di questo "realismo", anche se adesso lo si etichetta con l´aggettivo "progressivo". La tesi secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero tirarsi indietro da questo mondo pernicioso, badare ai propri interessi economici e trovare alleati ovunque si può sta affascinando una significativa parte dell´elettorato Democratico. Per molti Democratici il fatto che l´attuale presidente Bush si sia identificato così energicamente con la promozione della democrazia è un´altra ragione per essere scettici al riguardo della promozione della democrazia. Se democratizzare il Medio Oriente significa Iraq, Hezbollah e Hamas, meglio non provarci nemmeno.
Io credo che questa sia proprio la conclusione sbagliata da trarre da tutto ciò. Nel lungo periodo la crescita delle democrazie liberali effettivamente è la speranza migliore per il Grande Medio Oriente. É la migliore speranza di modernizzazione, di cui il mondo arabo ha disperatamente bisogno; la migliore speranza di affrontare alla radice le cause del terrorismo islamico, quanto meno nella misura in cui quelle cause sono radicate in quei Paesi piuttosto che tra i musulmani che vivono in Occidente; e la migliore speranza di permettere ad arabi, israeliani, iraniani, curdi e turchi di vivere fianco a fianco senza ostilità. Si tratterà, in ogni caso, di una lunga marcia. Sappiamo, da altre situazioni in altre regioni, che la fase intermedia di transizione verso la democrazia sarà un periodo pericoloso. Quella transizione di fatto può aumentare il rischio di violenza, specialmente nei Paesi spaccati al loro interno da spartiacque etnici o religiosi, e laddove si affrettano i tempi della competizione politica tra i partiti per il potere senza aver prima predisposto uno Stato funzionante, con confini ben definiti, un monopolio quasi esclusivo della forza, la legalità, mezzi indipendenti di informazione e una sana società civile. Questo è quanto è accaduto nell´ex Yugoslavia. Questo è quanto sta accadendo in modi diversi in Palestina, in Libano e in Iraq. Una democrazia liberale a tutti gli effetti contribuisce alla pace. Una democratizzazione parziale e incompleta può aumentare il rischio di belligeranza.

Ciò che dovremmo fare noi, nella comunità mondiale delle democrazie liberali consolidate, è non abbandonare il perseguimento della democratizzazione, ma perfezionarlo. Dovremmo riconoscere che soltanto in circostanze eccezionali (come nella Germania e nel Giappone del dopoguerra) le democrazie vengono effettivamente alla luce sotto occupazione militare, e che l´obiettivo di far nascere la democrazia di per sé non legittima un intervento militare. Dovremmo ammettere che, come ha scritto di recente il dissidente iraniano Akbar Ganji sul New York Times, è meglio che i popoli trovino da soli il loro cammino verso la libertà, mentre nostro dovere è quello di aiutarli nel modo in cui vogliono essere aiutati. Dovremmo imparare dall´esperienza che un sicuro monopolio della violenza organizzata, le frontiere ben controllate, la legalità e i mezzi indipendenti di informazione sono tanto importanti quanto le elezioni, e potrebbe essere necessario che venissero prima di esse. Dovremmo imparare che lungo la strada si devono condurre trattative con alcune persone o regimi davvero sgradevoli, come Siria e Iran. E dovremmo ricordare che in questo sporco e complicato vecchio mondo gli ex fautori della lotta armata e persino chi la pratica - i terroristi, se si vuole - possono diventare leader democratici. Come Menachem Begin. Come Gerry Adams. Come Nelson Mandela.
Cerchiamo quindi di non buttare il bambino/democratizzazione con l´acqua del bagnetto/Bush. Siamo in presenza di un´idea eccellente, che deve soltanto essere tradotta in realtà meglio, e con pazienza, e a lungo raggio. La conclusione esatta di questo ragionamento, pertanto, è strana ma vera: un po´ di democrazia è un pericolo. Assicuriamocene quindi molta di più.
(Traduzione di Anna Bissanti)

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