Come un anno di grazia
Eddyburg
Auguri per un anno nuovo. Pieno di grazia. Da il manifesto del 3 gennaio 2006


Chi andrà al Quirinale? Chi a palazzo Chigi? Chi al senato, chi alla camera, chi nei municipi delle città in cui si rinnovano i governi comunali, chi andrà con chi nei movimenti interni ai partiti e alle coalizioni? Anno elettorale, annus terribilis: rischiamo di non sentire parlar d'altro, già non si sente parlar d'altro. E quando il palco della rappresentanza occupa tutta la scena, con le sue luci abbaglianti nasconde sempre quello che rappresentato non è, e talvolta nemmeno rappresentabile. Tutta la politica che si fa fuori da quel palco, non per amore di quelle luci ma per amore del mondo, come diceva Hannah Arendt; e in Italia se ne fa tanta, e si deve non poco a questa politica irrappresentata e irrappresentabile se restiamo in piedi malgrado il declino e malgrado le crepe sempre più profonde nella crosta della politica istituzionale. Auguriamoci dunque che le luci abbaglianti del gioco del «chi» non nascondano troppe cose, fatti e persone più vitali e meno rugosi. Auguriamoci anche di poter restare al mondo e di poter continuare ad abitare lo spazio pubblico senza dover imparare per forza che significa aggiottaggio, insider trainer, plusvalenza, opa, scalata eccetera eccetera. Ci sono lingue che è bene imparare per comunicare con più mondi, e lingue che servono solo per entrare in mondi ristretti che hanno pochissimo da dire. Auguriamoci anche di non impararle, queste lingue ristrette, dalle intercettazioni telefoniche, che sono una schifezza sia che peschino a sinistra sia che peschino a destra. Un buon anno sarebbe un anno che facesse scendere l'Italia nella classifica dei paesi più spioni del mondo.
Un buon anno sarebbe anche un anno che, invece di far diventare pubblico il privato con le intercettazioni sulla stampa e il gossip in tv, facesse ridiventare politico il personale. Fra le due circostanze c'è un abisso, anche se sembra una differenza di dettaglio. Auguriamoci che le manifestazioni prossime venture a sostegno della 194 non si limitino a difendere un diritto ma servano a far uscire dal buco del privato quelle esperienze, ragioni, passioni personali che la politica dovrebbe ridiventare in grado di ascoltare e di raccogliere: che servano a parlare di sessualità e non solo di aborto, di desiderio e non solo di fecondità o sterilità, di amore e non solo di pacs, di relazioni e non solo di matrimoni etero e omosessuali. Auguriamoci anche che facciano tesoro del femminismo degli anni settanta, ma senza somigliargli troppo: c'è già Casini (Carlo) a incarnare l'eterno ritorno dell'uguale, alle donne - come sempre - conviene fare differenza, anche da se stesse.
E naturalmente da come gli altri le vorrebbero. Auguriamoci che le signore scandinave che dovranno per forza, quote rosa alla mano, entrare nei consigli d'amministrazione delle aziende se ne inventino qualcuna per smarcarsi dagli obblighi paritari. Auguriamoci che gli obblighi paritari non diventino un catechismo interiorizzato anche nei paesi come l'Italia, in cui di quote rosa non se ne parla né nei consigli d'amministrazione né nei parlamenti, e non per amore della differenza ma per zelo della misoginia. Auguriamoci che le donne al governo, in Germania in Cile e dovunque siano, mettano un segno di grazia in un mondo sgraziato. Un buon anno sarebbe un anno con la grazia, non quella divina ma quella di cui gli umani sanno essere capaci quando la posta non è lo scontro ma la cura della civiltà.

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