«Una buona Finanziaria ma manca il progetto»
Fausto Bertinotti
Intervista di Simone Collini al Presidente della Camera dei deputati, su l’Unità del 21 ottobre 2006


FAUSTO BERTINOTTI non si unisce al coro dei preoccupati: il governo - dice nell’intervista all’Unità - durerà cinque anni. E sulla Finanziaria ha parole di apprezzamento anche se avverte il rischio di non rendere visibile la «visione» sociale che essa contiene. E sul Pd: «Attenzione, anche se non lo condivido».

«I regolamenti parlamentari così come sono venuti definendosi - aggiunge Bertinotti - costituiscono un problema per il governo delle istituzioni. Quello attuale è un sistema che penalizza sia la maggioranza che l’opposizione, perché non consente alla prima di esercitare il suo diritto-dovere di decidere e non consente alla seconda di esprimere il suo diritto-dovere di essere influente nel percorso di formazione delle decisioni. Dunque un problema esiste, ma penso che sia impossibile affrontarlo e risolverlo per la legislatura esistente, mentre si può lavorare a una proposta strutturale per il futuro».

Ma intanto? Ancora una volta potrebbe essere posto il voto di fiducia su una Finanziaria.
«È una consuetudine che tutti lamentiamo. Il ricorso al decreto legge e l’utilizzazione della fiducia come derimenti della controversia parlamentare sono due elementi a cui bisognerebbe far ricorso soltanto eccezionalmente, altrimenti diventano una patologia. È evidente infatti che entrambi costituiscono una limitazione del diritto dell’assemblea».

La maggioranza ricorda all’opposizione che lo stesso avvenne nella scorsa legislatura.
«Non ci si può appellare al precedente quando questo in tutta evidenza è la manifestazione di una patologia».

Dov’è allora la via d’uscita?
«Non c’è altra via che quella del consenso. E per quel poco che vale anche la presidenza della Camera nei giorni scorsi si è adoperata in questa direzione, interloquendo con i capigruppo della maggioranza e dell’opposizione».

Risultato?
«Intanto, si è evitata una precipitazione in questa settimana di una conclusione, cioè che si strozzasse il lavoro della commissione, che invece ha avuto il tempo per poter procedere e concludere i suoi lavori ordinatamente. Questo può definire un percorso che seppure con delle criticità sia da parte dell’opposizione che della maggioranza, può consentire una non belligeranza sulla procedura».

Lo giudica un fatto importante?
«Lo è, perché è evidente che un conflitto procedurale rende opaca la questione dei contenuti».

La non belligeranza può darsi solo se l’opposizione non presenta migliaia di emendamenti e se il governo si mostra disposto al confronto, non crede?
«È chiaro, e penso che in questo senso un terreno di ricerca è la valorizzazione del lavoro di commissione. Un reale confronto in questa sede, non strangolato dai tempi, con la maggioranza non impermeabile alle argomentazioni dell’opposizione, può consentire una conclusione certamente non unanime, ma neanche di contrapposizione frontale. In questo caso, nell’impossibilità di giungere a un’approvazione nei tempi utili si potrebbe ricorrere alla fiducia, che interverrebbe però non su un atto di volontà unilaterale del governo ma sulle conclusioni della commissione».

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Chiti aveva proposto alle forze di opposizione di sintetizzare le loro posizioni in pochi emendamenti.
«La trovo una proposta giusta. Ma siccome ho un’interpretazione del ruolo di presidente della Camera che non è quella dello speaker, non mi taccio e dico anche che c’è un simmetrico: il governo a sua volta vari dei provvedimenti che abbiano la stessa sinteticità. Perché non si può presentare una Finanziaria di 217 articoli e poi risultare convincente nella richiesta di selezionare gli emendamenti».

Diceva che un dibattito sulle procedure può mettere in ombra i contenuti di questa manovra. Però non sembra che susciti molti consensi questa Finanziaria.
«Faccio una premessa: essendo la Finanziaria materia su cui decide anche il Senato e la Camera, è evidente che non ho titolo per esprimermi. Però un’osservazione politica generale bisogna farla. Penso che l’impianto sia coerente con il programma del governo e che i primi passi sul terreno della politica economica e sociale, pur senza avere la brillantezza dei primi passi in materia di politica internazionale, sono capaci di attrarre un consenso nel paese».

Cos’è allora che non consente il realizzarsi di questo processo positivo attorno alla Finanziaria?
«Diversi fattori. Primo: la mancanza di una percepibile visione di società. Questo non è un elemento di poco conto. Non essere in grado di far valere nei confronti del paese la visione di prospettiva entro cui sono iscritte delle misure vuol dire amputare la loro capacità di organizzazione del consenso. Specie se si deve, come io credo, fare fortemente leva sui ceti popolari, lungamente penalizzati da una distribuzione del reddito iniqua e da una condizione sociale caratterizzata da una crescente incertezza e precarietà».

Gli altri elementi che impediscono il dispiegarsi del consenso?
«Penso che si sia determinata una tendenza da cui bisogna uscire, quella alla polarizzazione della società attorno alla centralità del governo. Il consenso o il dissenso è nei confronti del governo, con una sostanziale marginalizzazione dei grandi soggetti sociali e politici. I sindacati e Confindustria ce la fanno ancora perché in qualche modo svolgono un ruolo o negoziale o concertativo. Ma i partiti, anche per il forte prevalere del sistema maggioritario e per il peso che ha rivestito Berlusconi, sono venuti affievolendosi nella loro presenza. Per una coalizione riformatrice, la presenza nella società civile del dibattito sulle scelte che si compiono è un punto decisivo».

Finite le ragioni che frenano il consenso?
«C’è n’è un’altra, e sono i tanti elementi di disturbo presenti in una Finanziaria così articolata e complessa. Questi tre elementi hanno secondo me finora oscurato l’impianto principale della Finanziaria. Aggiungo che a rendere poi ancora più difficilmente decodificabile l’impianto principale risultano i tanti conflitti che, trascinati, hanno indebolito la possibilità di organizzare il consenso. L’ultimo è quello sul Tfr. Anche se non do un giudizio di valore, dico che è bene che sia arrivato l’accordo con le parti sociali, ma nel frattempo abbiamo assistito a quindici giorni di bombardamento su un elemento determinante della manovra».

Riassumendo?
«Il deficit è di progettazione politica, non è nelle singole scelte compiute con questa Finanziaria».

Prodi, nell’intervista al Pais, ha parlato di pressioni sulla politica. Il quadro attuale le sembra solido o rischia di sfarinarsi?
«Penso che questo governo durerà cinque anni, che sia come quei malati sempre pieni di problemi che però non muoiono mai. Ma questa non è una buona ragione per non intervenire. Le cose che dice Prodi - per altro un po’ singolarmente, in un’intervista a un giornale straniero - sono meritevoli di una discussione politica aperta. Perché non si deve mettere all’ordine del giorno della coalizione gli argomenti proposti dal presidente del Consiglio? C’è stata una reazione del tutto incomparabile con l’ordine della denuncia, per quale ragione non ci deve essere un luogo della coalizione di centrosinistra che affronti i problemi politici?»

La denuncia del premier è meritevole di discussione, ma anche fondata?
«A me pare evidente che c’è un’insofferenza da parte di ambienti politicamente ed economicamente importanti del paese nei confronti della coalizione di centrosinistra. E questo per i contenuti che essa esprime».

Si parla di un peso eccessivo della sinistra radicale sulle scelte di governo.
«La trovo un’accusa del tutto fuorviante. E tuttavia, senza che sia vero che l’asse del governo sia spostato a sinistra, questi ambienti giudicano inaccettabili e non adeguati alla fase del paese gli elementi presenti nel programma di governo, che dovrebbe invece avere, sostanzialmente, una piattaforma neocentrista. Sanno bene queste forze che il problema di avere una maggioranza è reale e per questa ragione io non penso che ci siano forti propensioni a cambiamenti di maggioranza: perché irrealistici prima di tutto. C’è invece un fortissimo condizionamento sui contenuti per un cambio di asse politico-programmatico del governo».

Questi cosiddetti poteri forti, secondo lei vedono Prodi come un ostacolo al loro progetto?
«Mi pare evidente che sia così. Non perché Prodi sia amico delle sinistre, ma perché Prodi può vivere solo realizzando questo programma. In questo senso viene considerato un ostacolo. Se ne discuta pubblicamente, perché forse ne viene anche un elemento tonico nei confronti dell’azione del governo».

Un elemento tonico secondo lei può avvenire anche attraverso una riorganizzazione delle forze politiche in campo?
«Quello che penso è che siamo alla fine di un ciclo, nell’organizzazione dei partiti italiani, e all’inizio di un nuovo ciclo. Fin qui c’è stata l’onda lunga della pars destruens dei partiti della prima Repubblica. Ora comincia una nuova transizione, però in pars construens. Si possono costruire cioè dei soggetti politici più rivolti al futuro che segnati dal passato».

La sua previsione?
«Che tra cinque anni, alla fine di questa legislatura o poco dopo, avremo un panorama politico-partitico tutta affatto differente da quello attuale. Non sono sicuro, però, che allo stato attuale sia prevedibile lo scenario futuro. Vedo la situazione come un grande cantiere edile, con tanti lavori in corso. Ma per capire che edificio sarà alla fine bisogna aspettare di arrivare al tetto, perché in realtà anche questa pars construens ha tanti elementi di incertezza nelle fondamenta».

Prendiamo il Partito democratico.
«Ho verso di esso un atteggiamento di attenzione, seppure non ne condivida né il progetto né l’impianto. Ne capisco la ratio, per due partiti come i Ds e la Margherita. Debbo dire che non sono neanche così sicuro che si realizzi l’esito atteso. Propendo per un sì, ma propendo. Se devo essere onesto, l’impianto riformistico che dovrebbe presiedere a questa costruzione a me sembra troppo sfocato, cioè non vedo i lineamenti che lo dovrebbero rendere vincente».

Una riorganizzazione dei riformisti apre altri fronti.
«È chiaro. Nella nuova epoca anche le forze della sinistra alternativa hanno il problema di ridefinire cosa è oggi una forza che rimetta all’ordine del giorno la questione della trasformazione. Nella mia esperienza, penso che gli elementi di costruzione di cultura politica fatti da Rifondazione comunista siano rilevanti, dal rifiuto dello stalinismo fino alla nonviolenza, tuttavia anche qui penso sia necessario un salto di qualità, anche in grado di aggregare forze le cui energie sono indispensabili nell’intuizione del Partito della Sinistra europea. E penso sarebbe bene anche l’apertura ad altre forze di cultura socialista».

Marini ha definito urgente una modifica della legge elettorale.
«Secondo me bisognerà nel corso della legislatura porvi mano, ma oggi è totalmente immatura la discussione. E quando la si affronterà, bisognerà sbarazzarsi dell’idea, che è stata foriera di danni enormi, che le leggi elettorali fondano la geografia dei partiti».

L’intitolazione da parte del Prc di una sala del Senato a Carlo Giuliani ha suscitato le critiche del centrodestra.
«Mi pare una polemica sconclusionata. Un gruppo chiama con il nome di un giovane ucciso a Genova una sala, mi pare non sia il caso di discuterne. La vera questione è un’altra, ed è scritta nel programma del governo, che bisognerebbe attuare. Parlo della commissione d’inchiesta sui fatti di Genova. Questo è un tema di discussione che andrebbe messo al centro in queste giornate, dal momento che riguarda il problema di costruire una verità condivisa su un passaggio cruciale degli ultimi anni».

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