Auguri a Prodi
Valentino Parlato
Anche nei giorni di festa è utile pensare alla polis, quindi alla politica. Da il manifesto del 24 dicembre 2006


La vigilia di Natale è, obbligatoriamente, quella degli auguri: di Natale e di buon anno. Io e tutti noi del manifesto facciamo senza esitazione i migliori auguri a Prodi e al suo governo (le critiche le abbiamo già fatte e non le dimentichiamo).
Ma gli auguri, se non debbono ridursi a formale retorica, debbono anche tener conto della situazione del soggetto al quale si fanno gli auguri. Ora Prodi è riuscito a portare in porto la finanziaria. È difficile giudicarla ottima, tuttavia ottenuto il voto la situazione di Prodi diventa più difficile. I vari e diversi soci dell'Unione, che finora erano obbligati a sostenere la finanziaria e quindi il governo, ora che la finanziaria è fatta si sentono più liberi e più attenti ai loro interessi particolari. Dall'altra parte anche l'opposizione ora che non corre più il rischio di assumersi la responsabilità della finanziaria (anche per lei sarebbe stato un problema non di poco peso) si sente più libera e più aggressiva. Il 2007 non si annuncia tranquillo.
L'altro giorno Prodi al Tg1 ha dichiarato, con un po' di arroganza, che «non si governa per essere popolari, ma per cambiare il paese». Mi viene da dire che il paese non si cambia senza il consenso del popolo, che è vario. Ma Prodi, subito, aggiunge che le priorità per il 2007 sono le riforme economiche. Domanda d'obbligo: quali? Andrebbe subito detto, al popolo, quali riforme. Dicendo anche a quale parte del popolo la riforma (da definire) porta vantaggio e per quale altra parte del popolo comporta un costo.
In una società complessa (un popolo) non ci sono riforme che fanno il bene di tutti e, pertanto, hanno anche un costo per chi le riforme le vuole e le attua. Mi pare utile ricordare che nel 1950, sotto la pressione delle lotte contadine e bracciantili, la Democrazia Cristiana approvò una riforma agraria e vale ancora ricordare che quella riforma segnò la rottura del blocco del 18 aprile del 1948: e produsse una notevole perdita di voti da parte della Dc ed emersero missini e monarchici.
Questo per dire che quando si parla - come fa Prodi - di riforme non si tratta di regalie a tutti, al ricco e al povero, ma di danneggiare qualcuno a vantaggio di qualche altro. Senza questa coscienza e questa sincera precisazione, le riforme rischiano di essere - anzi sono - parole al vento.
Allora, rinnoviamo i più sinceri e interessati auguri a Romano Prodi, ma, allo stesso tempo, gli chiediamo di essere più chiaro sulle annunciate riforme: quali, a quale prezzo? Prodi insiste a dire che l'obiettivo del suo governo è «far crescere l'Italia». Ottimo, ma a vantaggio di chi e a spese di chi? L'interrogativo è d'obbligo tanto più che la finanziaria approvata non manca di confusioni e equivoci.
Se si parla, e a ragione, di separazione della società dalla politica questo dipende anche dal fatto che la politica è assai poco «chiara e distinta». Poi, sullo sfondo, c'è la questione delle pensioni: sarebbe assurdo che il positivo allungamento della vita media invece che un successo di tutti debba essere un danno per chi ha lavorato e non è morto secondo i calcoli attuariali del passato. Dobbiamo dire: si stava meglio quando si moriva prima?

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