Usa, alla fine della Luna
Ida Dominijanni
“Politica o quasi”, si intitola la rubrica della Dominijanni su il manifesto. La intitolerei invece “Politica e oltre”. Questo articolo è del 17 maggio 2005.
Usa, alla fine della Luna

Politica o quasi”, si intitola la rubrica della Dominijanni su il manifesto. La intitolerei invece “Politica e oltre”. Questo articolo è del 17 maggio 2005.

Condoleeza Rice è contrariata per il danno inferto all'immagine degli Stati uniti dall'articolo di Newsweek - poi parzialmente smentito, ma quattro ex detenuti invece lo confermano - sulle profanazioni del Corano nel campo di Guantanamo. Dice che tutta questa storia rovina gli sforzi degli americani di migliorare i rapporti col mondo musulmano, che dopo gli abusi di Abu Ghraib ci voleva poco per riaccendere l'odio antiamericano e che qualcuno l'ha tirata fuori apposta. Per la verità il danno principale di quell'articolo consiste nei morti e feriti negli scontri che ha scatenato in Afghanistan, ma su questo Rice sorvola. Il suo ragionamento non fa una piega nella logica perversa che domina l'amministrazione e mezza società americana dall'11 settembre in poi, e che consiste nel mettere gli Usa nel posto della vittima anche quando con ogni evidenza occupano quello del carnefice. E così quella promettente domanda - perché ci odiano tanto? - che sulle ceneri delle Torri gemelle si ponevano i bambini con l'apertura mentale dei bambini, diventa un'interrogativa retorica a risposta chiusa: ci odiano tanto perché siamo liberi e buoni; non c'è niente da correggere, niente da cambiare, siamo i migliori ed è questo che i barbari non ci perdonano. Slavoj Zizek ha messo in rilievo più volte questo paradosso, anche su queste pagine. Con maggiore impatto mi è capitato di sentirlo mettere in ridicolo poche sere fa da Laurie Anderson, nota artista multimediale della scena newyorkese in concerto all'Auditorium di Roma con una performance sull'estetica della guerra, la spiritualità e il consumismo. E' come quando la più antipatica della classe si convince che i compagni di scuola la odiano perché è la più bella, recita Laurie e tronca: «ma non è per questo, è perché è la più stronza».
Performance di rara intensità, The End of the Moon, secondo atto della trilogia cominciata con Happiness, in cui Anderson raccontava di quando se n'era andata a lavorare in un Mc Donald per scendere temporaneamente dal piedistallo privilegiato dell'artista e calarsi in un pezzo di vita ordinaria. Stavolta invece racconta di un viaggio con la Nasa, prima artista a essere incorporata nel santuario del sogno americano di conquista dello spazio. E da un verso all'altro del suo testo minimalista, fra una nota e l'altra dei violini estenuati sulla base elettronica ossessiva e monotonale, il sogno si capovolge in incubo. L'incubo del progresso, della conquista, dell'espansione, del primato del più forte. Lo stesso primato a cui la piccola Laurie veniva educata quando usciva di casa per andare a scuola e la madre la salutava con un «vinci!» invece di preoccuparsi di vedere come stava.
Che c'era da vincere? Niente, canta adesso l'adulta, sola sul palco in nero anch'esso minimalista, a rappresentare la solitudine malinconica dell'epoca della guerra permanente, «questa guerra non finirà mai e lo sappiamo tutti». La performance comincia con il ricordo dell'11 settembre, neanche a dirlo, e finisce con la fantasia di un'implosione dello spazio, ritorno allo status quo ante big bang, «almeno questa storia finirà com'era cominciata». In mezzo non c'è nessuna àncora occidentale, solo sprazzi di spiritualità orientale. Altro che la democrazia da esportare e i nostri valori da universalizzare. La luna è finita, il sogno americano pure, resta l'incubo e i cocci dello Shuttle da raccattare fra la costa della Florida e quella della California.
Paranoia malinconica e disperata, l'opposto esatto della paranoia onnipotente di Condoleeza Rice. Dovremmo farci calamitare meno dal delirio del potere americano, e volgere ogni tanto lo sguardo sulla sua vittima prima, gli americani che lo subiscono senza riuscire a contrastarlo, attori di una soap «scritta da troppi sceneggiatori che lavorano di notte, all'oscuro, senza che noi ne sappiamo mai niente».

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