Ricordo di Fabrizio Giovenale
Vezio De Lucia
Lo conobbi quarant’anni fa, nel mio primo giorno di lavoro al servizio studi e programmazione del ministero dei Lavori pubblici dove ero stato destinato dopo aver vinto un concorso per urbanista del genio civile. Avevo deciso di intraprendere la carriera ministeriale avendo seguito con appassionato interesse l’inchiesta condotta dal ministero sulla frana di Agrigento dell’estate del 1966. L’architetto Fabrizio Giovenale era il capo del servizio, veniva dall’Ina casa, l’ente benemerito che, a partire dal 1950 realizzò alcuni dei migliori interventi di edilizia pubblica del primo dopoguerra (e dissennatamente sciolto all’inizio degli anni Settanta). Ministro dei lavori pubblici era il socialista Giacomo Mancini, erano gli anni d’oro del primo centro sinistra, una stagione attraversata da un’autentica e operativa volontà di riforma in campo sociale ed economico. Il servizio studi era incardinato nella direzione generale dell’urbanistica, regno incontrastato di Michele Martuscelli, uomo potentissimo che controllava l’attività urbanistica ed edilizia di tutti i comuni italiani. Era diventato famoso per aver curato, per conto di Mancini, l’indagine sulla frana di Agrigento provocata dalla turpe speculazione edilizia che aveva snaturato la città dei templi. Il dibattito che si sviluppò alla Camera mise sotto accusa la Democrazia cristiana e, più in generale, la sordida alleanza fra speculatori e amministratori che non era una prerogativa di Agrigento ma riproponeva la situazione di tutte le città italiane, con l’eccezione di Bologna e dintorni e di pochi altri luoghi.

Al termine del dibattito parlamentare, Mancini mise mano al provvedimento poi noto come “legge ponte”, che doveva avere carattere temporaneo: un ponte verso quell’organica e compiuta riforma che ancora stiamo aspettando. Giovenale partecipò attivamente alla stesura della legge ponte, che non fu una misura marginale, anzi, con il passare degli anni, ha assunto un rilievo cruciale nella vicenda urbanistica nazionale. Obbligò tutti i comuni a dotarsi di un piano, moralizzò l’istituto della lottizzazione e inventò i cosiddetti standard urbanistici, quelli che, trentotto anni dopo, la controriforma proposta da Maurizio Lupi, deputato milanese di Forza Italia, intendeva condannare a morte. A Giovenale si devono in particolare le norme puntuali ed efficaci relative alla tutela dei centri storici, tema allora non certo popolare. Se in Italia, a differenza degli altri paesi europei (e di questo dovremmo essere fieri), i centri storici sono stati conservati, anche se ormai prevalentemente occupati da funzioni improprie, lo si deve a quelle rigorosissime prescrizioni e all’indiscussa competenza di Giovenale: è un suo grandissimo merito di cui credo che pochi siano informati.

Alla successiva stesura degli standard urbanistici, con Martuscelli, Giovenale e il presidente del Consiglio superire dei lavori pubblici, Vincenzo Di Gioia, partecipò il meglio della cultura urbanistica italiana, Mario Ghio (che si impegnò moltissimo), Giovanni Astengo, Edoardo Detti, Luigi Piccinato, Giuseppe Campos Venuti, Alberto Todros, Marcello Vittorini, fra i più giovani Edoardo Salzano. Mi colpì il fatto che Campos, Salzano, Todros e altri erano comunisti, esponenti dell’opposizione, eppure perfettamente integrati nell’attività ministeriale. Era consociativismo? In un certo senso, sì. Ma penso che raramente l’interesse pubblico sia stato così efficacemente perseguito come in quelle circostanze. Il nostro lavoro era seguito da un gruppo di giornalisti che potrei definire specializzati, fra i quali Antonio Cederna, Vittorio Emiliani, Vito Raponi. L’approvazione del decreto sugli standard (forse l’atto più importante dell’urbanistica italiana contemporanea) fu preceduta da ripetute riunioni, caratterizzate da aspri scontri, in particolare con alcuni sindaci e costruttori che contestavano l’obbligo di prevedere negli strumenti urbanistici congrui spazi per il verde pubblico, considerato un lusso, uno spreco che l’Italia non poteva permettersi.

Dopo l’esperienza del servizio studi del ministero, per qualche tempo Giovenale fu direttore generale dell’Ises – istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale, un ente pubblico che si occupò in particolare della ricostruzione dei comuni della valle del Belice distrutti dal terremoto del gennaio del 1968 – dove lavorava anche Marcello Fabbri, un altro importante protagonista dell’urbanistica progressista, recentemente scomparso – e so della sua partecipazione alle vivaci assemblee che si svolgevano nei consigli comunali dei comuni disastrati per discutere della forma dei nuovi abitati. Si occupò a lungo d’Italia nostra, di cui fu anche vicepresidente, ma non tollerava il disimpegno politico che prevaleva allora in quell’associazione. Partecipò alla fondazione della Lega per l’ambiente (che ebbe origine da una costola dell’Arci). Poi si dedicò all’ambientalismo a tempo pieno, a mano a mano estendendo il campo dei suoi interessi e del suo proselitismo dall’urbanistica all’ecologia, scrivendo moltissimo, soprattutto su Avvenimenti e poi su Liberazione, fino a pochi giorni prima della morte, contestando con determinazione l’economicismo della sinistra, affrontando anche i temi terribili della crisi ecologica terminale e del destino dell’umanità.
Giovenale, anzi Fabrizio (appena lo conobbi, mi disse subito di darci del tu, cosa che mi parve stupefacente, venivo da un’attività privata dove vigevano rapporti molto formali) fu dunque il mio primo e impareggiabile maestro di urbanistica. L’urbanistica era tutt’uno con la politica (che l’urbanistica è una parte della politica l’ho imparato da lui). Mi fece capire che non si può non essere schierati. Era un militante socialista della sinistra di Riccardo Lombardi, severamente critico verso l’inclinazione ai compromessi e ai vantaggi personali che cominciava a dilagare nel Psi, ma non fu mai anticomunista come succedeva a tanti suoi compagni. Il lavoro ministeriale non era chiuso nelle stanze di Porta Pia ma si dilatò subito al mondo dall’associazionismo, del volontariato, dei poteri locali: l’Arci, l’Uisp (indimenticabile il rapporto con Giuliano Prasca), le Acli, l’Udi (che fornì un contributo importantissimo per la definizione degli standard), la Cgil e alcuni sindaci e assessori che sperimentavano l’urbanistica partecipata furono nostri interlocutori abituali. Mi fu anche maestro di scrittura, un maestro severissimo. Leggendo la mia prima relazione, disse che dovevo impegnarmi con zelo per raggiungere un livello accettabile per un funzionario dello Stato. Insisteva per la semplicità e la chiarezza del linguaggio. In seguito, lavorando con altri, ero stupito del fatto che non mi correggessero con pignoleria, come faceva Fabrizio, ogni riga delle cose che scrivevo.

Se ho raccontato di me medesimo è solo per testimoniare la straordinaria attitudine di Fabrizio nella formazione dei giovani, che è il modo migliore, come ha ricordato eddyburg, di operare “per il futuro di noi tutti”.

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