La grande crisi ambientale e il ruolo delle sinistre nel mondo
Fabrizio Giovenale


Noi preoccupati da sempre del disinteresse della stampa per le questioni ambientali non ci possiamo più lamentare. C’è stato il Living Planet Report 2006 del WWF, poi prima che quello finisse nel dimenticatoio è uscito l’Observer con il Rapporto di Sir Nicholas Stern commissionato da Blair, e subito appresso Nairobi... La prima volta, che io ricordi, che l’ambiente è stato per più di una settimana di seguito su tutti i giornali. Su Liberazione si sono seguiti gli editoriali di Piero Sansonetti, Ritanna Armeni e Carla Ravaioli mentre Sabina Morandi forniva il suo quotidiano contributo di informazioni preziose, e poi le corrispondenze sul vertice in Africa (ennesimo fallimento, tra l’altro, con l’ulteriore rinvio di qualunque decisione importante)... In tutti i casi: a me questa sembrava una buona occasione per far fare un passo in avanti al modo di ragionare delle sinistre al riguardo.

Provo a spiegarmi. Carla Ravaioli notava che da buon economista Nicholas Stern, per esser certo di richiamare l’attenzione sul suo Rapporto, ha provato a tradurne i risultati in quattrini. Al di là dei guasti climatici, degli scioglimenti di ghiacci, delle desertificazioni avanzanti, dei 200 milioni di profughi scacciati da terre sempre più inaridite, ha sparato la cifra di 3,68 trilioni di sterline (5,5 trilioni di Euro, il 20% del Pil mondiale) come prezzo per il mancato intervento sul mutamento climatico. E’ stata quella la cifra strombazzata da tutti i giornali. Evidentemente lo ha fatto perché è consapevole che quello dei soldi è il solo linguaggio comune a tutte le sfere di potere del mondo.

Approccio al problema che comporta il rischio però (è questa la critica di Ravaioli) che anche le soluzioni vengano ricercate soltanto attraverso strumenti economici, oltreché tecnologici: rifiutando ancora una volta cioè di imboccare la strada più giusta, che è quella di sgombrare le nostre menti dai criteri monetari come unico metro per valutare le cose e deciderci a perseguire le finalità dichiaratamente anti-economiciste - della maggior possibile riduzione degli sfruttamenti di risorse terrestri nei cicli correnti di produzione-e-consumo.

Vorrei provare adesso a riprendere il filo del discorso da un altro capo messo in particolare evidenza da Ritanna Armeni. Quello della dimostrazione data da Stern dell’impossibilità materiale per un solo paese, per importante che sia, di incidere in misura apprezzabile sulla soluzione di questi problemi fintantoché gli altri seguitano a non darsene per intesi. La conclusione che ne discende “o tutti insieme o nessuno” a me sembra peggio che catastrofica. Significa in pratica un invito a tutti a non far niente di niente, perché tanto non servirebbe... Probabilmente è per questo che Stern mette avanti la questione dei soldi: perché ritiene meno difficile metter d’accordo le grandi potenze economiche che i singoli Stati. Cadendo però nell’altro rischio che Ravaioli denuncia: che dall’interesse delle Multinazionali, che vedono nella questione ambientale soltanto una nuova occasione di guadagni e di affari, non possa venire in sostanza niente di buono. Anche perché, aggiungerei, non è affatto detto che sia più facile metter d’accordo i colossi economici che le Nazioni.

Ritanna Armeni, nel ricordare le conclusioni di Stern sulla necessità di “un accordo globale di tutti i paesi del mondo per un intervento immediato e pianificato”, mette in evidenza che questo significa riconoscere a tutto l’ambiente fisico planetario il carattere di “bene comune”. Un’idea di sinistra, d’accordo, positiva teoricamente, ma che non mi sembra possa arrivare a nascondere lo sconforto profondo che ci deriva dall’impossibilità materiale di fare praticamente alcunché per levarci davvero dai guai. La convinzione che ormai “non ci resta che piangere”.

Sta di fatto che il genere umano non s’è mai trovato di fronte a una tragedia futura-prossima di questa portata. Trilioni di sterline a parte: si tratta né più né meno della sopravvivenza per popoli interi. Sappiamo infatti che c’è già chi pensa a salvare sé stesso a spese della distruzione degli altri: c’era anche questa tra le motivazioni dei neocons statunitensi nel loro tentativo (fortunatamente fallito, come stiamo vedendo) di procedere a suon di bombe alla conquista del mondo. Già nel 1970 il sociologo USA Garret Hardin scriveva “se non ce n’è per tutti meglio a noi soli, e che crepino gli altri”)... Mentre l’idea solidaristico-socialista del pari diritto di tutti alla vita si scontra dovunque con difficoltà continuamente crescenti.

Già, perché qui sta il busillis. Giorgio Ruffolo parlava su la Repubblica di “gigantesco problema di ristrutturazione sociale, riorganizzazione politica e ripensamento etico della società umana”. E in quell’editoriale del 25/10 Sansonetti metteva in discussione la natura stessa del capitalismo, “che porta nel suo dna un enorme definitivo difetto: la dittatura della crescita dei consumi e quindi il rischio di rovina del pianeta”.

Vedete dov’è che voglio andare a parare? Da quel che ci dice Ritanna Armeni sull’ambiente fisico “bene comune” e dalle parole di Sansonetti sulla messa in crisi del capitalismo, mettendo insieme due- più-due mi sembra risulti evidente che, se c’è ancora una qualche speranza di riportare a vivibilità questa Terra (niente è recuperabile al cento per cento, d’accordo, ma niente è mai nemmeno completamente perduto), sta oggi nel realizzare una nuova forma di comunismo che basi la ricerca di equità nella ripartizione dei beni su motivazioni profondamente diverse da quelle passate. Un comunismo lontano, cioè, dal contesto ipotizzato da Marx di ricchezza complessiva in aumento, e fondato invece sulla realtà dello squilibrio crescente fra popolazione mondiale e risorse, e quindi sull’assioma lapalissiano che se le risorse scarseggiano la sola cosa ragionevole e decente da fare è metterle in comune e ripartirle fra tutti il più equamente possibile.

Come dire che in un momento tanto drammatico di situazione di bilico per il futuro del genere umano, la sola speranza di salvezza è “spostata a sinistra”. Dipenderà da noialtri - così frastornati ed incerti finora sul nostro destino sgombrarci la testa da qualunque residuo di fisime economiciste mutuate dai nostri avversari, abbracciare convinti l’idea della messa in comune del bene unitario rappresentato dalla biosfera terrestre, trasmettere ad altri la nostra convinzione, batterci senza sosta e senza quartiere contro il mostruoso aggregato degli interessi capitalisti ostinati a non voler vedere quel che sta cambiando sotto i loro stessi occhi, ristabilire i valori della solidarietà interumana, unire le forze per la ricostituzione ancora possibile della vivibilità della Terra...

Che dite? Sto vaneggiando? Può darsi. Ma se si riflette alle difficoltà che abbiamo incontrato finora nel definire la nostra idea di rifondazione di un comunismo del XXI° Secolo, se poniamo mente a quanto si sta rivelando problematico individuare una linea di pensiero e di azione per la Sinistra Europea, non è difficile accorgerci che ci si sta offrendo se pure in extremis e quando già quasi-tutto sembra perduto una prospettiva di validità incontestabile. E che noi soli attenzione possiamo portare avanti. Un compito storico per le sinistre come non l’hanno mai avuto, che ci piomba addosso già quasi-fuori dal tempo massimo. Il che lo rende ci piaccia o meno ancor più impegnativo.

Chiaro che questo è un discorso che va approfondito e verificato portandolo avanti. Troppe cose ci sarebbero ancora da dire...

Limitiamoci a una. Che per tentar di risolvere la questione ambientale le “terapie morbide” non bastano più. Beninteso: sperimentare energie alternative, razionalizzare edilizia e trasporti, riciclare i rifiuti e quant’altro sono cose che vanno fatte. E’ quel che hanno cominciato a capire (Ravaioli ricorda) perfino i potentati economici pronti a metter le mani sul nuovo business-ambiente... Ma non è questo (quantomeno non questo soltanto) che serve. E’ produrre di meno, è consumare di meno, è ritornare per certi aspetti a condizioni pre-industriali di parsimonia nei comportamenti. E’ adattarci definitivamente all’idea (ricordate la polemica dell’anno scorso su queste pagine?) di sostituire un sistema basato sui consumi crescenti con un sistema industrial-produttivo “in decrescita”. In aperto contrasto con gli interessi economici dominanti nel mondo e con la mentalità che c’è dietro. E’ dedicare d’ora in avanti gran parte delle forze lavorative mondiali al risanamento ambientale: rimboschimenti, risanamenti idrogeologici, ripuliture e quant’altro.

In altre parole: è rifiutare una volta per tutte e per sempre di lasciarci guidare da criteri di competitività e concorrenza. E’ mettere realmente alla base di tutte le nostre scelte politiche la solidarietà fra gli esseri umani. E’ batterci contro la rete oppressiva e violenta dei potentati economici che detengono i massimi poteri nel mondo. Cose da far tremare soltanto a pensarle, d’accordo. Ma che rappresentano per la sinistra (di questo faremo bene a convincerci, per quanto difficile ed ostico sia) la più grande occasione storica che le si sia mai presentata per assumere il ruolo protagonista in una travagliatissima fase della vicenda umana.

Senza cadere in eccessi di catastrofismo né di retorica: a me sembra che ci si prospetti se saremo capaci di tenerci all’altezza dei problemi reali la possibilità di dedicarci a una missione certamente drammatica, ma forse decisiva per la prosecuzione dell’avventura umana su questo pianeta.

Quattro articoli di Liberazione
per Fabrizio Giovenale

Piero Sansonetti

E’ morto Fabrizio Giovenale. Aveva 88 anni. E’ morto la sera del 21 dicembre, proprio quando noi abbiamo iniziato lo sciopero dei giornali. I lettori di Liberazione lo conoscono benissimo. Sanno quanto fosse difficile spiegare bene, come lo faceva lui, perché l’ambientalismo è diventato un pilastro per ogni politica di sinistra. Fabrizio, credo, è stato il padre più importante dell’ambientalismo italiano, uno dei primi a scoprire quanto fosse stretto il legame che unisce la difesa dell’ambiente alla lotta per la giustizia sociale. Lui ci ha fatto capire come e perché il sistema capitalistico - il liberismo moderno - non è compatibile con la difesa dell’ambiente. E come la distribuzione equa delle ricchezze - e dunque la lotta contro gli eccessi di accumulazione - è fondamentale per salvare le risorse della terra, cioè il futuro del pianeta.

Su questo giornale, anche recentemente, Fabrizio è stato protagonista di battaglie culturali “epiche”, di dibattiti di altissimo livello. Per esempio quello che abbiamo ospitato nell’estate del 2005, aperto da un suo articolo di formidabile lucidità, e che ha visto impegnati - con grande passione e persino con punte di faziosità - da una parte quelli che la politologia chiama gli “ambientalisti” e dall’altra quelli che chiama gli “operaisti”. Per operaisti si intendono i sostenitori della crescita economica come condizione indispensabile per la giustizia sociale; gli ambientalisti invece - come Fabrizio - sostengono che l’urgenza di un nuovo modello di società può ammettere anche fasi di contenimento dello sviluppo economico e persino di decrescita.

Fabrizio odiava il pil, la politica del pil, l’economia del pil, la religione del pil. Sentiva che il pil, cioè quello che lui riteneva un feticcio, era diventato la bussola di tutti - il cuore del pensiero unico - e deviava le idee della sinistra spedendole su un binario

Non so come faremo da ora in avanti, noi di Liberazione. Fabrizio aveva una capacità di scrittura, una efficacia nel sollevare i temi, nel dirigere le discussioni, nello spiegare i processi più complicati, che nessuno di noi ha. Il giornale perde non solo uno dei suoi collaboratori più prestigiosi: perde una penna che è molto difficile sostituire.

Ho conosciuto recentemente Fabrizio. Solo quando sono arrivato a Liberazione, nel 2004. Prima sapevo chi era (era stato anche amico di mio padre, negli anni ’70 e ’80, quando lavorava al ministero dei lavori pubblici ed era una delle teste più intelligenti del socialismo lombardiano), e con lui ho avuto un rapporto prevalentemente telefonico. Però davvero intenso. Perchè lui, quando ti chiamava, non voleva solo proporti un articolo, voleva parlare delle grandi questioni, dire la sua opinione e sentire la tua, proporti la visione del mondo, aiutarti a costruire delle idee. Era difficile non volergli bene, non farsi conquistare da questo vecchio, con la voce ormai un po’ fioca, ma col cervello sempre in movimento, e con idee nuove, giovani, fresche, assolutamente anticonformiste.

Roberto Musacchio

Fabrizio Giovenale è stato un uomo importante. Importante per la sua famiglia, per sua moglie Marina, i suoi figli e i suoi nipoti. A questi ultimi ha dedicato alcuni suoi scritti a simboleggiare la sua straordinaria capacità di attraversare le generazioni guardando sempre, da ambientalista, a quelle future. Lo è stato per noi, donne e uomini della politica, delle sinistre e dell’ambientalismo italiano che abbiamo avuto il privilegio e il piacere di essergli vicino con quella sua capacità unica di offrire i contributi più ricchi e preziosi con una disponibilità totale e una assoluta semplicità. Fabrizio era egualmente presente agli appuntamenti più solenni e prestigiosi come alle riunioni più comuni e ordinarie. Ma lui è stato un uomo importante per questo Paese, l’Italia. Lo dico con convinzione e senza alcuna retorica sapendo quanto ne fosse lontano e insofferente. Giovenale è stato un dirigente di primo piano di importanti strutture pubbliche; ha collaborato in gabinetti di ministri nell’esperienza del primo centrosinistra; è stato alla guida di associazioni ambientalistiche storiche, nuove e nuovissime; ha accompagnato le sinistre italiane in modo ricco e creativo. E’ stato un uomo di fortissima impronta morale in cui l’etica non era astratta ma si concretizzava in un senso del pubblico come bene comune e un amore per la fisicità e la materialità di questo pubblico, e cioè l’ambiente, il territorio, le città. L’ambientalismo è stato per lui esattamente l’espressione di questa etica pubblica. In nome di essa ha instancabilmente operato da dirigente pubblico, da politico ambientalista, da uomo di cultura. Ha denunciato le miserie e le stoltezze delle classi dirigenti che specie in questo paese nella degradazione dell’ambiente hanno mostrato tutta la loro mancanza di senso civico. Ma ha anche costantemente incalzato le sinistre, criticato senza sconti le culture industrialiste, le povertà culturali o la meschinità di compromessi privi di sguardi sul futuro. Lo ha fatto con una grande capacità di conoscenza delle cose concrete, l’ambiente e le sue leggi; e con una incessante opera di ricerca e di innovazione di pensiero. Per questo è stato naturale trovarsi assieme in questi ultimi quindici anni della sua vita nell’impresa di rifondare contemporaneamente un ambientalismo e una sinistra critici. Lui che aveva dato tanto di se a Italia Nostra e a Legambiente si impegnava ora nella costruzione della Sinistra Rossoverde e del forum ambientalista. Lui uomo di sinistra si trovava accanto a noi di Rifondazione comunista e della Sinistra europea. E questo trovarsi insieme non avveniva in momenti saltuari ma in un impegno quotidiano e minuzioso. Né questa nuova impresa della sua vita lo aveva sottratto agli altri soggetti di impegno di anni precedenti con cui aveva sempre mantenuto una relazione convinto che occorresse comunque mantenere un profilo unitario. Anche perché voleva che provassimo a cambiarlo questo Paese sprofondato del berlusconismo. Ne sentiva un’urgenza testimoniata da tanti suoi scritti come l’ultimo libro che volle uscisse prima delle elezioni con bellissimo titolo “La risalita”. Ma questa propensione unitaria si accompagnava a una grande radicalità e acutezza di pensiero. Le sue elaborazioni critiche della globalizzazione e sul valore dell’economia locale e dei beni comuni sono tra il meglio della cultura altermondialista in cui lui si trovava a proprio agio. Giovenale è stato anche uno scrittore importante, giornalista, saggista, uomo di cultura militante, quotidiana, fuori da ogni torre d’avorio. Un uomo bello che amava il suo paese e la sua città, Roma, e il mondo. Rendere omaggio a questa tua vita importante è il minimo che possiamo fare insieme a dirti che ti vogliamo bene e che continueremo a sentirti vicino nel fare le cose che ci hai insegnato.

Sabina Moranti

Fabrizio Giovenale se n’è andato il 21 dicembre scorso, dopo una lunga vita piena d’affetti, d’impegno e di riflessioni lucide e profonde sulle quali si sono formate più generazioni di ambientalisti. La morte però, rende egoisti e chi ha conosciuto Fabrizio non può che sentirsi un po’ più solo, come se fossimo stati abbandonati dalla guida sicura di una mente ben ancorata alla realtà, una mente critica e lucida ma anche in grado di conservare e dispensare a piene mani una speranza combattiva. Personalmente non ho avuto la fortuna di formarmi alla sua scuola come tanti urbanisti diventati in seguito famosi Antonio Cederna o Vezio De Lucia, tanto per citare i più noti e il nostro rapporto è nato giusto qualche anno fa, in seguito alla lettura di alcuni articoli che lo avevano spinto a contattarmi. Rassicurata e lusingata da un “tifo” così autorevole, mi sono volentieri lasciata coinvolgere in un confronto serrato durante il quale, malgrado la differenza generazionale, abbiamo scoperto una comunanza di vedute che stupiva entrambi. Per quanto mi riguarda, ho attinto a piene mani dal suo ottimismo, un ottimismo tanto concreto quanto informato e nient’affatto ingenuo.

Ero prevenuta, lo ammetto. Non mi aspettavo in un ottantenne tanta lucidità e tanta capacità di tenere il passo con gli eventi. Ogni volta che ci parlavi, Fabrizio aveva sempre letto il libro appena uscito, la rivista più contestata, l’articolo più discusso, e argomentava con un entusiasmo e un’umiltà che fanno difetto a molti quarantenni. Non c’era traccia in lui dell’arroganza che scaturisce dall’aver fatto tante cose importanti. Le sue esperienze di politica istituzionale fu a capo del servizio studi e programmazione dei Lavori pubblici durante gli anni d’oro del primo centro sinistra, quando le riforme si facevano sul serio non l’hanno né corrotto né sfiduciato ma sono probabilmente alla base di quella concretezza che ha continuato a mostrare in tutti i suoi scritti.

Ai dilettanti di ogni categoria Fabrizio insegnava quella serietà che forse solo una formazione scientifica può garantire. Ai professionisti della scienza e dello sviluppo cercava di insegnare invece che non esistono solo le strade già tracciate e che l’utopia non è un sogno da lasciare ai poeti ma un impegno, una responsabilità della politica che non rinuncia a cercare di trasformare l’esistente. In La risalita, libretto pubblicato in fretta e furia da Punto Rosso durante la scorsa campagna elettorale, Fabrizio aveva individuato alcune strade per risalire dalla spirale distruttiva che il mondo sembra avere imboccato. Il punto di vista di Giovenale, com’è noto, è sempre stato quello rosso-verde, il che non significa soltanto poter vantare una militanza durata mezzo secolo ma avvertire con forza l’impellenza di una crisi ambientale divenuta sempre più evidente eppure, paradossalmente, sempre più lontana dagli orizzonti della politica. Com’è possibile che la politica abbia rinunciato a ogni tentativo di regolare l’espansione di una globalizzazione basata su di una crescita cieca e meramente quantitativa incapace di fare i conti con i limiti fisici del pianeta? Ma soprattutto si chiedeva Fabrizio - come invertire questa tendenza?

Con parole leggere e scrittura colloquiale Fabrizio metteva, come si dice, i piedi nel piatto. Per esempio invitando, nel suo ultimo scritto, a interrogarsi su alcune questioni a lungo rimandate, come ad esempio «la deformazione economica della laicità illuminista» che ha fortemente influenzato la sinistra anche perché «la dottrina marxista, che ha guidato l’azione delle sinistre nel mondo per un secolo e mezzo, si fonda sulla stessa interpretazione economicista della realtà del capitalismo suo antagonista» ovvero, sempre per dirla con le sue parole, si è trattato di «contendersi il manico della padella per cuocere la stessa frittata». Però, sosteneva Fabrizio, la stagione delle guerre permanenti insieme all’accelerazione delle crisi ambientali riporta alla ribalta quell’intuizione basata su di un’idea di società «intesa come equa distribuzione dei beni collettivi quanto come limitazione dei diritti individuali su di essi», limitazione che però va direttamente in rotta di collisione con quell’idea dello sviluppo illimitato condivisa dalla maggior parte della sinistra.

Il problema è che per sperare ancora nella pace, per uscire dallo sfruttamento neo-coloniale dei popoli e delle risorse del sud del mondo, o anche semplicemente per dar da mangiare a tutti quanti, non ci sono scorciatoie: bisogna abbandonare il paradigma dominante e imboccare drasticamente la via della decrescita, ovvero abbracciare con forza «l’idea di ridurre i consumi delle risorse terrestri (e cioè delle materie prime per le lavorazioni industriali) che incontrava e incontra l’ostilità del “popolo di sinistra”». Lungi dal coltivare, sia per l’Italia che per l’Europa nella sua interezza, la rincorsa della competitività a ogni costo, Fabrizio suggeriva di abbracciare decisamente un altro modello, diventarne i campioni e poi magari “venderlo” altrove. Come? Premiando ad esempio il “ciclo corto” (ovvero i cicli locali di produzione e consumo) e favorendo il rimpiazzo delle risorse mancanti, in primo luogo metalli e petrolio, attraverso ogni tipo di agevolazione fiscale che sostenga le iniziative di risparmio energetico sia nella produzione che nell’edilizia di riconversione e di diffusione delle rinnovabili. Tutto ciò, oltre a prepararci per la crisi alimentare causata dal simultaneo aumento della popolazione planetaria e dall’esaurimento dei combustibili fossili (che sono alla base dell’agricoltura industrializzata), restituisce sovranità agli Stati e sottrae il controllo alle gigantesche multinazionali, le prime beneficiarie della globalizzazione.

Decrescita, beni comuni, giustizia climatica, ri-localizzazione delle imprese. Per quanto poco utilizzate nel nostro paese, queste sono le parole d’ordine dei movimenti antagonisti di mezzo mondo, parole che riescono perfino a trovare udienza nella politica istituzionale, lì dove ha preso il potere una sinistra non troppo asservita agli interessi delle grandi corporation. In Italia, dove anche chi aveva la competenza e l’esperienza per fare questi discorsi come Fabrizio ha imboccato la strada della subalternità culturale, queste sono ancora parolacce perfino in casa comunista. Fabrizio chiamava “sogni” le sue arrischiate panoramiche, aggiungendo che sognare è un diritto e insieme un dovere per chi non s’accontenta dell’esistente e percepisce l’orrore di una crisi ecologica terminale. Volentieri raccogliamo il testimone dalle mani di uno che, questo dovere, se lo è accollato fino alla fine. Anche se, senza di lui, sognare sarà molto più difficile.

Franco Russo

Di Fabrizio Giovenale, del suo pensiero e dei suoi propositi testimoniano i suoi libri, articoli, documenti; delle sue molteplici attività, ci parleranno a lungo le organizzazioni politiche e le associazioni ambientaliste di cui è stato partecipe e ispiratore. Io lo ricordo quando venne, a metà degli anni ’80 al cinema Andrea Doria, nel quartiere Trionfale di Roma, occupato per impedire la sua trasformazione in centro commerciale (e ci riuscimmo). Giovenale sostenne con la sua autorità e intelligenza quella lotta che continuava le iniziative per difendere la città dallo scempio urbanistico e anticipava quelle per darle un nuovo volto proprio attraverso la conservazione delle sue straordinarie risorse storiche, architettoniche, ambientali. Sindaco Petroselli, fu con Cederna e La Regina tra i più convinti sostenitori del parco urbano dei Fori imperiali da congiungere a quello dell’Appia, per salvare così i monumenti romani e aprire il più grande sito archeologico del mondo. Fabrizio pensava a una città capace di innovarsi preservando storia e natura, anzi si sforzava sempre di immaginare come rinaturalizzare l’ambiente urbano e conservare le grandi testimonianze del passato. Negli ultimi anni spiegava come la riforestazione e la cura del territorio sarebbero state le vere modernizzazioni per il nostro paese. Parchi urbani e parchi archeologici, ridisegno della città per riavvicinare luoghi del lavoro e luoghi della vita, per superare i ghetti dormitori e il vuoto di sera nei quartieri degli uffici: la sua inventiva era inesauribile, e la sua produzione di proposte non si fermava davanti agli interessi costituiti. Per questo è stato sempre a sinistra, cercando in questo ‘luogo’ le risorse per le sue azioni culturali e politiche.

Nasce socialista lombardiano, impegnato come dirigente del Ministero dei lavori pubblici, sostenne con determinazione i tentativi di riforma urbanistica dei primi anni ’60 del secolo scorso. Protagonista di Italia nostra, vera fucina dell’ambientalismo italiano, poi tra gli ispiratori di Legambiente vissuta come un’esperienza della nuova società civile impegnata in un processo di trasformazione oltre i limiti dell’agire politico tradizionale. Quando sentì che questa operazione si scontrava con nuovi limiti, giustificati con le compatibilità del presente, Fabrizio già con alle spalle decenni di impegno, ma giovane come sempre di mente e di cuore, si lanciò in nuove avventure senza paracadute.

Alla fine degli anni ’80, Fabrizio con altri ambientalisti di rango Nebbia, Ravaioli, Falqui, De Lucia, Ricoveri, Amendola, Bettini, Berdini, Prestipino, Molinari dà vita ad associazioni, gruppi di lavoro, iniziative che, pur senza avere dimensioni di massa, hanno avuto la forza di suscitare e orientare le diffuse mobilitazioni sul territorio e di salvaguardare il nucleo di innovazione culturale del pensiero ambientalista. Il pensiero ambientalista era per Fabrizio la via per costruire la sinistra alternativa e la base per individuare le vie della trasformazione del capitalismo. Partecipò, con Nebbia, alla rinascita dell’Università verde a Roma, voluta da L. Nieri al Podere rosa, per insegnare e diffondere le idee dell’ambientalismo rossoverde. Continua fu la sua polemica con l’economicismo della sinistra tradizionale, che vedeva riaffiorare anche nelle nuove formazioni politiche, e con l’idea gemella dello ‘sviluppo sostenibile’ che giudicava un’illusione perché non metteva in discussione l’illimitatezza propria del capitalismo globalizzato. Prese parte, con pazienza e tolleranza, alle diverse aggregazioni a cui demmo vita per espandere e dare consistenza politica al pensiero rossoverde; puntuale a tutti gli appuntamenti nelle sedi più disagiate, ha legittimato i nostri sforzi, è stato il nostro ‘padre nobile’, la cui intelligenza ci aiutava a trovare il filo culturale delle nostre ipotesi e delle cose da intraprendere.

Scriveva libri di analisi teorica ma anche documenti politici, si cimentava con le questioni organizzative e con la povertà dei nostri mezzi: se oggi si può parlare di rossoverdi, lo si deve in gran parte a Fabrizio. Era un laico convinto, e questo gli consentiva di dialogare anche con coloro di cui non condivideva le posizioni o da cui si era separato \u2212 forte di un accorto scetticismo che gli evitava di cadere in posizioni dogmatiche. Anche il suo stile affabile, cordiale lo rendeva prezioso in mondi difficili, inclini a dividersi piuttosto che trovare le comunanze; non aveva ambizioni di potere: gli bastava, a ragione, la sua autorevolezza, intelligenza e cultura, che lo rendevano ‘oggetto del desiderio’ di tutti. Non a caso scriveva su diversi organi di stampa della sinistra, sempre mantenendo le sue posizioni chiare, impegnate, motivate. Nel tragitto degli anni ’90, attraverso il Forum ambientalista, ci siamo incontrati con Rifondazione comunista, dove ambientalisti di antico impegno Musacchio innanzitutto e dirigenti politici come Gianni, Sentinelli, Vinci hanno saputo cogliere la ricchezza delle proposte e il potenziale di innovazione del pensiero rossoverde. Fabrizio ci ha dato la forza di avviare nuovi percorsi, che venivano illuminati dalla sua ricerca intellettuale che non si è mai fermata, se non con la sua morte. Io gli sarò sempre grato della sua fiducia, e del tempo che ci ha dedicato. Sono sicuro che ha avuto una splendida vita, piena di affetti l’amore di una intera esistenza con Marina -, e tesa sempre al futuro che vedeva nei suoi figli e nei suoi nipoti a cui ha dedicato un bellissimo libro.

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