Fabrizio, ottimista fatto così
Carla Ravaioli
«Durare per pensare ancora». E' l'invito che Fabrizio Giovenale con disperato ottimismo rivolgeva a tutti e a se stesso nel suo ultimo libro, La risalita (Punto Rosso, 2006). Questo mi è tornato a mente ieri mattina quando mi è stata data la notizia della sua fine. Questo in qualche modo descrive il coraggio con cui per alcuni anni di grave malattia ha continuato a lavorare, a scrivere, a pensare, a regalare agli altri il frutto del suo «durare».
Questa è d'altronde la chiave di tutto il suo operare come urbanista e come ambientalista della prim'ora (attivo con i padri dell'ecologismo italiano, Aurelio Peccei, Antonio Cederna, Laura Conti, uno dei fondatori di Legambiente, vicepresidente di Italia Nostra). E' la regola della sua capacità di indignazione di fronte agli scempi disinvoltamente perpetrati ai danni di città e paesaggi, e ai volgari intrallazzi e ai grossi interessi che li mettono in moto, ma anche del suo insistere nella speranza di poter raddrizzare le cose di poter porre argine allo sfascio del mondo. Perché, dopo aver denunciato il paradosso della specie umana, da sempre impegnata a contrapporsi alla natura, alla quale d'altronde continua a appartenere, dopo aver inveito contro la sua storia, che ha usato sfruttato modificato la natura, fino a aggredirne e stravolgerne le leggi e a smarrire quella coscienza del limite che è regola e base di continuità per tutte le altre specie viventi, Fabrizio si ferma a riflettere sul percorso evolutivo dell'umanità, sulla fioritura del pensiero, ciò che - afferma - dovrebbe bastare a ridarci la carica, a ritrovare il coraggio di sperare. E' così che nei suoi libri ( Come leggere la città, 1977, Il tempo delle vacche magre, 1981, Nipoti miei, 1995, Rapporto Uomo-Terra: che cosa è cambiato, 2005) e più ancora nella sua attività giornalistica (svolta su Paese Sera, Avvenimenti, il manifesto, e ora principalmente su Liberazione, La nuova ecologia, QualEnergia) ha condotto una continua martellante intelligente militanza. Incapace di rassegnarsi all'idea che l'umanità non sappia recuperare la consapevolezza dell'intrinseco rapporto tra la propria realtà e l'ecosistema, non si renda conto che la Terra ha delle misure precise e non dilatabili che gli umani ai tempi di Cristo erano circa 260 milioni e oggi sono 6 miliardi e 300 milioni, e che i loro consumi sono andati sempre aumentando e oggi aumentano a ritmo vertiginoso; che dunque non è più possibile far quadrare i conti, che anzi i conti sono già sballati da un pezzo, e peggiorano. Che non sappia insomma arrestare in tempo la sua corsa verso l'abisso.
Ma i suoi attacchi non erano certo genericamente diretti contro la specie umana. Altri erano i bersagli che colpiva più duro. Era l'indifferenza, quasi senza eccezioni, della politica in presenza del problema ambiente. Era «una politica malata di economicismo», e non soltanto a destra. Perché - diceva - anche a sinistra ben pochi riescono a sottrarsi alla razionalità dominante, di un impianto sociale e economico tutto proiettato verso l'assurdo di una crescita senza limiti; anzi si spingeva a sostenere che anche la tradizione marxista è in qualche misura viziata da una lettera economicistica della realtà, per certi versi non lontana da quella del capitalismo.
Fabrizio pubblicava gran parte dei suoi articoli su Liberazione, il giornale di Prc, votava e apertamente dichiarava di votare per il Prc, ma questo non gli impediva di parlare chiarissimo, d'altronde apprezzato dalla maggioranza dei lettori, e anzi da molti guardato come un maestro. Fu lui tra l'altro, nell'estate del 2005, ad aprire proprio sulle colonne di Liberazione un dibattito su crescita e consumi che si protrasse a lungo con numerosi e qualificati contributi, debordando anche sulle pagine del manifesto, e però suscitando non poche reazioni di pesante dissenso. Fabrizio era fatto così. Si occupava ampiamente anche di quelli che sono, dovrebbero essere, i provvedimenti elementari per la difesa dell'ambiente, dal risparmio idrico e energetico, al risanamento del territorio, al rimboschimento, all'organizzazione della città per la sua migliore utenza da parte della popolazione, ma non perdeva mai di vista l'obiettivo centrale: la necessità di un sistema economico compatibile con la realtà naturale, riparando «ai guasti che la logica di mercato produce in tutti i cervelli del mondo». Non un piccolo programma. Ma a lui più che a ogni altro si attagliava il detto gramsciano «il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà». Non c'è dubbio che l'ottimismo alla fine in lui prevaleva «durare per pensare ancora», sollecitava. Lui l'ha fatto fino all'ultimo. Tre giorni fa ha scritto ancora un articolo, mi dice Marina, la sua amatissima consorte. Persone come Fabrizio Giovenale non sono facili da sostituire. Ci mancherà davvero molto.

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