Fabrizio Giovenale
Vezio De Lucia
É scomparso ieri sera nella sua casa romana Fabrizio Giovenale, urbanista, scrittore, uno dei fondatori dell’ambientalismo italiano, fin all’ultimo ha collaborato a Liberazione. Ho avuto la fortuna di conoscerlo quarant’anni fa, fu il mio primo e mai dimenticato maestro di urbanistica. Era capo del servizio studi e programmazione dei Lavori pubblici, quando era ministro Giacomo Mancini, gli anni d’oro del primo centro sinistra. Allora le riforme si cercava di farle davvero, e Porta Pia era frequentata dal meglio della cultura urbanistica italiana. Il capo indiscusso, il direttore generale, era Michele Martuscelli. Con lui e con Giovenale collaboravano Giovanni Astengo, Antonio Cederna, Edoardo Detti, Luigi Piccinato, Giuseppe Campus Venuti, Mario Ghio, Alberto Todros, Marcello Vittorini, il giurista Massimo Severo Giannini, fra i giovanissimi Edoardo Salzano e chi scrive. Ero stato destinato al Servizio studi dopo aver vinto un concorso per urbanista del Genio civile (anzi, sulla Gazzetta Ufficiale stava scritto concorso per ingegnere architetto urbanistico). Avevo deciso di intraprendere la carriera ministeriale avendo seguito con appassionata partecipazione le vicende della frana di Agrigento del 1966 e la successiva rigorosissima indagine condotta dagli uomini di Mancini. Non mi pareva vero di poter collaborare con tante personalità. Giovenale, anzi Fabrizio (mi disse subito di darci del tu, cosa che mi lasciò sconvolto, venivo da luoghi dove vigevano rapporti molto formali) mi fu anche maestro di scrittura. Un maestro severissimo. Leggendo la mia prima relazione, disse che non ero analfabeta, ma dovevo impegnarmi per raggiungere un livello accettabile per un funzionario dello Stato. Insistette per la semplicità e la chiarezza del linguaggio. E accanto all’urbanistica e alla scrittura, educava alla politica, alla solidarietà, all’antifascismo. Mi fece capire che non si può non essere schierati.

Collaborammo tutti alla stesura del famoso decreto sugli standard urbanistici, una grande vittoria dell’Italia civile, dopo scontri furibondi con i difensori degli interessi fondiari. Ancora oggi, trentotto anni dopo, non manca chi cerca di fare marcia indietro. Finita ahimé la stagione del primo centro sinistra, si occupò di Italia nostra, della ricostruzione del Belice e sempre di politica (l’urbanistica come parte della politica credo che sia stato il primo a sostenerlo). Quando lo conobbi era un militante socialista, duro e puro, mai anticomunista come succedeva a tanti suoi compagni. Negli ultimi anni ha militato in Rifondazione.

Come spesso succede in queste dolorose circostanze, scrivendo di una persona che se n’è andata si finisce di scrivere di se stessi. Me ne dispiaccio, ma questo piccolo ricordo vorrei che fosse inteso soprattutto come omaggio alla straordinaria attitudine di Fabrizio di formare i giovani. Scrisse sempre moltissimo, sempre rivolto soprattutto ai giovani. Era questo il modo migliore, per Fabrizio, di lavorare (come ricordava eddyburg.it nel dare la notizia) “per il futuro di noi tutti”.

Su questo sito vedi Che coraggio quel piano ambientale per la Sardegna!, la recensione al libro di Hans Bernoulli, La città e il suolo urbano, e Costruire altre case? Se ne può fare a meno

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