Serve un'analisi di classe
Vezio De Lucia
Ancora due rapide riflessioni intorno all’urbanistica contrattata...
Ancora due rapide riflessioni intorno all’urbanistica contrattata, alla deregulation o, se volete, agli “atti negoziali” del disegno di legge Lupi (il quale ha ripreso la corsa verso l’approvazione alla Camera dei deputati, il che rende urgente una nuova mobilitazione come quella promossa da Eddyburg all’inizio dell’anno). Che deregulation e simili siano a favore della rendita fondiaria e che la rendita fondiaria in Italia sia in vertiginosa espansione sono cose note, almeno ai nostri lettori, e non mancano notizie in proposito. Meno nota e documentata è la questione opposta: da chi è pagata l’espansione della rendita? Si sa che se aumenta la rendita diminuiscono le risorse per impieghi produttivi. Ma sarebbe importante un’analisi e un’approfondita documentazione sul prezzo pagato alla rendita dai ceti sociali più sfavoriti. Sarebbe importante, in altre parole, un’analisi di classe, come si diceva una volta, delle nuove tendenze in materia di governo del territorio.

Prendiamo il caso dell’edilizia pubblica. I Peep sono ormai archeologia (per i lettori più giovani, l’acronimo significa Piani per l’edilizia economica e popolare). Le case popolari non sono più titolari di politiche o di finanziamenti ad hoc e la mancanza di risorse fornisce il pretesto per inedite, ulteriori agevolazioni agli operatori immobiliari e alla speculazione fondiaria. Io ti rendo edificabile un suolo agricolo, tu mi cedi qualche alloggio per l’emergenza abitativa (non importa dove, non importa come). Iniziative del genere sono in corso a Roma. Ed è noto l’esempio di urbanistica contrattata bolognese denunciato dalla Compagnia dei Celestini, quello di via Due Madonne, dove un edificio per l’edilizia pubblica funge da schermo, lungo l’autostrada, per proteggere dal rumore e dall’inquinamento i retrostanti edifici per famiglie meno sfortunate. Che dire poi degli standard urbanistici? Una conquista epocale, un diritto alla vivibilità garantito a tutti i cittadini italiani negli anni del primo centro sinistra, occasione di memorabili vertenze sociali, che si propone di smantellare e che in molti luoghi si sta smantellando. Sarebbero molto utili indagini mirate e osservazioni sistematiche, che questo sito potrebbe raccogliere.

La seconda questione sulla quale sarebbe utile che Eddyburg sviluppasse un confronto riguarda il rapporto fra le nuove tendenze dell’urbanistica e il mondo dell’illegalità. È indubbio che deregulation e affini tendono, oggettivamente, ad affermare una concezione dell’urbanistica come regno del tutto è possibile, dove la trasgressione è bella, la spregiudicatezza è un valore. Secondo i propagandisti della new wave, quest’impostazione doveva aiutare, tra l’altro, a contrastare le spinte agli abusi e all’uso selvaggio del territorio favoriti dai lacci e laccioli di un’opprimente e insensata normativa edilizia. Mi pare che succeda l’esatto contrario. A Roma, per esempio, sono 85 mila le domande di condono. Riguardano i nove anni (1994 – 2003) che intercorrono fra le due ultime leggi per la sanatoria edilizia. Proprio gli anni del “pianificar facendo” e della contrattazione, pratiche che dovevano arginare l’illegalità e che invece sembra siano state il brodo di coltura dell’abusivismo e dei fuorilegge.

Nei comuni del Mezzogiorno strozzati dalla malavita servirebbero, in edilizia come in ogni altro campo dell’azione pubblica, politiche di assoluto rigore, anche per fornire a operatori e cittadini modelli di comportamento alternativi alle sregolatezze di tanti interventi governativi. La legittimazione della contrattazione a oltranza e in ogni dove, asseconda, invece, inevitabilmente, le peggiori tendenze e la formazione di un personale politico che assomiglia, sempre più spesso, anche a sinistra, a Cetto La Qualunque, strepitoso protagonista di una trasmissione (e di un libro) di Antonio Albanese, quello che propone di piantare un pilastro di cemento armato per ogni bambino che nasce.

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