loader
menu
© 2024 Eddyburg
Paolo Berdini
Le tre piaghe: traffico, centro storico, periferie
13 Novembre 2006
Roma
La crescita a Roma non è un mito, ma a quale sviluppo corrispondono i dati trionfalmente esibiti dal sindaco Veltroni? Da Carta Etc, anno 2 n.10, novembre 2006, “La questione romana”

L’economia romana cresce a ritmi maggiori di quella nazionale. E’ un dato oggettivo, ci sono i numeri concreti delle statistiche, non servono dimostrazioni. Affermare che in questi ultimi anni le condizioni di vita urbana sono notevolmente peggiorate è invece una tesi, e richiede una doverosa dimostrazione. La faremo partendo dai tre più evidenti segnali della crisi urbana: il blocco quotidiano del traffico automobilistico, lo stato della periferia e il degrado del centro storico.

I veicoli dei romani sono quasi due milioni e 400 mila. A questi bisogna aggiungere 600.000 tra motorini e moto di grossa cilindrata. Ogni abitante dispone di un’automobile; uno su quattro di uno scooter. Cifre impressionanti che non hanno uguali in ogni altra città italiana o del mondo. Roma ha infatti 893 auto per ogni 1000 abitanti a fronte di una media italiana di 724. Il confronto con l’Europa è disastroso. Il massimo numero di automobili è raggiunto da Madrid, 464 ogni mille abitanti. Vienna ne ha 363. Stoccolma 297.

Serve l’automobile perchè l’espansione urbana ha raggiunto nell’ultimo decennio una dimensione gigantesca. Lo studio redatto dallo stesso comune di Roma (Assessorato alle politiche di attuazione degli strumenti urbanistici, Dipartimento IX, Carta dell’uso del suolo, Roma 2004) misura l’estensione dell’urbanizzazione a cavallo dell’anno 2000 in46.000 ettari. L’estensione della città è di 129.000 ettari. Sottraendo dunque l’urbanizzato, restano inedificati 83.000 ettari. Se togliamo anche le previsioni del nuovo piano regolatore 2003-2006, e cioè 70 milioni di metri cubi di cemento pari ad un consumo di suolo di almeno 15.000 ettari, gli spazi agricoli si riducono a 68.000 ettari, il 52% del territorio. Aumenta la dissipazione del territorio e gli spostamenti tra residenza e lavoro.

Nelle relazioni del nuovo piano regolatore si continua invece ad affermare che “88.000 ettari di territorio romano sono sottratti all’urbanizzazione e mantenuti per sempre all’attività agricola”. Non è vero, ventimila ettari sono già stati urbanizzati o lo saranno in tempi brevissimi. Sono stati occupati dalla grande espulsione di abitanti di questi anni. Nel periodo compreso tra i censimenti del 1991 e il 2001, hanno abbandonato Roma circa 178 mila persone, una città come Modena. Con l’attuale indice medio di persone per famiglia (2,42), fanno quasi 80 mila famiglie.

Nel 2001 i quartieri dentro l’anello ferroviario hanno una popolazione residente inferiore a quella del 1951. Il fenomeno inedito è che anche nella periferia interna al Grande raccordo anulare è in atto un forte decremento di abitanti: nell’area compresa tra l’anello ferroviario e la grande arteria stradale è scesa di circa 70 mila abitanti. Tutta la periferia esterna all’anello aumenta invece la propria popolazione di circa 133 mila abitanti, una percentuale superiore al 15%. I romani sono stati spinti oltre il Grande raccordo anulare e fuori dei confini comunali. Dell’insieme degli abitanti che hanno lasciato Roma, infatti, 117 mila si sono trasferiti nei comuni dell’area metropolitana.

Ogni giorno gli abitanti della periferia urbana e metropolitana cercano di raggiungere i posti di lavoro localizzati nel centro della città. Migliaia di veicoli incolonnati la mattina. Migliaia di veicoli incolonnati la sera, nelle ore del ritorno. Dalle due alle tre ore al giorno per spostarsi. Uno spettacolo sempre uguale e sempre più inaccettabile. Per coloro che sono condannati a quella vita e per coloro che ne sopportano le conseguenze in termini di inquinamento. Non è un oscuro destino ad aver condannato quelle persone a recarsi nel centro di Roma ogni giorno. E’ la rinuncia a decentrare i luoghi di lavoro verso aree più esterne, servite da trasporto pubblico su ferro. Il record del numero dei veicoli romani nasce da qui, e se cercate all’interno degli elaborati del nuovo piano regolatore, non troverete nessuna delle impressionanti cifre che abbiamo riportato, né alcuna ipotesi credibile di decentramento delle attività dello Stato che soffocano il centro storico.

Come se il problema non esistesse. Forse perchè la città continua ad attrarre turisti, attività lavorative, alberghi, residenze per studenti universitari, un numero crescente di immigrati dai paesi poveri. Perde popolazione ma richiama nuove attività. Non presenta segni di declino e dal punto di vista strettamente economico attraversa una fase di grande dinamismo. Diventa sempre più invivibile, ma più ricca. Sta diventando un luogo per il consumo voluttuario di massa.

Ance e Nomisma affermano che le abitazioni hanno raddoppiato il loro valore nel giro degli ultimi otto anni. Nei centri storici l’aumento è stato molto più elevato. Nello stesso periodo gli affitti sono lievitati del 150%. A Roma ci sono 10.000 famiglie in stato di disagio abitativo o sotto sfratto. La popolazione sparisce perchè non può pagare i prezzi delle abitazioni. Il nuovo piano regolatore prevede la realizzazione di 70 milioni di metri cubi di edifici: togliendo la parte destinata alle attività terziarie e produttive, resta una quantità di case in grado di ospitare circa 400.000 abitanti. La contraddizione è palese: quasi 200 mila sono stati costretti ad allontanarsi da Roma perché non ce la fanno a sostenere i prezzi degli immobili, e si prevede di costruire una quantità enorme di abitazioni private, dello stesso valore di mercato di quelle abbandonate.

Una quantità così elevata di cubatura non trova dunque giustificazione nei reali fabbisogni della città. Risponde esclusivamente ad alcuni segmenti di mercato (quelli di medio e alto valore) ed è un inaspettato regalo alla proprietà fondiaria. In tempi non sospetti (2003), un attento osservatore delle questioni economiche nazionali, Dario Di Vico, dopo aver sottolineato l’emersione sulla scena romana del fenomeno dei nuovi “immobiliaristi”, lanciava sul Corriere della Sera un quesito di fondo:“E allora chi per il ruolo che ricopre deve ragionare in termini di bene pubblico (e quindi di investimenti nella ricerca e nuovi posti di lavoro) la domanda deve porsela: se l’economia romana torna ad essere trainata dal mattone –per di più fattosi banca- siamo proprio sicuri che sia un segnale positivo? Non sarà il caso di essere più guardinghi?”.

Quali sono le caratteristiche della crescita economica romana? Nello studio Roma e la sua struttura produttiva presentato dall’assessore capitolino all’economia Marco Causi, si legge che nel settore commerciale e del turismo si è verificata in dieci anni una crescita di occupazione di 70 mila unità. E’ positivo che l’economia vada a gonfie vele. Ma, oltre a dover richiamare le condizioni di precarietà che caratterizzano quei settori, dobbiamo anche interrogarci sulle conseguenze sulla città.

Nel 1987 c’erano in tutta l’Italia 40 centri commerciali con superficie superiore a cinquemila metri quadrati. Nel 2005 sono diventati 430 e occupano una superficie di 7 milioni di metri quadrati. Dalla metà degli anni ’90, anche Roma ha visto sorgere un elevato numero di grandi strutture commerciali dei colossi internazionali, Carrefour, Auchan, Coop, Lidl, Pam e altri gruppi minori. Nella distribuzione merceologica di settore hanno aperto sedi Ikea, Leroy Merlin, Castorama ed altri. Tutte le periferie romane sono state riempite fino alla saturazione di medi e grandi supermercati. L’attività ferve anche nell’area metropolitana. Sono stati poi aperti due grandi città del consumo, gli outlet di Castel Romano (McArturGlen) e Valmontone (Fashion district), nel quadrante sud orientale della città. Tra breve ne apriranno altri tre: a Civitavecchia (nord), Sant’Oreste (nord-est) Lunghezza (est). L’accerchiamento della città è compiuto.

Per ogni apertura di medie e grandi superfici di vendita scompaiono almeno 70 piccole botteghe. La struttura commerciale delle periferie -spesso l’unico elemento di relativa complessità di quei tessuti urbani- è sottoposta ad una concorrenza insostenibile ed è destinata in tempi brevi ad una drastica riduzione. Con le politiche di localizzazione delle grandi strutture commerciali si sta perdendo l’ultima occasione di recupero dell’immensa periferia romana.E anche i Programmi di recupero urbano stanno iniziando a dimostrare il loro vero volto: lottizzazioni residenziali e commercio. Le periferie non ne avranno benefici.

Ma il principale fattore della crescita economica della città è il turismo. Il numero di posti letto in alberghi a Roma ha raggiunto nel 2002 la cifra di 93 mila. Dell’intera offerta, quella nel centro storico è di circa 42 mila (44% del totale). Una parte consistente è localizzata a ridosso delle mura aureliane, nei quartieri di Prati e San Pietro (circa 5 mila posti letto) o nella zona delle vie Salaria e Nomentana e dei Parioli (oltre 8 mila posti letto).

Il grande richiamo rappresentato dalla celebrazione del Giubileo 2000, è stato il momento di svolta della ristrutturazione del settore. Oltre al consolidamento dei maggiori gruppi italiani e internazionali già presenti da decenni sul mercato romano (Jolly, Boscolo, Hilton), sono arrivati grandi catene internazionali. Marriott international gestisce l’ex hotel Flora in via Veneto e sta per aprire una nuova struttura di 2.000 posti letto lungo la direttrice Roma-Fiumicino. Anche la seconda catena europea, la Sol Melià, arriva nella capitale. E mentre si concentrano e si espandono i gruppi già presenti (Golden Tulip, Bass hotel e resort, Sifa hotel, Starwood, Choice hotels) sono annunciate le aperture di strutture delle catene statunitensi Hyatt e la Cedant.

Per comprendere le loro dimensioni d’impresa, si può citare il caso della Cedant che possiede 6.300 alberghi sparsi in tutto il mondo. La Choice (marchi Clarion, Confort e Quality) ha 4.200 alberghi per un totale di 400.000 stanze. Si tratta dunque di società il cui bilancio annuale supera la somma del Pil di molti paesi poveri.

La enorme offerta turistica già esistente nel centro antico è considerata ancora insufficiente. Sono attualmente in corso di realizzazione altre strutture ricettive. La prima riguarda la riutilizzazione di edifici a piazza Nicosia, alle spalle di piazza Navona. La seconda il progetto di ricostruzione di un edificio sulle propaggini occidentali del Gianicolo, a due passi dal Vaticano.

Sono iniziative private e –forse- non potevano essere evitate o indirizzate altrove. Stupisce invece l’atteggiamento della stessa amministrazione comunale che promuove l’insediamento di nuovi alberghi in centro. La storica sede del I municipio romano, ospitata in uno splendido palazzo rinascimentale a via Giulia, sta per chiudere i battenti. E’ stata venduta e al suo posto arriverà un nuovo albergo. Una parte del complesso comunale di via dei Cerchi al Circo Massimo, attualmente sede di alcuni uffici, verrà parzialmente venduta. Al suo posto si realizzerà un albergo. Le Ferrovie dello Stato, poi, stanno costruendo un albergo a ridosso delle mura leonine con vista sulla cupola di Michelangelo, sulle aree della stazione ferroviaria di San Pietro. A nulla sono valse le proteste dei residenti che, già provati dall’invasione dei turisti, ne chiedevano la cancellazione.

Le statistiche ufficiali del 2005 parlano di circa 16 milioni di presenze turistiche in strutture alberghiere. Sulla base dell’andamento dei primi otto mesi, per il 2006 si azzarda una previsione di 18 milioni. E’ stato più volte annunciato l’obiettivo di raggiungere i venti milioni di turisti. Se si tiene conto degli incrementi dovuti alle altre tipologie di offerta (residence, abitazioni o campeggi), si può ragionevolmente stimare che non siano meno di 30 milioni all’anno i turisti che affollano la città, o meglio il suo cuore antico. I percorsi turistici sono infatti concentrati nell’area del Campidoglio, nel tessuto barocco, nell’area di Borgo e del Vaticano e poche altre zone. Gli abitanti nel centro storico si attestano sotto la soglia dei centomila abitanti, ma quelli che vivono nella parte investita dal turismo intensivo sono meno di 50 mila. Il numero dei turisti giornalieri supera di due volte il numero dei residenti in quelle zone.

Le attività commerciali, lasciate senza alcun vincolo dalle leggi neoliberiste approvate nell’ultimo decennio, si orientano verso questa enorme massa erratica. Gli esercizi tradizionali legati alla residenza chiudono i battenti e alcune strade sembrano enormi luna park, uguali a quelle di ogni altra città. Pizzerie, gelaterie, paninoteche, e ogni sorta di offerta turistica hanno omologato lo spazio. Un quotidiano stillicidio, come testimoniava Tiziano Terzani in Anan il senzanome. “Sono così pazzo che per protestare contro il degrado di Firenze e della mia amata via Tornabuoni dove una delle più belle librerie di Firenze, la Seeber, è stata sostituita da un negozio che vende mutande firmate, ogni volta che ci passo davanti apro la porta e urlo dentro: “Vergogna!”.

E’ lo squilibrio tra residenti e turisti che sta portando il centro storico ad un degrado irreversibile. Per riportare la normalità in alcune piazze che di notte diventano veri e propri campi di battaglia, siamo arrivati al punto di vietare la vendita di bottiglie in vetro, così da evitare almeno il tiro a segno verso i monumenti e gli abitanti che si azzardano a protestare. Ma sono cure inutili sia nel breve che nel lungo periodo. Si tenta di aggredire l’effetto più evidente del malessere urbano, senza affrontare le cause strutturali di quel sintomo.

Il fatto che il centro storico sia sottoposto ad una pressione turistica insostenibile viene ignorato dal nuovo piano regolatore. Anzi, nella relazione di accompagnamento c’è scritto (pag. 15) che: “Ciò significa un nuovo ruolo per l’area centrale: appare difficile immaginare un suo svuotamento delle funzioni forti né tale ipotesi sarebbe auspicabile (il centro storico come museo)”.

Il centro antico è un immenso pub, una gigantesca catena di pizzerie a taglio. E’ investito da un traffico automobilistico e da livelli di inquinamento insostenibili, da rumori intollerabili diurni e notturni. E dopo dodici lunghi anni di ponderosi studi, i progettisti del nuovo piano hanno trovato il bandolo della matassa: bisogna evitare di far diventare il centro storico un museo!

La forte crescita economica di Roma è dunque basata su tre settori. Sull’intramontabile rendita fondiaria, sul commercio e sul turismo. Il primo è quanto di più arretrato si possa pensare in un paese moderno. Gli altri due sono guidati dall’economia globalizzata. Oltre alle imprese che abbiamo citato, in questi anni sono giunti a Roma i colossi dell’economia internazionale. Nel mondo dei fondi di investimento, ad esempio, oltre al consolidamento delle società italiane candidate a raccogliere il prezioso regalo della svendita del patrimonio immobiliare pubblico (Pirelli real estate, Caltagirone, Progestim della Sai, etc), arrivano società come la Morgan Stanley, il colosso dei fondi di investimento Carlyle, Peabody.

Nel 2004 viene affidata la trasformazione del Mercati generali dismessi, ad una cordata composta da diverse società italiane e dalla corporation americana Mills. Quotata al New York stock exchange, la società è un self-managed real estate investmnets trust (Reit) che gestisce, sviluppa o possiede 38 centri sparsi nel modo a destinazione retail & entertainment per un totale di 4,3 milioni di metri quadrati. In particolare Mills sta realizzando uno shopping center nel New Jersey, a Meadowlands Xanadu che si svilupperà su 440 mila metri quadrati. Questa è la dimensione d’impresa che viene inserita nel mercato finanziario e immobiliare romano.

Lo schieramento progressista deve saper cogliere gli aspetti devastanti di questa vera e propria colonizzazione. Trovo dunque molto importante la sollecitazione di Sandro Medici a riflettere sul “modello romano”. Sono tre, a mio giudizio, i nodi da affrontare prioritariamente. Il primo è relativo all’assenza di qualsiasi legame tra gli investitori e la città. InFiducia e paura nella città,Zygmunt Baumann afferma che: “Quelli della prima fila non appartengono al posto in cui abitano, dal momento che i loro interessi stanno (o meglio fluttuano altrove). Si può supporre che non abbiano acquisito altri interessi, per la città in cui si trovano ad abitare……. Essi dunque, non sono interessati agli affari della “lorocittà: nient’altro che un posto come tanti, e come tanti piccolo e insignificante”.

Alle grandi catene alberghiere, alle organizzazioni del turismo, ai centri finanziari, non interessa nulla del destino di città in cui investono. Ne traggono ricchezze colossali, ma non investono nulla per mantenerne la bellezza. Un’enorme ricchezza viene accumulata da pochi gruppi, lasciando la cura dei luoghi a carico delle amministrazioni comunali. Un problema da affrontare urgentemente, specie in una fase di restringimento delle capacità di spesa locale.

Il secondo è relativo allo svuotamento della democrazia. I consigli comunali e la stessa figura del Sindaco sono messi in crisi dallo strapotere dell’economia. Torna di attualità il lucido pensiero di Ernesto Balducci in Immagini del futuro: “Nella megalopoli ci si abita, ogni tanto si prova a interessarci del destino comune, ma si avverte subito che ci sono processi che ci sovrastano, perché la megalopoli non è formata, come invece la città è stata formata fin dalle origini, da processi organici in conflitto con processi meccanici: il meccanicismo investe totalmente la città. I processi che investono le nostre città vengono da altrove, che hanno estensioni che superano di gran lunga i confini della città. Pensate ad esempio al traffico, alle città alle città ormai investite di arterie autostradali che le sfiorano e che le investono. Cosa può fare una città per contenere questo processo dentro una propria logica? Quasi nulla!”.

Infine, la sollecitazione di Medici è di straordinaria importanza perché oggi iniziano ad affiorare anche all’interno del pensiero liberale le preoccupazioni per gli aspetti devastanti della globalizzazione. “Abbiamo sotto gli occhi un sistema commerciale globale ingiusto, che ostacola lo sviluppo, e un sistema finanziario globale instabile in cui i Paesi poveri si trovano ripetutamente oberati di un debito ingestibile. Il denaro dovrebbe affluire dai Paesi ricchi a quelli poveri, ma sempre più spesso va nella direzione opposta. L’aspetto più significativo della globalizzazione è la disparità tra promesse e realtà. Sembra che la globalizzazione sia riuscita a unire gran parte del mondo contro di sé, forse perchè sembra che ci siano troppi perdenti e troppo pochi vincitori”. E’ Joseph Stiglitz a fare queste affermazioni.

Lo schieramento progressista non può continuare a recitare la parte del neofita e cantare acriticamente le lodi del mercato. Deve saper ridefinire un pensiero critico. Nel campo dell’urbanistica ciò significa l’abbandono dell’illusione che “il mercato” possa risolvere i problemi urbani. Non è mai avvenuto nella storia delle città e del territorio: il governo dei beni comuni appartiene alle amministrazioni pubbliche.

E alla luce del fallimento dell’urbanistica romana è venuto il momento di inviare segnali di inversione di tendenza. Dietro l’involuzione culturale nascosta al concetto della “compensazione urbanistica” si è ristabilita la supremazia della rendita fondiaria. L’esempio romano sta dilagando in tutta l’Italia, e stiamo assistendo ad una grande restaurazione proprietaria. E ciò che sembrava tutelato per sempre è rimesso in discussione. Non è solo l’agro romano a scomparire sotto una mostruosa quantità di cemento. Stanno per essere approvati progetti per l’edificazione delle colline bolognesi. La mirabile campagna di Pienza è aggredita da volgari speculazioni stile anni ’60. Luoghi urbani e paesaggi di grande bellezza vengono sfigurati.

E mentre tutti le altre nazioni d’Europa incrementano i settori ad alto contenuto tecnologico, siamo rimasti l’unico paese ostaggio della rendita parassitaria. E’ ora dunque di ripristinare le regole del governo pubblico delle città e del territorio.

ARTICOLI CORRELATI

© 2024 Eddyburg