Ma il Belpaese è ancora da salvare
Vittorio Emiliani
Un viaggio nella bellezza dei centri storici e dei paesaggi italiani, avendo ben presenti però i guasti della bruttezza, della sciatteria, dell’incultura. Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, specialista di beni culturali e ambientali, ha curato questo viaggio per una serie tv dal titolo Bella Italia che patria mi sei (ricavato da una cantata di sapore risorgimentale di Gaetano Donizzetti). Il programma andrà in onda sul canale satellitare Raisat Premium.
La prima puntata (oggi, ore 16.30) è dedicata a «Città e borghi»: un tesoro minacciato; la seconda è tutta sui «paesaggi italiani»; mentre la terza e la quarta sono rispettivamente dedicate al «paesaggio agrario» e ai grandi monumenti e siti, dedicati a «santi e guerrieri» che diedero luogo a una vera e propria economia di rappresentanza.
Non è soltanto un viaggio «nostalgico» alla ricerca della bellezza che fu e che pure - tra mille attentati - resiste, ma un richiamo ad una presenza fattuale della cultura della tutela e del recupero nell’agire politico. «Presenza perduta», come ci ricorda lo stesso Emiliani in questo primo articolo di una breve serie su questi temi.

I nostri centri storici, o almeno quella parte rilevante di essi salvatasi dagli orrendi «sventramenti» umbertini, mussoliniani e pure post-bellici, si possono oggi dire conservati, per noi e per i posteri. A meno di un impazzimento del Paese, che porti ad un ritorno di fiamma di quanti - e non mancano di certo, fra architetti e costruttori - vorrebbero costruire cose e case nuove dentro le città murate col pretesto che non bisogna fare delle città «un museo» (come se poi il «luogo sacro alle Muse», cioè il museo, fosse un sepolcreto). Al contrario, di recente, accanto alle città antiche si sono inserite nelle salvaguardie dei piani regolatori generali (dove ancora si fanno, a Milano, per esempio, non più) le stesse città del primo Novecento. A Roma, la cosiddetta «città di Nathan», cioè Mazzini-Delle Vittorie, San Saba, ecc. ha avuto lo stesso trattamento normativo di quella ricompresa entro le Mura Aureliane. E un grande architetto come Renzo Piano ha affermato che bisogna pensare soprattutto al restauro. Al recupero e al restauro. «Italia da salvare», fu il fortunato e polemico slogan lanciato da Italia Nostra nel suo periodo più felice - quello con Giorgio Bassani presidente e Bernardo Rossi Doria segretario generale - e che faceva seguito alle indignate campagne di stampa condotte da Leonardo Borgese prima e da Antonio Cederna poi. Quest’ultimo sulle colonne del Mondo di Mario Pannunzio e, più tardi, del Corriere della Sera di Giulia Maria Crespi. La sinistra, all’epoca, assunse come proprie queste bandiere, per i centri storici e per il paesaggio. Erano di area socialista o comunista (ma pure della sinistra dc) gli architetti e gli urbanisti e quindi i politici che sostenevano queste battaglie insieme alla rivendicazione di una più moderna legge urbanistica che aggiornasse quella, pur eccellente, del 1942 (alla quale aveva lavorato il giovane Luigi Piccinato). Alla direzione generale per l’urbanistica del Ministero dei Lavori Pubblici, attorno all’incorruttibile Michele Martuscelli, socialista, si stava creando un valido gruppo di tecnici (Pontuale, Basile, De Lucia e altri). Fu Giacomo Mancini, ministro nel 1965, a vincolare a parco pubblico i primi 2.500 ettari dell’Appia Antica, mentre a Bologna la giunta Dozza, assessore Armando Sarti, vincolava a verde l’intera collina sotto San Luca, San Michele in Bosco e l’Osservanza. Per Urbino venne ottenuta una prima legge speciale grazie alla campagna «Urbino crolla» lanciata da Paolo Volponi, altro uomo di sinistra (non a caso impegnato in esperienze di avanguardia alla Olivetti di Ivrea) e la giunta Pci-Psi, guidata da un ex falegname comunista, Egidio Mascioli, incaricò Giancarlo De Carlo di redigere, con una vasta partecipazione democratica, il PRG di quel mirabile centro storico. C’era insomma un grande fervore, a sinistra, attorno a queste tematiche della conservazione e della tutela, anche se a scriverne erano (o eravamo), anche allora, in pochissimi.
Da questo dibattito su passato e presente delle città italiane, svoltosi anche all’interno dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, creato e per anni presieduto da Adriano Olivetti, e che avrebbe avuto quale guida uno specialista del livello del fiorentino Edoardo Detti, in origine azionista, poi socialista, assessore della giunta La Pira, da questo dibattito, dicevo, doveva prendere le mosse a Bologna - divenuta, con Guido Fanti sindaco, autentico laboratorio politico-amministrativo - il progetto altamente innovativo per il recupero, il restauro e il riuso delle case popolari antiche del centro col fine dichiarato di mantenervi i residenti. Eravamo alla fine degli anni ’60. L’assessore che lavorava a tale progetto coi tecnici comunali, fra i quali c’era Felicia Bottino, poi assessore regionale, era Pier Luigi Cervellati, architetto poco più che trentenne, all’epoca indipendente di sinistra. La sua tesi di fondo: il centro storico costituiva «una ossatura portante del territorio», il punto di partenza della crisi urbana in atto con l’espulsione dei ceti più poveri e la trasformazione speculativa degli antichi quartieri in residenze di lusso, pied-à-terre, uffici, studi, atelier, ecc. Partendo dal rinnovo urbano dei medesimi e dal mantenimento delle residenze popolari, il processo doveva «successivamente investire anche la estrema periferia (…) per attuare una alleanza politica di forze popolari in grado di rivendicare la espansione qualitativa (socialmente e culturalmente) della città». Contemporaneamente il deputato lombardiano Michele Achilli, con un vasto gruppo milanese (Redaelli, Cutrera, Guiducci, Dragone), sviluppava l’azione politica che avrebbe portato prima alla legge-ponte per l’urbanistica e poi alla legge sulla casa n. 865. Politiche fondate sulla preminenza dell’affitto rispetto alla proprietà individuale della casa e su di un forte investimento pubblico nell’edilizia economica e popolare ridotta al 4 per cento (dov’è ora riprecipitata, ultima in Europa, in assenza, anche nel centrosinistra, di una organica politica a favore di essa) rispetto al 25 per cento dei Paesi Ue più avanzati. L’Olanda supera il 30 per cento.

Quello di Cervellati a Bologna fu, difatti, un Peep, cioè un Piano per l’edilizia economica e popolare. Presentato nel 1972, sindaco Renato Zangheri, e adottato l’anno dopo (la vicenda l’ha raccontata Vezio De Lucia nel sempre attuale Se questa è una città, Editori Riuniti, seconda edizione Donzelli, 2006 n.di eddyburg). Con Armando Sarti, assessore al bilancio, che ebbe la brillante idea di far acquistare alcuni ruderi da restaurare, con l’amministrativista Antonio Predieri che teorizzò l’applicabilità delle leggi per l’edilizia economica ai quartieri antichi, con Franco Briatico (uno di Italia Nostra) il quale, da liquidatore della Gescal, finanziò questo di Bologna come, in futuro, altri progetti di recupero in diverse città. Ci furono formidabili opposizioni, di ogni tipo, anche nel Pci. Dove c’era chi combatteva questa linea sostenendo che le tipologie ricavate da Cervellati e dai suoi tecnici a Bologna erano soltanto «paccottiglia» e non invece - come poterono dimostrare - strutture-modello rispuntate, guarda caso, nelle costruzioni del Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera. Altre città seguirono l’esempio di Bologna, al Nord (Ferrara, Modena, Vicenza, ecc.) e al Sud (Taranto). Qualcosa fece pure Roma (San Paolo alla Regola, Tordinona). Recuperi molto significativi che servirono a confermare come i centri storici potevano venire rivitalizzati e vissuti, e non ridotti a bei gusci vuoti. Si dimostrò, fra l’altro, cifre alla mano, che un metro quadro di edificio storico recuperato costava la stessa cifra e anche meno dell’edificio nuovo (che però si mangiava altro suolo prezioso ed esigeva nuovi servizi, onerosissimi).
A Bologna si recuperarono centinaia di alloggi, si crearono studentati, ma, ad un certo punto, commercianti e affittacamere indurirono la loro resistenza. Quando poi si passò, nel 1977, ad un piano per «il rinnovo di Bologna», cioè al recupero su vasta scala del patrimonio soltanto «vecchio» degli Istituti Case Popolari in periferia, cominciò l’insabbiamento, per l’offensiva sempre più decisa di immobiliaristi e costruttori. Che lucravano (e lucrano) profitti facilissimi su di una espansione edilizia ininterrotta, scaricando gli oneri di urbanizzazione in gran parte sui Comuni.
In quello stesso torno di tempo veniva trasferita alle Regioni sia l’urbanistica, sia (sbagliando clamorosamente) la tutela del paesaggio. Per la quale ultima si verificò tuttavia la più totale immobilità delle Regioni stesse. Al punto che nel 1985 il Parlamento si vide costretto a varare (quasi alla unanimità) una legge di sostanziale supplenza, la legge Galasso, n. 431, con cui si prescriveva agli enti regionali di redigere entro un anno dettagliati piani paesistici al fine di salvaguardare quel paesaggio che Giulio Carlo Argan, in un memorabile intervento al Senato, aveva definito «il palinsesto, il grande libro nel quale si leggono millenni della nostra storia». Poche furono le Regioni che provvidero tempestivamente alla bisogna (Emilia-Romagna, Marche, Liguria), altre seguirono, altre furono surrogate dal centro, cioè dalle Soprintendenze, per esempio, la disastrata Campania, sotto il coordinamento dell’indimenticabile Antonio Iannello. Altre ancora, come la devastata Sicilia, nulla fecero, né hanno mai fatto. Dunque, nel ventennio ’60-’80, le sinistre si posero spesso alla guida di un movimento culturale e politico che puntava alla tutela attiva delle città tradizionali e del paesaggio (si ricordi l’azione di Luigi Petroselli per il parco dei Fori pensato da Cederna), ad una strategia di quantità/qualità per l’edilizia più economica (si pensi a certe esperienze della ricostruzione napoletana). Grazie ad esse, il nostro Paese - che pure era flagellato, specie a Roma e nel Sud - da un abusivismo terribile, dai costi sociali spaventosi, risultava all’avanguardia in Europa. Dov’è finito quel fervore culturale, dov’è finita quella elaborazione generosa e avanzata, se oggi vi sono governatori, presidenti e sindaci di centrosinistra, i quali sparano a zero contro i vincoli paesistici delle Soprintendenze (una volta, vedi Bologna, li mettevano loro), invocano mani più libere per «non fare delle città e del paesaggio» altrettanti «musei»? Non si accorgono di usare espressioni che anni fa erano dei costruttori? Quale mutazione genetica è avvenuta a sinistra?
(1-continua)

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