La Casa dello sfratto
Galapagos
Un mercato asfittico che punisce i deboli anche per le connivenze del Parlamento. Il diritto all'abitare è ancora da conquistare. Da il manifesto, 26 ottobre 2006 (m.p.g.)
Il governo battuto dall'opposizione rientra nel «normale» gioco politico. Meno normale che le truppe berlusconiane - la Casa delle libertà - si siano accanite contro la povera gente: sono al massimo 200 mila le famiglie a rischio di sfratto. Oltretutto. quello bocciato ieri al senato non era l'ennesimo blocco degli sfratti che per legge tutti i governi dal dopoguerra a oggi sono stati «costretti» ad approvare. Insomma, non si trattava di una legge generalista di blocco, ma di un decreto molto selettivo, visto che a essere garantite (per appena tre mesi) erano le famiglie a basso reddito e con figli a carico o con persone con seri handicap. O, ancora peggio, di famiglie con malati terminali o ultrasettantenni.
Che diranno ai loro elettori e alle loro coscienze i cattolici senatori dell'Udc? E come si giustificherà Fini con la sua base popolare che ricorda con nostalgia l'epoca delle case popolari del fascismo? Brinderanno alla vittoria della minoranza ottenuta sulle spalle di 200 mila famiglie? Il silenzio quasi assordante della Casa della libertà è un segnale che, forse, qualcuno un po' di vergogna ce l'ha. Al contrario dell'Uppi, l'associazione dei piccoli proprietari di case che ha brindato alla bocciatura. A conferma che ormai quasi tutto quello che è piccolo in Italia (a partire dalla struttura industriale) fa schifo. Di più: i piccoli proprietari non si rendono conto di essere una razza in via di estinzione che porta acqua unicamente ai grandi gruppi immobiliari che si sono impadroniti (esentasse) di enormi patrimoni.
Negli anni '70 nei cortei urlavamo «la casa si prende, l'affitto non si paga: questa è la nostra riforma della casa». Forse c'era un po' di estremismo. Forse. La riposta è stata l'equo canone che (secondo i padroni) ha ingessato il mercato. Ma quello che è peggio case in affitto non se ne trovavano più. Oppure l'affitto si doveva pagare (salato) in nero. Di qui, sempre dei padroni, la richiesta: liberalizziamo il mercato degli affitti. Vedrete che le case torneranno a essere disponibili e la concorrenza produrrà una riduzione degli affitti.
Ma non è andata così: gli enti pubblici, le assicurazioni hanno cominciato a vendere il loro patrimonio e milioni di famiglie la casa sono state costrette a comprarla. Con grandi sacrifici, mangiando «pane e sputo» come si dice a Roma. Gli immobiliaristi hanno poi fatto il resto: soprattutto nelle grandi città hanno comprato (e venduto) grandi quantità di immobili. Con loro sull'affitto non si tratta: arrivano con moduli prestampati dove la cifra è già scritta. E case di periferia diventano quasi care come appartamenti del centro. Prendere o lasciare.
L'Italia è all'ultimo posto in Europa per patrimonio pubblico abitativo. Un tempo era al primo posto: beati i tempi del piano «Fanfani case» quando lo stato direttamente o indirettamente costruiva case in abbondanza svolgendo (magari con qualche scandalo) il suo ruolo. Certo, i soldi molto spesso arrivavano dagli stessi lavoratori, attraverso la ritenuta (la Gescal) prelevata direttamente dalla busta paga. Ora quella ritenuta non c'è più, ma sono in molti a farsi forti con i soldi (il Tfr) dei lavoratori: i padroni e dal prossimo anno lo stato. In cambio i lavoratori non hanno nulla: potrebbero pretendere che il governo di centro sinistra utilizzi parte di quei soldi per finanziare l'edilizia per le famiglie con problemi economici e sociali. Epifani, Angeletti e Bonanni e Angeletti dovrebbero battere un colpo.

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