La casa della città pubblica
Lodo Meneghetti
Leggo il programma per la Scuola di Eddyburg 2006. I temi da discutere per “costruire la città pubblica” sarebbero la casa, la mobilità, l’ambiente. Penso al primo tema, a quello che negli anni dell’impegno ‘dei professori’ verso i sindacati dei lavoratori e degli inquilini si chiamava Il problema della casa. Sono passati trent’anni dall’affollato seminario con questo titolo al Politecnico milanese nei mesi di maggio e giugno 1976. Erano ancora vivi gli effetti culturali dello sciopero generale per la casa che nel 1969 aveva bloccato l’intero paese. La condizione abitativa non poteva essere cambiata sostanzialmente; ma i risultati delle elezioni amministrative del 1975 e delle elezioni politiche del 1976, con il primato democristiano messo in discussione dal successo del Partito comunista, contenevano anche la convinzione dei lavoratori di poter finalmente ottenere una maggior giustizia sociale quindi anche il diritto all’abitazione equa, equa per qualità e prezzo ma anche per posizione rispetto al luogo di lavoro.
La storia del paese era già corsa in un altro senso e così procederà. Le storie particolari dell’urbanistica e dell’architettura sono storie di crisi degli ideali e, per questo, di alienazione all’interesse privato e al traffico politico. La “casa”, come avrebbe potuto corrispondere alle vecchie rivendicazioni e aspettative?

Pochi mesi fa i politici e molti fra sociologi e urbanisti erano propensi a ritenere il problema risolto grazie alla diffusione della proprietà dell’abitazione, infatti sembravano accettare stime non credibili, come quella enunciata da Berlusconi nelle sue disperate esplosioni, 86 %. La proprietà all’ultimo censimento riguardava il 71% delle famiglie, non può essersi tanto estesa in soli quattro anni. Intanto i fatti hanno mostrato la verità indipendentemente dalla diatriba intorno, come recita la burocrazia, al “titolo di godimento dell’abitazione”. I cittadini privi delle risorse necessarie per comprare o vessati dagli affitti esosi o comunque privi di un alloggio decente sono tornati in piazza per rilanciare i vecchi proclami sul diritto alla casa. Certi politici e amministratori locali si svegliano e riconoscono la crisi abitativa emergente soprattutto nelle città maggiori, sanno che non la si può nascondere dietro la scusa che essa riguarda una minoranza della popolazione. A Milano entrambi i candidati alla carica di sindaco hanno indicato questo problema come centro del loro impegno. L’imprudente Letizia Moratti ha promesso addirittura la costruzione di 45.000 alloggi popolari, una cifra assurda, fuor di ogni effettiva possibilità di realizzazione, tuttavia di per se stessa segno di un mercato edilizio pieno di offerte d’affitto del tutto sfasate rispetto alla domanda proveniente dai lavoratori, in particolare gl’impiegati sia stabili sia precari che nel settore terziario delle aree urbane metropolitane rappresentano il ceto operaio del nostro tempo: per salario, fatica, stress da lavoro e da insensato pendolarismo.

La radicale separazione fra i mercati del lavoro e dell’abitazione è il cuore del problema nelle metropoli. Diritto alla casa giusta, scontata la ragione del prezzo equo – affitto o ammortamento del mutuo – significa in definitiva per i lavoratori diritto a risiedere nella città pubblica in modo da ridurre a una misura umanamente accettabile, com’è concesso ai ceti dtentori di alti redditi, tutte le componenti penose: totale incongruenza fra luogo di residenza e luogo di lavoro, perdita di ore negli spostamenti, appartenenza della casa a contesti edilizi brutti e carenti di servizi, insufficienza dimensionale e bassa qualità funzionale e architettonica dell’alloggio.
Il tema della casa nella città pubblica coincide col progetto di restituire alla città la sua natura residenziale sottrattagli dal processo economico sociale liberistico. L’ente pubblico ha favorito il processo invece di controllarlo: per non aver adottato l’ottica dei diritti dei lavoratori e invece aver accettato la sudditanza a una trasformazione terziaria finanziaria in buona parte speculativa. Un immobiliarismo produttore di rendite gigantesche distrugge la residenza urbana nella città madre del contesto metropolitano e ne getta al di fuori gli abitanti. Si dirà che, oggi, è alla dimensione più ampia che dobbiamo guardare. Ma è proprio tale visione che ha permesso di evidenziare la negazione del compito storico della città.

Uno sguardo alla storia della città e del territorio offre subito un buon appiglio: tra tipo di città (o di territorio) e forma di sviluppo sociale esiste una sicura relazione. Si potrebbe rileggere il famoso saggio di Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, 1858 (in Scritti storici e geografici, Le Monnier, Firenze 1957, vol. II, pp.393-437) e il primo bellissimo saggio della Storia d’Italia Einaudi dovuto a Lucio Gambi, Valori storici del quadri ambientali (in vol. I, I caratteri originali, Torino 1972, pp. 5-60).
La piena espansione del capitalismo attraverso la rivoluzione industriale – il modello abituale cui ricorriamo è l’Inghilterra dal XVIII secolo – procede specialmente per concentrazione in aree relativamente ristrette dopo la fase primitiva della manifattura nelle campagne, una sorta di lavoro a domicilio diremmo oggi (noi italiani ricordiamo come la prima industria delle seta nascesse nelle masserie dedite all’agricoltura povera della pianura asciutta a nord di Milano). Alla concentrazione territoriale della produzione e del lavoro consegue una domanda di concentrazione delle abitazioni che di fatto è un comando cui gli operai devono sottostare e diventare così oggetto del doppio sfruttamento, nel lavoro e nell’abitazione.
Da questo momento il problema urbano può essere considerato anche come problema dell’abitazione dei lavoratori. Del tutta secondaria l’avvertenza che allora il lavoro prevalente fosse da operaio e oggi da impiegato di mediocre livello.
Mentre fino al XVIII secolo i motivi che spingono la popolazione ad ammassarsi (sappiamo che prima nelle città viveva una piccola minoranza) non sono collegati strettamente alle necessità di un modo specifico di produzione, con la città industriale capitalistica esigente il pieno controllo e sfruttamento della forza di lavoro la scelta circa il modo di abitare e il tipo di abitazione si riduce fino ad annullarsi. Ripassando l’analisi sociale e urbana di Engels in La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845 (Editori Riuniti, Roma 1973), magari aggiungendo l’interpretazione di Renzo Stefanelli nell’introduzione di La questione delle abitazioni in Italia (Sansoni, Firenze 1976), troviamo logico che il limite fosse la perdita della salute, la degradazione sociale se non la morte.

Possiamo arrischiare un qualche principio, una teoria valida per allora e, riguardo alla essenza di una condizione sociale che nell’insieme non osiamo paragonare, per oggi? Sì, anzi possiamo scrivere una specie di equazione non vergognandoci di ricorrere a uno schema di tipo storico dialettico:
remunerazione del lavoro dipendente uguale alla sommatoria dei mezzi di sussistenza, comprendendo in quest’ultimi l’abitazione, ossia una componente indispensabile della riproduzione, questa necessaria, benché di misura variabile, per assicurare la produzione, in qualsiasi maniera vogliamo considerarla per l’allora e per l’oggi.

Peggiore abitazione, peggiore salario
La peggior abitazione, come il peggior salario, appunto il limite di cui sopra, è relativa alla condizione storica dei rapporti riproduttivi e produttivi, compreso il livello raggiunto dalle conquiste sociali dei lavoratori. È grande la differenza di situazioni medie distanti due secoli e mezzo, ma è innegabile che l’odierno capitalismo mondiale presenta geografie talmente differenti entro la famigerata globalizzazione da sbatterci in faccia anche modelli salariali e abitativi persino travalicanti il confine della sopravvivenza, come nelle miniere inglesi del Settecento o, per il merito del tema qui in causa, nella Manchester studiata da Engels: anche nel nostro paese, per il quale un Engels nostro contemporaneo potrebbe ricavare narrazioni terribili da come molti immigrati abitano nelle nostre città. E non solo qui se posso citare, fra mille casi, quello di Cassibile in Sicilia dove immigrati africani, come schiavi destinati alla raccolta delle patate, lavorano dodici ore al giorno per trentacinque euro e “abitano” in un boschetto in condizioni peggiori che nella più atroce delle bidonville africane o sudamericane – vedi in “la Repubblica” del 6 giugno. Ad ogni modo la realtà storica dimostra che operai e altri lavoratori consimili hanno sempre avuto un salario al di sotto della soglia d’accesso a un’abitazione nella città “privata” coerente ai bisogni.

Un esclusivo mercato delle abitazioni nelle mani dei proprietari fondiari e degli stessi industriali è stata la preminente causa strutturale che ha promosso fin dalla prima metà del XIX secolo gli atti di governo (stati, municipi, altri enti pubblici d’ogni tipo, associazioni assistenziali e morali) finalizzati alla costruzione di abitazioni pubbliche. La cultura delle riforme incentrata sulla politica sociale per la casa e la città si espanderà decisamente in Europa nel XX secolo, in certi periodi e in relazione a specifiche situazioni politiche. E sarà parte fondamentale della cultura socialdemocratica europea fino a oggi; anche quando si esalterà su posizioni più radicali, esempio doveroso il riferimento teorico all’austromarxismo che ispirerà le scelte del Comune di Vienna negli anni Venti per la realizzazione di grandi corti di abitazione sociale dentro al corpo vivo della città, senz’altro decisive per il ribaltamento del mercato.

Si è detto che la politica della casa e dei quartieri pubblici, salvo casi eccezionali come nella “Vienna rossa”, ha svolto il compito che le classi dominanti intrise di occorrente illuminismo gli hanno assegnato. Lo scopo, assicurare la riproduzione della città capitalistica, entità sociale e fisica dove i rapporti di forza e di potere fra le classi sarebbero inevitabilmente favorevoli al profitto e alla rendita. Insomma, occorreva impedire gli effetti di un eccessivo disordine sul funzionamento dell’economia, evitare le pericolose ripercussioni sociali derivanti dalla mancanza di una qualche risposta all’insopportabile condizione abitativa dei lavoratori. L’evoluzione della realtà ha messo in gioco ben altre motivazioni e complicazioni. Anche laddove si ponga l’obiettivo di mediare fra i diversi strati sociali l’intervento pubblico detiene un’importanza indiscutibile; persino, secondo Stefanelli, indipendentemente dalla quota assoluta di abitazioni che contribuisce a edificare poiché esprime comunque condizioni nuove. Ho qualche dubbio. Se l’iniziativa pubblica vuole incidere in maniera significativa sul mercato della casa, la quantità, unita all’adeguatezza dell’ubicazione urbana e dell’architettura, è essenziale.

L’abitazione pubblica in Italia nella prima metà del novecento
Le vicende dell’abitazione pubblica in Italia si discostano da quelle in altri stati europei che la cultura urbanistica italiana ha spesso citato come esempi desiderabili.
Il regolamento di attuazione della Legge Luzzatti (1904) instaura criteri minuziosi relativi alla Casa economica e popolare pubblica, e privata qualora l’imprenditoria scelga di costruire case di quel tipo (standard per le parti fondamentali dell’abitazione, piani particolareggiati per i quar-tieri). Le precisazioni del Testo unico del 1908 creano le basi per realizzazioni come le Borgate di Roma e i Villaggi di Milano mentre comincia ad affermarsi l’attività degli Istituti autonomi per le casi popolari (Iacp), concentrata soprattutto nelle due grandi città.
Da ora in avanti l’intervento pubblico, entro un’apparente unificazione dei diritti definita dal tetto qualitativo della tipologia sovvenzionata, appare differenziato secondo il tipo di istituzione e tende a selezionare i gruppi sociali fra quelli che possono permettersi l’onere di un mutuo finalizzato alla proprietà dell’alloggio e gli altri che possono pagare solo un canone modico.

Lo schema selettivo si raffinerà col celebre Testo unico del 1919, responsabile della chiarezza, per così dire, con cui si attua la divisione classista dei destinatari secondo procedure le cui conseguenze saranno irreversibili. Punto di snodo è la scissione della precedente definizione unica della casa in due spezzoni, Casa economica e Casa popolare, insieme alla separazione fra ceto operaio e ceto medio impiegatizio. Alle due categorie attengono differenze secondo tre titoli: ente realizzatore, modo di assegnazione/utilizzo dell’abitazione, caratteristiche tipologiche e funzionali. Al ceto operaio spetteranno in Case economiche a proprietà indivisa alloggi del Comune, dell’Iacp, eccetera, assegnati in locazione, dotati al massimo di tre locali, di servizi ridotti, di finiture scadenti; all’altro ceto, appartamenti in Casa popolare cooperativa assegnati ai soci anche in proprietà individuale, ampiezza fino a sei vani, accesso da ripiano scala (negazione del disimpegno “collettivista” a ballatoio), rifiniture di ottima qualità.
Gli sviluppi successivi non potranno che confermare la tendenza. Le politiche economiche delle classi dirigenti e il consolidamento del fascismo premuroso verso i ceti medi provocheranno l’inversione del peso dei ceti sociali destinatari degli alloggi Iacp. A Milano fra il 1909/10 e il 1926/27 gli utenti operai delle case dell’istituto diminuiranno dal 67% del totale al 47 % (dati in D. Franche e R. Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, La Nuova Italia, Firenze 1972, una ricerca esemplare).

Il regime fascista attua piani regolatori caratterizzati dagli sventramenti nelle parti centrali e popolari della città coerenti alla propensione dell’economia urbana a spostarsi dalla produzione alla finanza e soprattutto, o in ogni caso, alla speculazione immobiliare. Ne fanno le spese le famiglie operaie residenti nel cuore urbano: “i lavoratori vengono respinti dal centro della città alla periferia, le case operaie, e comunque i piccoli appartamenti, diventano rari e cari, e spesso non si trovano affatto”. Scritto da qualche storico in epoca post-fascista? No, da Engels, ancora, nel 1872 (La questione delle abitazioni, edizione italiana Rinascita, Roma 1950, parte seconda, I).

L’attività degli Iacp, ancorché lontana da una risposta alle esigenze quantitative nemmeno sommandovi quella del Comune e di altri istituti, pende, si è visto, verso un ruolo classista e lo accentua selezionando i destinatari anche mediante la localizzazione. A Milano gl’insediamenti di buona qualità in zone anche appena oltre la circonvallazione “spagnola” oggi delimitante il centro storico, sono riservati agli impiegati. Saranno questi gli alloggi a essere messi in vendita o a riscatto massicciamente a partire dalla fine degli anni Settanta grazie alla nuova politica degli Istituti e del Comune, decisi a entrare nel mercato anziché a contenderlo come avrebbe dovuto suggerire la loro natura originaria pubblica e sociale.
Per parte sua il Movimento moderno, pur al corrente della rivoluzione razionalista europea, non riesce a sperimentare in concreto ed estesamente una nuova urbanistica e una nuova architet-tura della casa popolare. Quante volte ci siamo trovati a “salvare” la città fascista di Sabaudia? Non riuscivamo a trovare altro. E poi verrà il bravo Ferreri ad ambientarvi un film dove la città pontina apparirà, oltre che metafisica, davvero bella… I veri problemi urbanistici della città e il problema della casa nella città per i lavoratori restano aperti, drammatici. (vedi Avere non avere casa a Milano la citazione dell’Indagine sul problema delle abitazioni operaie in provincia di Milano di Piero Bottoni e Mario Pucci, pubblicata sorprendentemente nel 1939 dall’amministrazione provinciale: operai delle fabbriche urbane, residenti milanesi o pendolari settimanali, costretti ad “abitare” in stalle di cascine abbandonate e fatiscenti, baracche, tettoie ai confini comunali e nei comuni prossimi).

Il dopoguerra
Nel dopoguerra certi spunti ritenuti ancor oggi positivi offerti dalla prima autentica legge urbanistica italiana, 17 agosto 1942, saranno smentiti dai fatti. La ricostruzione edilizia nelle città bombardate sulla base di una serie di decreti a cominciare dal marzo 1945 e infine della legge del 27 ottobre 1951 scatenerà gli speculatori fondiari e i costruttori avidi di enormi cubature aggiuntive. La questione delle casa per i lavoratori, il principio di nuovi quartieri popolari di qualità troveranno poche occasioni per trasformarsi in risultati soddisfacenti. Ci siamo ridotti a nominare sempre gli stessi casi che non voglio riproporre qui. L’attività degli istituti susseguitisi dal dopoguerra, Pioo (Piano incremento occupazione operaia), Ina-casa, Gescal…, oltre ai precedenti Iacp, Incis e via a elencare, le scarse iniziative dei Comuni – per tacere dell’assenteismo sociale delle grandi aziende verso i dipendenti – quando approderanno a insediamenti di edilizia sovvenzionata di un certo rilievo quantitativo li accetteranno come mal progettati, ultra-periferici, privi di buoni servizi, scadenti d’architettura.

Il direttore di “Urbanistica” Giovanni Astengo sul primo numero della nuova serie dopo la guerra (luglio-agosto 1949) lamenta il troppo magro attivo del bilancio urbanistico, “disorganica sequenza di opere pubbliche… disordinata e maldestra ricostruzione dei centri urbani grandi e piccoli… massimo sfruttamento… poco felici e purtroppo numerosi esempi di costruzioni del Genio civile e di altri Enti… precisamente quella situazione di disordine che una seria e positiva azione di programmazione urbanistica avrebbe potuto facilmente prevenire e superare”. Astengo indica la causa del fallimento nella “impreparazione psicologica e tecnica dei politici, degli amministratori, del pubblico”, nella arretratezza della maggioranza degli urbanisti che “nell’anteguerra correvano dietro alle lusinghe degli sventramenti o delle piazze imperiali… e dei puri tecnici che si occupavano unicamente di strade e di allineamenti”, e anche nella polemica razionalista “che non ha molto giovato a preparare la strada all’urbanistica moderna”. Giuste lamentele e denunce, ma insufficienti. Astengo probabilmente non può ancora avvedersi dei cambiamenti nella società che avrebbero determinato l’evolversi della situazione urbana, e in particolare della “casa”, in senso contrario alle speranze coltivate dagli architetti di sinistra dopo la Liberazione. È già in azione l’alleanza fra i detentori delle posizioni urbane di potere economico, industriale finanziario fondiario, e la Democrazia cristiana, che deve d’altronde gestire coerentemente la vittoria del ’48 conseguita su posizioni anticomuniste/antisocialiste e restauratrici dell’ordine sociale dell’anteguerra: sicché deve assicurare mediante sia i bassi salari sia la completa libertà di sfruttamento edilizio i massimi livelli del profitto e della rendita e le nuove opportunità di lucro aperte dalle manovre congiunte su entrambi. Non sarà difficile costruire attorno a un tale programma un blocco sociale comprensivo di altri ceti oltre alla borghesia imprenditrice-renditiera agendo lungo due linee politico sociali: creare assenso o acquiescenza con mezzi clientelari permessi dai forti margini delle operazioni speculative, approfittare dell’oggettivo bisogno di casa incanalandolo specialmente verso una domanda di casa in proprietà.
Nei decenni successivi il modello non subirà modifiche significative. Quando le lotte operaie del 1962-63 riusciranno a rompere la logica dei bassi salari (esemplare il contratto strappato all’Alfa Romeo) rendendo un po’ più incerta la cuccagna dei facili profitti senza il minimo impegno negli investimenti per la ricerca né tanto meno per l’abitazione sociale, sarà il piatto della rendita che si sposterà più in alto. Non saranno la prima legge moderna per l’edilizia economica popolare, quella del 18 aprile 1962, ampiamente elusa o applicata malamente in Piani di zona urbani periferici perfettamente idonei a non impedire ai padroni del territorio di continuare a mettere le mani sulla città come e dove vogliono, o la cosiddetta legge ponte del 6 luglio 1967 (col famoso, rovinoso anno di franco) a impedire che entro gli anni Sessanta lo sfruttamento capitalistico della città e del territorio diventi puro e semplice saccheggio.

Quando nell’ottobre 1971 sortirà in funesto ritardo una legge esplicitamente rivolta alla “casa” (la 865, chi la ricorda più, a destra e a sinistra?) si potranno coltivare ben poche speranze di riparazione a una lunga storia di misfatti urbanistici ed edilizi che hanno stravolto tutto il nostro stare, vivere, appunto sperare.

Così il cerchio si richiude su quella memoria dell’estate 1976 e si riapre ai cenni sull’attualità. Nonostante tante famiglie proprietarie la casa equa della città pubblica non c’è per i lavoratori soggetti alle nuove forme di sfruttamento. Persino ciò che avrebbe potuto costituire la base per nuove proposte puntando sul patrimonio pubblico esistente nelle maggiori città, Roma e Milano in testa, ha tradito l’attesa, anche per l’incredibile noncuranza se non silenziosa condivisione della sinistra. La vendita di intere case d’abitazione pubbliche in posizione urbana strategica preferibilmente a un unico imprenditore, cacciandone i vecchi inquilini dietro la scusa della ristrutturazione, dopo le prime prove alla fine dei Settanta – vedi sopra il cenno relativo a Milano – è diventata ben presto la regola (Avere non avere casa a Milano, 18 marzo 2006). Anche il cambiamento in ogni regione del titolo degli enti deputati alla realizzazione e gestione di alloggi teoricamente pubblici, da Istituto ad Azienda, ha un netto significato, certo non solo simbolico. Sono sparite le parole giuste, “casa”, “popolare”, “economico”. Per esempio A l e r, Azienda lombarda per l’edilizia residenziale: un’azienda come un’altra dentro il calderone della privatizzazione, del liberismo, della società antisociale. Chi se ne frega della città pubblica?

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