Dov'è il territorio. Lettera a Paolo Flores d'Arcais
Eddyburg
Lettera aperta al Direttore di Micromega, Paolo Flores d’Arcais, firmata da 60+16 urbanisti, spedita l'11 febbraio 2003
Firmata dagli urbanisti Edoardo Salzano, Giuseppe De Luca, Vezio De Lucia, Giorgio Piccinato, Francesco Indovina, Ezio Righi, Stefano Fatarella, Giovanni Caudo, Paolo Pècile, Anna Marson, Bernardo Secchi, Luca D’Eusebio, Manlio Marchetta, Mauro Baioni, Luciano Vettoretto, Silvano Bassetti, Dusana Valecic, Daniele Rallo, Chiara Mazzoleni, Teresa Cannarozzo, Tommaso Giuralongo, Marco Guerzoni, Paolo Avarello, Andrea Rumor, Luigi Scano, Piero Cavalcoli, Piergiorgio Rocchi, Daniele Pini, Enrico Fontanari, Imma Apreda, Alessandro Delpiano, Franco Corsico, Massimo Preite, Alberto Clementi, Mauro Parigi, Roberto Giannì, Mario Fadda, Matelda Reho, Ignazia Pinzello, Elettra Malossi, Mariangiola Gallingani, Silvia Saccomani, Graziella Guaragno, Michele Pasqui, Umberto De Martino, Rodolfo Sabelli, Elena Tamagno, Bruno Alampi, Sandro Fabro, Paolo Berdini, Mosè Ricci, Loreto Colombo, Gustavo Cecchini, Vincenzo Bentivegna, Sergio Peri, Giuseppe De Togni, Catia Chiusaroli, Francesco Lopiccolo, Alessandro Dal Piaz, Luigi Longo, Fabrizio Bottini, Giuseppe Vitale, Piero Rovigatti, Silvia Viviani, Alberto Magnaghi, Attilio Belli.
Dopo l’invio della lettera (11 febbraio 2003) sono ulteriormente pervenute le adesioni di Biagio Cillo, Francesco De Simone, Ferdinando Trapani, Elena Camerlingo, Moreno Veronese, Paolo Rigamonti, Felicia Bottino, Filippo Boschi, Alfonso De Nardo, Roberto Gambino, Bruno Gabrielli, Dario Predonzan, Luciano Viotto, Federico Della Puppa, Mario Petillo, Romano Fistola.

Caro Direttore,
abbiamo apprezzato molto l’impegno costruttivo della sua rivista nello sforzo di delineare un programma per un’altra Italia possibile. E ci sembra che l’ampiezza degli argomenti trattati, la qualità delle persone coinvolte nel delinearli, il taglio impresso alle proposte, tutto ciò costituisca un contributo di grande rilievo alla costruzione di un’alternativa concreta all’attuale, squallida situazione di governo.
Proprio queste valutazioni positive ci rendono fortemente preoccupati per un’assenza, che francamente ci sembra clamorosa. Se nei capitoli del programma di Micromega non mancano (e giustamente) la sanità e la giustizia, l’immigrazione e il lavoro, l’università e le carceri, l’ambiente e i beni culturali (e altri numerosi temi), manca completamente il territorio. Questo, infatti, non si riduce all’ambiente (nell’accezione che questo termine ha assunto negli ultimi decenni, e che è ben rappresentato nel testo di Ermete Realacci) né ai beni culturali (nonostante l’accezione giustamente ampia che Salvatore Settis attribuisce a questa espressione).
Ragionare e proporre un capitolo del programma per “un’altra Italia” che riguardi il territorio e la città significherebbe infatti farsi carico insieme delle ragioni dell’ecologia e di quelle dell’armatura urbana del nostro territorio, della tutela della natura e della dotazione delle infrastrutture, della difesa del paesaggio e del miglioramento delle condizioni di vita nelle città. Del resto, non dovrebbe essere evidente a tutti che una delle cause non secondarie della dissipazione del patrimonio culturale e della devastazione dell’ambiente sta proprio nella cattiva gestione della città e del territorio, nel prevalere degli interessi individuali e aziendali di rapace sfruttamento del territorio sugli interessi collettivi, degli uomini e delle donne di oggi e di quelli di domani? Dall’assenza quindi della pianificazione territoriale e urbanistica, della sua delegittimazione come strumento per l’affermazione degli interessi e delle speranze comuni, o della sua riduzione a strumento per l’accrescimento di posizioni private di rendita e di sfruttamento?
È stato un uomo che ha avuto un ruolo importante nella nascita della sua Rivista, Giorgio Ruffolo, a scrivere (proprio sulle pagine di uno dei primi fascicoli di Micromega) che la pianificazione urbana e territoriale è uno dei “sette pilastri della saggezza ambientalista”. Ma da quegli anni – duole ammetterlo – l’insieme delle forze che oggi si oppongono da sinistra al nascente regime berlusconiano ha dimenticato quella verità. Chi si è preoccupato di domandarsi che fine avevano fatto, nel concreto delle realtà regionali e provinciali e comunali, le speranze accese dalla cosiddetta Legge Galasso per la tutela del paesaggio? Chi si è impegnato nel considerare decisione politica rilevante porre dei limiti al dimensionamento delle espansioni urbane, accertare la effettiva disponibilità degli spazi necessari per le esigenze della vita collettiva e del benessere delle cittadine e dei cittadini, contrastare nei fatti l’abusivismo urbanistico ed edilizio? Chi si è dimostrato consapevole del fatto che proprio la delegittimazione della pianificazione urbanistica, e del sistema trasparente di regole che essa stabilisce, era stata una delle cause non secondarie di Tangentopoli, ed è ancor oggi uno degli alimenti che ne consentono la sopravvivenza? Chi si è adoperato per riaffermare l’autorità del piano urbanistico - come strumento degli interessi collettivi e pubblici, trasparente nel suo procedimento di formazione, aperto alla partecipazione dei cittadini, proiettato verso il futuro ma radicato nella gestione ordinaria dell’amministrazione pubblica – contro il prevalere degli interessi di pochi gruppi di operatori economici e, soprattutto, di proprietari immobiliari? Chi, insomma, tra le personalità e le forze della sinistra e del centro, ha posto la questione del governo della città e del territorio (e quindi della pianificazione territoriale e urbanistica) come un grande problema politico?
È anche per questo, signor Direttore, che ci sembra che l’assenza del territorio e della città, dell’urbanistica, della pianificazione tra i 24 capitoli del programma proposto da Micromega sia un’assenza grave. Sarebbe utile, sulla sua Rivista, aprire una discussione sulle ragioni di questa assenza. Che non sono certamente né la distrazione né la fretta ma – forse – qualcosa di più profondo, su cui tutti dovremmo interrogarci.

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