La riforma di un ministero ormai inutile
Adriano La Regina
Una denuncia e una proposta: hanno ridotto i BBCC a un baraccone, costruiamo una cosa che funzioni. Da la Repubblica del 23 agosto 2005
Si susseguono con ritmo incalzante i provvedimenti legislativi, d’iniziativa governativa o parlamentare, intesi a rimuovere dall’ordinamento italiano qualunque capacità di efficace difesa del patrimonio storico, artistico e del paesaggio. Norme consolidate da secoli nella nostra tradizione giuridica e fondate sul principio dell’interesse pubblico del bene culturale, indipendentemente dalla proprietà pubblica o privata, vengono attenuate o abrogate nel disinteresse generale. Tante volte, grazie ad esse, le soprintendenze erano state in grado di frenare interessi particolari e prevaricazioni politiche ai danni di opere d’arte, di monumenti e dell’ambiente.

Gli effetti della riforma del Ministero per i beni e le attività culturali, promossa silenziosamente dalla burocrazia ministeriale e sostenuta senza capacità di controllo dal precedente ministro Urbani, hanno provocato danni ormai irreversibili. L’abnorme incremento del numero dei dirigenti nell’apparato centrale ha comportato la soppressione di soprintendenze e la perdita di autonomia per musei ed istituti di rilevanza internazionale. Ciò al fine di lasciare invariata la spesa complessiva e consentire al tempo stesso di finanziare l’alta dirigenza ministeriale, mentre agli storici dell’arte, archeologi e architetti responsabili della conservazione di monumenti e opere d’arte di valore immenso sono riconosciuti livelli di carriera con stipendi irrisori.

Per di più, i ruoli tecnico-scientifici sono stati inquinati, con la complicità sindacale, da personale non sempre qualificato per assumere posizioni di altissima responsabilità culturale.
L’aggregazione dei beni culturali allo spettacolo e allo sport in un unico ministero si è rivelata deludente. Gli effetti positivi che si era sperato di trarne non si sono avuti. Non ne è scaturita una politica consapevole delle finalità di interesse pubblico che possano giustificare l’intervento dello Stato nei settori dello spettacolo e dello sport.
Si è abbandonata, nella politica dei beni culturali e del paesaggio, qualunque propensione verso la ricerca scientifica quale presupposto essenziale della tutela e di alta informazione sul risultato degli studi, sulle nuove frontiere della conoscenza storica, sulle opportunità di progresso civile offerte da una grande tradizione culturale, sui rischi a cui si va incontro perseverando nel dissennato sfruttamento delle risorse naturali e nella devastazione dei caratteri culturali del territorio.
Insomma non è stato possibile convincere lo Stato, come sosteneva Giulio Carlo Argan, che «la cultura è un affare di Stato, cemento dell’unità nazionale e bene comune».

I danni provocati e la confusione creata in questa materia nel giro di pochi anni sono tali da rendere improponibile il ripristino del precedente ordinamento, il quale era comunque inadeguato alle esigenze di un’amministrazione moderna ed efficiente.
Si osserverà, da parte di qualcuno, che un buon impulso al decadimento del sistema era stato dato dai precedenti governi di centrosinistra. Certamente. La sciocchezza e la saggezza non sono appannaggio esclusivo di alcuna parte politica. Il governo Berlusconi ha avuto però tutto il tempo di porvi rimedio, e in effetti ha attuato una riforma delle leggi di tutela e del ministero. Lo ha fatto però senza affrontare il minimo dibattito culturale e con il risultato di dissestare definitivamente l’intero settore.
Allora, cosa fare? Il problema di un’ampia riforma del settore si era posto già negli anni Sessanta, quando ben due commissioni parlamentari produssero indagini accurate, con il coinvolgimento di grandi personalità della cultura, e formularono proposte ragionevoli, mai attuate. Il dibattito rimase vivo anche nei decenni successivi. Un buon punto di partenza, per immaginare un nuovo ordinamento dei beni culturali, credo sia tuttora il disegno di legge che Giuseppe Chiarante presentò al Senato con Giulio Carlo Argan nel 1989. Ne restano validissimi i principi fondamentali, allora forse troppo lungimiranti, i quali prevedevano l’abolizione del Ministero e l’istituzione di un’amministrazione autonoma dei beni culturali fondata sull’autonomia delle soprintendenze e governata da un consiglio nazionale elettivo e ampiamente rappresentativo. I poteri d’indirizzo politico, di programmazione e di vigilanza si sarebbero dovuti attribuire al Ministro dell’università e della ricerca scientifica.
Una riforma basata su questi criteri sarebbe di grande efficacia e costerebbe ben poco, perché comporterebbe un fortissimo snellimento della burocrazia centrale e periferica, nonché un impiego più ragionevole delle competenze culturali disponibili in ambito nazionale. Consentirebbe infatti di raggiungere l’obiettivo di un’effettiva integrazione delle regioni, delle autonomie locali, dell’università e delle altre istituzioni scientifiche nel sistema della tutela.

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