Demolizione e ricostruzione
Lodo Meneghetti
Già la norma del Dpt 380/2001 era discutibile: equiparare la demolizione e ricostruzione di un’edificio che aveva concluso il suo ciclo economico a un intervento di riorganizzazione delle pareti interne di un edificio nel pieno della sua vita era una forzatura (naturalmente, a vantaggio della proprietà immobiliare). Ma le circolare raccontata da Lodo Meneghetti (il suo testo per Eddyburg è del 3 marzo 2004)) supera il paradosso e raggiunge lo scandalo.
Prima: il Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001 in vigore il 30.6.2003) nella versione originaria ammetteva una ricostruzione fedele "di un fabbricato identico, quanto a sagoma, volumi, area di sedime e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente".

Dopo: la circolare 7.8.2003 n.4174 del Ministro delle infrastrutture, G.U. 25.11.2003, ma già il D.L. 301/2002, ampliano in maniera larghissima e persino ridicola il senso di demolizione e ricostruzione. Restano solo i vincoli della volumetria e della sagoma: dunque si possono modificare l'area di sedime, le caratteristiche dei materiali e, incredibile chiarimento della circolare, aumentare le superfici utili "con il conseguente incremento del carico urbanistico". Siamo su un piano quasi filosofico: la possibilità dell'aumento "deve ritenersi insita nella natura di tale intervento". Inoltre, poiché manca il riferimento all'area di sedime, la circolare afferma comicamente che ciò non vuol significare possibilità di ricostruire l'edificio in un altro luogo (grazie tante!!), ma ammissibilità di "modifiche di collocazione rispetto alla precedente area di sedime" se esse rientrino nelle cosiddette variazioni non essenziali (la cui aleatorietà nelle leggi regionali ben conosciamo). Dimenticavo il sapido finalino: la demolizione/ricostruzione può essere applicata anche alle costruzioni abusive che abbiano ottenuto la concessione in sanatoria.

Insomma, un liberismo smaccato che darà un'ennesima mazzata alla buona urbanistica e alla buona architettura. Da quest'ultimo punto di vista vedi bene, tra l'altro, che l'aumento delle superficie significa, per esempio, inserire nel dato volume abbastanza alto un maggior numero di solette, come si è visto più volte realizzare in palazzi (per esempio milanesi) una volta abitati trasformati in banche e uffici di grande aziende, o, da ultimo, in favoleggianti atelier dei principi della moda. E come si potrà procedere da parte del professionista e dell'impresa? Non, come prima e giustamente, mediante la concessione edilizia, ma semplicemente e carinamente attraverso la Dia (Denuncia di inizio attività): vale a dire: continua la cuccagna per impresari e (spiace dirlo) per tanti, troppi architetti. Del resto, a proposito di questi ultimi, come nel caso dei sottotetti sul quale sono già intervenuto sul sito e in "la Repubblica", colpisce (ma non sorprende, dati i tempi, e anche la memoria di mezzosecolari malefatte che li hanno coinvolti) il maggioritario loro silenzio, il sostanziale disimpegno degli ordini professionali e dell'università con rare eccezioni, il disinteresse delle riviste. Ti ho già scritto che "Il giornale dell'architettura", forse l'unica a dedicare un articolo al tema, lo fa in maniera tanto distaccata, meramente informativa (lì ho ricavato le notizie), senza alcuna pesante deplorazione né alcun commento almeno dubitoso, da renderti pressoché definitiva la certezza che mai risorgerà una lotta, una forte opposizione da parte del nostro mondo culturale e professionale verso i poteri che governano la distruzione pianificata e a loro "conveniente" del paese.

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