Legge Lupi, via libera alla rendita
Sandro Roggio
Ecco un articolo sulla legge Lupi per il governo del territorio. Su il manifesto dell'8 marzo 2005. Con una postilla
Dopo il dibattito nella VIII Commissione della Camera, arriva in aula la proposta di legge Lupi (Forza Italia, milanese), principale artefice di un testo variamente emendato sulla riforma del governo del territorio. Nonostante la rilevanza del provvedimento, il dibattito si è sviluppato in un silenzio preoccupante, segno che pure i partiti di opposizione e quelli di sinistra (che contano su indiscusse competenze) hanno sottovalutato la questione e l'approvazione rischia di arrivare a sorpresa. Un'altra legge in linea con l'ideologia degli uomini del premier, almeno buona per lasciare mano libera, quanto basta, alla rendita immobiliare. E anche in questo caso sembra destinato all'insuccesso il tentativo di temperare una cultura di governo che non nasconde il proposito di imporre gli interessi particolari su quelli generali. Se la proposta verrà confermata, l'idea di governo del territorio nell'interesse collettivo, come si esercita nei paesi europei, verrebbe fortemente ridimensionata. Ciò che di buono hanno significato le leggi del 1939 e del 1942 (sicuro prodotto della destra che fu) fino alla legge-ponte e alla 431 del 1985, potrebbe essere in gran parte vanificato. Un'altra riprova che non sempre le riforme - e per questo la denominazione riformismo non è garanzia di buongoverno - vanno nella direzione di migliorare la vita dei cittadini.

La convinzione alla base della legge Lupi è che la pianificazione debba avere come interlocutori non le comunità dei residenti, che aspirano a vivere in città belle e meglio servite, ma la cerchia degli operatori immobiliari, a cui si garantisce, parrebbe in modo privilegiato, il diritto di partecipare ai procedimenti di formazione degli atti. Per cui la forma e l'organizzazione delle città potranno derivare dalla somma di interessi variamente contrattati, laddove si prefigura - ecco il punto - una procedura «semplificata» e «negoziale» e non più «autoritativa». Insieme verrebbe meno il principio presente nell'ordinamento attuale di riservare, dappertutto negli atti di pianificazione, una quantità minima di spazi da destinare a servizi collettivi. Gli esiti nelle diverse aree urbane saranno sconvenienti quasi per tutti. In generale saranno ridimensionate le fortunate condizioni insediative che hanno prodotto scelte urbanistiche di alto profilo e immobilizzate quelle che per sotterfugi e abusi non hanno mai raggiunto un adeguato livello di civiltà abitativa. A poco servirà la debole esortazione di «garantire comunque» un imprecisato minimo livello di dotazioni di attrezzature e servizi, «anche con il concorso di soggetti privati». Che, è facile prevederlo, concorreranno liberamente, secondo le loro strette convenienze. Il rischio è che si diffonda il modello ispiratore di questa legge messo a punto dal centrodestra a Milano dove il sedicente progetto urbanistico è già inteso come sommatoria di interessi negoziati. Si prefigura un arretramento rispetto al principio che sancisce il diritto a inderogabili condizioni di vivibilità per ciascun cittadino della Repubblica, ovunque risieda.

Gli effetti della devoluzione si vedranno anche nell'assetto del territorio. Non trasferimenti di poteri dentro un quadro chiaro, ma deleghe per discrezionali contrattazioni, con effetto domino assicurato. Tant'è che le regioni sono chiamate a determinare non le misure minime ma i criteri per il dimensionamento dei servizi da porre alla base della redazione dei piani urbanistici comunali.

La questione è rilevante e qualcosa si muove per iniziativa di Italia Nostra che ha promosso un appello con l'adesione di numerosi studiosi (tra gli altri: Piero Bevilacqua, Edoardo Salzano, Giuseppe Chiarante, Roberto Gambino, Pierluigi Cervellati, Francesco Indovina, Carla Ravaioli, Vezio De Lucia, Alberto Magnaghi). Nel documento è segnalato in modo speciale un altro punto oscuro: la rinuncia della legge a impegnare la pianificazione a garanzia del paesaggio e dei beni culturali contro l'idea che nel nostro Paese ogni processo di trasformazione debba fare i conti con valori fondamentali di ogni luogo. «Contraddicendo - è scritto nel documento - una linea di pensiero che, da oltre mezzo secolo, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria».

Postilla. Roggio scrive: "il dibattito si è sviluppato in un silenzio preoccupante, segno che pure i partiti di opposizione e quelli di sinistra (che contano su indiscusse competenze) hanno sottovalutato la questione". Forse si sono rivolti a competenze indiscusse, ma sbagliate. (es)

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