Idee sulla Città
Vezio De Lucia
Su l’Unità del 26 marzo 2005, l’autore riprende gli argomenti della “Opinione” del 14 marzo e formula una auspicio: “l'anno prossimo la scena potrebbe finalmente cambiare”. Aiutiamo le rose a fiorire; per esempio, il 3 aprile
Nei giorni scorsi, Romano Prodi, concludendo un incontro su trasporti e territorio, ha affermato che si deve ricostruire il territorio del nostro paese, si deve rimettere mano alle regole urbanistiche. Secondo me, è una novità storica. Dovremmo tornare agli anni mitici del primo centrosinistra per trovare un uomo politico di rango che utilizza appropriatamente la parola urbanistica e la riferisce a un programma di governo. Da quasi un quarto di secolo quella parola era obliterata, screditata, trattata con diffidenza. È stato così da quando hanno cominciato a soffiare i venti della deregulation e del privato è bello. Da allora si è a mano a mano consumata la separazione fra la politica progressista e l'urbanistica. Per fortuna, non senza eccezioni.

Non sono mancate esperienze locali in controtendenza: molte in Toscana; la recente e convinta determinazione di Renato Soru per salvare le coste della Sardegna; e mi permetto anche di citare Napoli. Ma, di norma, il primato del governo pubblico del territorio è stato sempre insidiato dalle presunte scorciatoie della contrattazione con la rendita fondiaria, apprezzato motore delle trasformazioni urbane.

La destra ha goduto dell'agonia dell'urbanistica e ha cercato, sta ancora cercando, di sferrare il colpo di grazia. Non è ancora scongiurato il rischio che sia approvato un terrificante disegno di legge, di cui ha trattato su queste pagine Vittorio Emiliani. Un disegno di legge - bisogna dirlo, ben poco contrastato dal centro sinistra - che smantella il principio stesso del governo pubblico del territorio, sostituito da “atti negoziali” con la proprietà immobiliare. Altri due inauditi contenuti della proposta sono la cancellazione dei cosiddetti standard urbanistici e lo scorporo della tutela dalla pianificazione. Tutti sanno che gli standard urbanistici sono le quantità minime di spazi destinati a verde e a servizi, un vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato dopo memorabili vertenze negli anni Sessanta. Se è vero che in alcune parti d'Italia la disponibilità di spazi per attrezzature è ormai quasi sempre garantita, non è così in molte altre parti, soprattutto nei comuni del Mezzogiorno, dove adeguate disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio. Lo scorporo della tutela dall'ordinaria attività di pianificazione è un inverosimile rigurgito di centralismo che contraddice principi mai messi in discussione dall'Unità d'Italia. Se avesse operato in passato una norma del genere, l'Appia Antica sarebbe come Casal Palocco; le colline di Bologna e di Firenze sarebbero come il Vomero; non ci sarebbe il parco delle Mura di Ferrara; non sarebbe salva la costa della Maremma livornese, e così di seguito.

La più vistosa conseguenza di tanti anni di sostanziale accantonamento della pianificazione è il patologico ritmo di crescita delle aree periferiche, che non ha alcuna giustificazione di natura economica o sociale. Il vantaggio è solo per la rendita fondiaria: e voglio ricordare che più risorse vanno alla rendita meno ne vanno agli impieghi produttivi. In tutte le aree urbane del nostro Paese si assiste al paradosso di una vertiginosa diminuzione di abitanti, soprattutto nelle aree centrali, e di una contemporanea, spropositata espansione del territorio urbanizzato. Alle lottizzazioni residenziali e ai centri commerciali si è aggiunto il decentramento dei luoghi di divertimento e dei servizi. Aumentano l'inquinamento, lo stress, il rumore, il costo della casa, che obbligano a cercare in campagna, o in città minori, condizioni di vita sostenibili. Il problema non è solo italiano. Secondo la Commissione europea - presidente Romano Prodi -, la proliferazione urbana è il problema più urgente per le città europee. “La proliferazione urbana aumenta la necessità di spostamento e la dipendenza dal trasporto privato, che a sua volta provoca una maggiore congestione del traffico, un più elevato consumo di energia e l'aumento delle emissioni inquinanti”.

In altri paesi europei, specialmente in Germania, in Inghilterra, in Francia, la pianificazione del territorio non è una cenerentola. Il contenimento delle aree urbanizzate è oggetto di apposite e rigorose politiche governative che massimamente favoriscono il riutilizzo sistematico delle aree dismesse o sottoutilizzate. Il governo italiano ignora invece il problema. È interessato solo ad agevolare la rendita. In verità, nessun altro precedente governo aveva avuto cura della condizione urbana in Italia.

L'anno prossimo la scena potrebbe finalmente cambiare.

Sullo stesso tema
Antonietta Mazzette
Se confrontiamo l'urbanistica italiana con quella degli altri paesi...Una lezione al Centro studi urbani di Sassari. La Nuova Sardegna, 25 marzo 2009
Sandro Roggio
Una recensione di questo sito, da il manifesto del 31 dicembre 2004
Giovanni Valentini
Un’analisi interessante e condivisibile, che però trascura un aspetto essenziale del problema: chi decide? con quali legittimazione? con quali procedure? Da la Repubblica del 29 agosto 2005
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