Gli anni delle "magliette a righe"
Rossana Rossanda
Amtifascismo e altro, negli anni Sessanta. Altre pagine dl libro "La ragazza del secolo scorso", Einaudi 2005
[…] Sono imprevedibili i movimenti che disegna la storia, in superficie e sotto la superficie. Ho camminato per molte strade che hanno cambiato nome e appartenenza.

Insomma negli anni sessanta a me e a molti miei compagni successe come alla lucertola cui il gatto ha morso via la coda: ricresce. Lucertola mi pare un termine appropriato. Non sono stata un animale della foresta, neanche un gatto selvatico, e spero non una gallina. Una cosa è come si è, un'altra è come ci vedono e una terza come ci si pensa, rispettiamo le proporzioni. Per una lucertola che metteva la testa fuori, nell'Italia del 1960 faceva più tiepido che nel 1949. Il crinale fu l'estate di quell'anno, che si aprì col sollevamento di Genova infuriata per il primo congresso ostentato del Msi. Fu un evento perché l'antifascismo era da un pezzo sonnolento, e non è vero che non si facesse che parlare di Resistenza. Se l'avessimo fatto non ci avrebbero badato.

Nel 1960 saltarono fuori i giovanissimi, e chi li aveva più visti i ragazzi salvo che nei cortei fascisti per Trieste? Forse il parroco con il suo campetto di calcio, il cinema di periferia sabato o domenica, qualche balera. Non venivano nelle sezioni comuniste, e nelle case del popolo gli anziani con le carte e un bicchiere di vino ai tavolini gli mettevano voglia di andare altrove. Quel luglio invece schizzarono come cavallette, agili alleati dei portuali genovesi simili ad armadi, ragazzini in scarpe di tela e maglietta, versione mediterranea del teddy boy, figura rimasta esotica perché da noi giubbotti ed eskimo, quando arrivarono, vestirono tutt'altre creature. Le correnti si distinguono a distanza, a Londra erano i Beatles e da noi i fan di Adriano Celentano che gli si affollavano attorno alle Feste dell'Unità al parco Lambro perdendo per l'entusiasmo una montagnola di scarpe. La musica cambiava, è il caso di dirlo.

Anche l'antifascismo di chi il fascismo non l'aveva visto fu diverso da quello di prima. E diverso sarebbe stato nel 1968, che dette del fascista a gente cui noi non ci saremmo mai sognati. Una marea si affollò nell'autunno del 196o alle dieci lezioni sul fascismo che proponemmo, e si dovette chiedere al Comune il teatro più grande della città, e i giovani si spingevano dalle platee zeppe fin sotto il palcoscenico per ascoltare Foa e Amendola, non come chi ricorda ma come chi scopre.

Poco prima il paese aveva scricchiolato, la polizia sparò sul corteo di protesta a Reggio Emilia, per terra rimasero cinque morti ammazzati e ogni manifestazione fu proibita. Ero nella segreteria della federazione milanese quando discutemmo se fare il corteo lo stesso. L'esercito aveva ordine di impedirlo. C'era un pericolo? C'era. I morti di Reggio avrebbero trattenuto i soldati? Forse. Dovevo decidere di qualcosa che non era obbligato come in guerra, e poteva anche volgere nella morte di qualcuno. Decidere in prima persona, perché tutti eravamo traversati dallo stesso dubbio. Eravamo in cinque o sei, e di colpo ebbi voglia di sottrarmi. Alla testa del corteo sarei sicuramente andata, ma che di esso decidessero altri. Mi venne in gola un ancestrale: non tocca a me, ero una donna, quella cui è più naturale raccogliere i morti che impedirli, e tanto meno deciderne l'eventualità. Essere seconda è una amata interdizione, inconfessabile. Non se ne accorsero i compagni. In questi momenti si è alla pari. Dissi che sì, si doveva fare. E così fu.

Era una giornata di sole e di totale silenzio. Sfilammo in testa a una marea di gente, i soldati grigi armati fittissimi ci aspettavano a destra e a sinistra di corso di Porta Vittoria, le facce chiuse, immobili, pronti. Un compagno mi avvicinò e togliendo le mani dallo spolverino mi mostrò due bottiglie molotov. Sei matto! Metti via subito! Si scostò accigliato. Mi guardai attorno, forse ce n'erano altri. Non era più il tempo di motociclette della Volante rossa. Via via che avanzavamo capimmo che, salvo un incidente, i soldati non avrebbero sparato. Alla fine del corteo respirai, mi sentivo stanca morta. Poco dopo cadeva il governo.

Molte cose mi sarebbero successe negli anni seguenti, ma di quella estate due mi hanno segnata. Due messe in guardia. Una la capii non molto dopo: quella fu l'ultima vittoria dell'antifascismo, perché era un fascismo nostalgico quello che tentava un ritorno ed era sconfitto da un no che veniva ancora dalle viscere. Avevo interpretato due anni prima De Gaulle nello schema della mia generazione - pur avendolo rispettato come un faro della Resistenza - e cioè che una destra autoritaria non poteva che essere fascista. Invece il suo non era fascismo affatto, non era neppure in senso stretto reazione, era quella che in Italia sognano i moderati, una destra « ammodernatrice», con principi, che mette dei freni alla instabilità e al gioco politico, e per questo era stato in grado di imporre ai suoi una pace onorevole con l'Algeria. Ma io lo intesi soltanto due anni dopo, nella Spagna del 1962, dove fui mandata in missione clandestina per mettere assieme un fronte antifascista da manuale contro un franchismo-fascismo da manuale. Ma non c'erano né l'uno né l'altro. Del franchismo si sbarazzavano le nuove classi dominanti, l'Europa, il capitale, tutto insomma salvo che una lotta di popolo. Mi vennero meno di colpo alcune coordinate che portavo con me dal 1943, come quando avanzando nel mare manca d'improvviso il piede.

La seconda fu la scoperta che non sfuggivo al femminile. E non sul terreno dei sentimenti, dove tutte ci muoviamo con millenni di desideri e frustrazioni addosso, ma su quello del razionale e del pubblico, dove mi dicevo che non c'è differenza fra un uomo e una donna. Non era così. Quell'impulso di fuggire davanti alla decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in gioco io sola - sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio, il decidere per gli altri sta nel suo Dna. Da allora quando si tratta di scelte forti nella sfera pubblica riconosco l'impulso a far un passo indietro. E non mi pare una virtù pacifista, ma il riflesso di chi è stato per secoli fuori dalla storia. La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda. Non decidere in prima o ultima istanza.

Non che le donne non amino il potere, lo esercitano senza pietà nel privato e l'una contro l'altra. Ma fuori del privato siamo tentate di seguire, a costo di romperci in due, la strada decisa da altri. Ci sentiamo estranee, e come Virginia Woolf lo rivendichiamo non senza subirne le conseguenze con lacrime e strida. Ma raramente lo mettiamo in discussione, perché implica meno violenza, e sarebbe una virtù, ma anche meno responsabilità, e dubito che lo sia. Diffido dei saperi detti femminili - la cura per il vivente ma se è prossimo, la predilezione per l'orizzonte privato, la scarsa attrazione per i sogni della ragione, assieme a un'utile ironia, celata per affetto, per le grandezze esibite dai nostri uomini. Non sono sicura che sia una sapienza, è l'eredità d'una condizione subita. Le femministe me lo hanno rimproverato. Io ai miei poveri poteri pubblici non avrei rinunciato, mentre mi pareva un po' losco usare di quelli privati.

«Ma noi abbiano la seduzione! » mi sorrise un giorno un'architetta in tailleur blu ma con scarpette cangianti che la dicevano lunga. Se la tenesse, quella sua seduzione, arma di prossimità. Perché io mi preoccupavo del mondo ed ero diventata una dirigente. La più giovane fra gli uomini del Pci. E non c'è dirigenza che si senta più innocente di quella d'un comunista. Dirigente senza privilegi, dirigente senza soldi, dirigente che impiega la vita per inseguire il giusto. Insomma, la coscienza tranquilla. E poi il potere è una passione e la sua più tremenda tentazione è il poter fare. Temo che questa sia la radice delle vessazioni dei leader, borghesi e comunisti, più che la smania di calpestare gli altri - questa riflette la nostra paura primaria, mentre quella è il biblico serpente che sussurra: se a quel posto ci fossi io, rimetterei le cose nel verso giusto, gioverebbe a tutti, vedi mai se ne viene un uomo nuovo. Divino. Feci un salto, appena iniziata la deriva post Sessantotto, quando lessi che nell'occuparsi degli altri c'è il basso bisogno di metterci le mani sopra. E poi quando in una rivista femminista inciampai su alcune notevoli donne che s'erano date da fare per le altre ma narravano come un bel momento avessero deciso di non fare più che per se stesse, e tolta, per così dire, l'insegna su strada si trovavano felicemente assieme. Una di esse se la prendeva con Simone Weil: ma chi glielo aveva chiesto di immischiarsi, chi l'aveva chiamata? Fremetti di collera. E di dubbio. Chi aveva chiamato me, che non ero neanche Simone Weil? Nessuno. L'imperativo categorico che brilla come il firmamento sopra di noi? A rispondere così mi sarei tirata gli schiaffi.

Ero infuriata perché c'è una punta di vero in quel che le mie amiche chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e volontà di dominarlo il margine fosse sottilissimo. E vero che il far politica come l'ho fatta io è folle di appropriazione, anche se gravido di sconfitte. Ho invidiato chi faceva un libro o un film, lasciando qualcosa di suo e compiuto; quel che io perseguivo, se funzionava, sarebbe stato di molti, e se non diventava di molti, voleva dire che non aveva funzionato. Come è infatti accaduto. A quel punto non resta che ripiegare - dal fare all'essere, dall'essere allo scrivere. Poca cosa. Intanto so che nel fare con e per altri, se non è per amore di dio, c'è una immensa gratificazione. Quando alcune donne, passando dall'accusa di prepotenza al suo opposto, mi hanno rimproverato di aver sacrificato me stessa, mi domandai quali tesori interni avessi mai dissipato, che cosa avessi perduto, in che cosa non mi fossi voluta bene. Non trovo granché. Sacrificata? Ma via. Di una stanza tutta per me non ho sentito la mancanza avendo per me il mondo e potendo perfino recederne. Mai ci si realizza come assieme agli altri, cui con naturalezza si spiega come fare - dev'essere il temibile materno, fabbricare le creature, nutrirle, insegnargli a camminare, svezzarle malvolentieri. Mai si è meno sacrificati che in un collettivo che hai scelto e cui ti credi necessaria. Galoppi come madre Teresa, sulla cui santità nutro molti dubbi, e muori di fatica tutta contenta. Ho scarsa pazienza con chi se ne lamenta.

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