Per un nuovo modello di produzione, distribuzione e consumo
Carla Ravaioli
I materiali predisposti per il Programma dell'Unione ...
I materiali predisposti per il Programma dell'Unione sono noti, anche se distribuiti su scenari diversi per qualità e orientamento, in qualche caso molto diversi. Tutti però (di questo vorrei discutere) con una caratteristica comune: non poche delle politiche di cui si promette la messa in opera di fatto non sono praticabili. Certo molti dei provvedimenti previsti, spesso da più parti, sono non solo necessari ma anche possibili. Cancellare massima parte delle riforme Berlusconi, da quelle spudoratamente ad personam alle tante altre che offendono costituzione e democrazia; chiudere i Cpt e provvedere in modo meno infame a quella che impropriamente viene definita «accoglienza» dei migranti; impegnarsi seriamente contro l'evasione fiscale e perfino recuperare una qualche progressività dell'imposizione; impegnarsi a che scuola, ricerca e cultura ritrovino efficienza e dignità adeguate alla rilevanza della loro funzione; riorganizzare l'amministrazione della giustizia e abbreviare processi di lunghezza vessatoria; ritirare le nostre truppe da Iraq e Afghanistan.
Tutto questo un governo di buona volontà può farlo. Ma cose ben più impegnative si vanno variamente auspicando e promettendo: sconfiggere precarietà povertà disuguaglianza, promuovere occupazione, equità, solidarietà, coesione sociale, aumentare salari pensioni servizi; qualcuno va oltre, e parla di un'altra idea di sviluppo, di superamento del mercato, di una diversa economia. Mi pare necessario domandarci quanto queste cose abbiano possibilità di essere realizzate oggi in Italia.
La precarietà è ormai uno dei principali strumenti usati dalle imprese per competere e sopraffarsi nella gran guerra dei mercati planetari; la progressiva cancellazione dello stato sociale è obiettivo dichiaratamente perseguito dagli alfieri del neoliberismo; povertà e disuguaglianza sono apertamente teorizzate come la più efficace molla di competitività e crescita produttiva. Queste dovunque sono oggi le regole.
Il dettato neoliberistico
L'Italia è un piccolo territorio circondato dal grande mondo in cui giganteschi poteri economici furiosamente si affrontano con i mezzi di cui sopra, e al quale d'altronde essa stessa è strettamente legata: con la sua economia, del tutto obbediente al dettato neoliberistico, e col suo mercato che non si muove soltanto tra le Alpi e il mare nostrum. E' pensabile che, da sola, sia in grado anche solo di ridurre sensibilmente disuguaglianze e miseria? E l'interrogativo si fa più che mai cogente quando si nota che non pochi dei più ferventi sostenitori di solidarietà e giustizia (Prodi in testa) si contraddicono mostrandosi altrettanto ferventi sostenitori di crescita e competitività, e illustrando i modi ritenuti più acconci per «far ripartire l'Italia»: per dove, se non per la riconferma e il consolidamento del sistema dato, quello che appunto vive di precarietà, disuguaglianze, ecc.? Insomma è possibile, e quanto è utile, oggi proporsi - e promettere - mutamenti così sostanziosi nel proprio paese, senza uno sguardo alla realtà d'oltreconfine? E senza una strategia che si proponga di coinvolgere altri soggetti in un'azione di largo respiro e di percorsi comuni?
Facciamo l'esempio dei salari. Che vanno sostenuti per quanto possibile, tentando di avvicinarli ai migliori livelli europei, ma di cui temo sia difficile (non solo in Italia d'altronde) ancora a lungo affrontare le problematiche ignorando una situazione mondiale in cui il mensile di un nostro operaio è grosso modo sui 1.000 euro, quello di un cinese sta sui 100, quello di un nordcoreano spesso non supera i 10; mentre di continuo approdano ai nostri confini folle sempre più numerose di persone che nemmeno quei 100 o addirittura quei 10 euro riescono a mettere insieme. E' pensabile che tutto ciò non abbia ricadute sulle dinamiche salariali e occupazionali dei nostri mercati, e sul rapporto capitale-lavoro nel suo complesso?
Oppure il capitolo ambiente. Materia che dalla maggioranza dei nostri politici continua a essere ritenuta del tutto marginale, come la campagna per le primarie ha confermato: vedi Prodi che nella sua brochure elettorale l'ambiente si limita a citarlo, e non come problema ma come risorsa, da sfruttare al meglio. Per lo più comunque gli impegni annunciati in proposito non vanno oltre trattamento dei rifiuti, risanamento di fognature, rimboschimento e riassetto del territorio, ricerca per le energie rinnovabili: provvedimenti necessari, spesso importanti, e questi sì anche praticabili (come già da tempo accade in gran parte d'Europa).
Rivoluzione ecologico-sociale
Ma chiunque sappia qualcosa di ambiente mai direbbe che questa sia la via per superare la crisi ecologica planetaria, arrestare lo scioglimento delle calotte polari, ridare acqua al Rio delle Amazzoni inaridito, ridurre il numero e la violenza di tifoni e alluvioni. Già perché curiosamente, mentre in fatto di questioni sociali spesso si ascoltano ipotesi di una radicalità che non può alla fine non risultare mera demagogia, rispetto alla minaccia della catastrofe ambientale non sembra si riesca a immaginare più che inceneritori e mulini a vento. Secondo un'asimmetria di giudizio e di progetto, che non può non denunciare la debolezza complessiva della politica di sinistra. Ma ciò che sembra mancare è l'esatta percezione della gigantesca trasformazione del mondo verificatasi negli ultimi decenni, la quale investe, coinvolge e porta a dimensione planetaria anche situazioni e problemi interni a ciascun paese, riducendoli a questioni del tutto fuori misura rispetto alle capacità di intervento dei singoli governi: ormai divenute illeggibili con gli alfabeti di sempre, resistenti alle politiche consuete, cioè ingestibili isolatamente.
Non so se constatare che nemmeno le sinistre straniere sembrano in grado di produrre politiche più brillanti, possa consolarci. Specie se si considera che fuori dalla politica «professionale» sono ormai sempre più numerose le voci che parlano della necessità di una grande rivoluzione ecologico-sociale, capace di rifiutare di netto il paradigma neoliberista per sostituirlo con una diversa visione del mondo, e assumere in un'unica prospettiva l'impegno per arrestare la doppia minaccia sociale e ambientale. Voci che quanti reggono i governi non sembrano nemmeno udire. Miopie, egoismi, rigidezze nazionalistiche sopravvivono nel mondo globalizzato (acutamente ne parla Ulrich Beck in Lo sguardo cosmopolita, Carocci 2005) mentre convivono con un cosmopolitismo dal passo sempre più veloce, integrandone più o meno passivamente l'azione molteplice, i vantaggi e il danno, ma ignorando la rete di interdipendenze secondo cui alcuni problemi non possono ormai che essere problemi del mondo. Anzi lo sono già. Accade così che terrorismo, natura sconvolta, povertà in aumento, banlieues in fiamme, migrazioni bibliche, lavoro sempre più esosamente sfruttato, guerra normalmente usata come strumento economico, tutti i problemi la cui magnitudine e terribilità più accusano il mondo, restano senza soluzione possibile.
La sinistra europea
Per qualche tempo da più parti s'era guardato all'Europa come al soggetto forse capace di mettere a segno qualche risposta a queste non più eludibili urgenze. L'Europa, patria del capitalismo ma anche del socialismo, responsabile dei peggiori eccidi perpetrati nella storia ma anche produttrice di una parte senza dubbio pregevole della cultura umana, sul rifiuto della guerra nata all'unificazione, forse - si pensava - avrebbe potuto farcela. Anche i giovani dei movimenti ci avevano creduto. Purtroppo l'Europa d'oggi, tra le pastoie di una burocrazia farraginosa e ottusa e i vincoli di un economicismo acriticamente appiattito sul dettato neoliberista, non incoraggia ottimismi. E però circa un mese fa ad Atene ha svolto il suo primo congresso il partito della Sinistra europea. Ne fanno parte diciotto sinistre che, ormai del tutto sganciate da nostalgie veterocomuniste, altrettanto decisamente rifiutano il piccolo riformismo delle socialdemocrazie, e chiedono altro. La Dichiarazione pubblicata al termine dei lavori afferma tra l'altro la necessità di «un nuovo modello di produzione, distribuzione e consumo». Non male, come inizio. Proviamo a sperare?

Articolo pubblicato da il manifesto il 3 dicembre 2005

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