Ragioniamo: a che serve la TAV?
Carla Ravaioli
Caro Eddy, come sempre, anche a proposito di Val di Susa...
Caro Eddy, come sempre, anche a proposito di Val di Susa, dici cose che non posso non condividere. Forse però a quanto dici si può aggiungere qualcosa.

D’accordissimo che interessi diversi debbono sapersi confrontare democraticamente e possibilmente trovare soluzione senza calpestarsi reciprocamente, specie quando i legittimi interessi di una piccola comunità contrastano con quelli di una comunità più vasta. D’accordo ovviamente anche su quella che è verità e regola indiscussa dell’ambientalismo: il trasporto su ferro è assai meno inquinante di quello su gomma, ciò che per noi dunque dovrebbe essere argomento decisivo a favore della Tav. Non mi soffermo su tutte le ragioni, frutto di quella severa valutazione tecnica di cui sacrosantamente tu affermi la necessità (ragioni illustrate in dettaglio da Guglielmo Ragozzino sul manifesto nell’articolo da te puntualmente ripreso su Eddyburg) per le quali forse il vantaggio ecologico del passaggio dalla gomma al ferro potrebbe risultare fortemente ridotto, se non cancellato. Tenendo conto anche del fatto che in Val Susa una ferrovia già esiste, e che forse, adeguatamente riattata, potrebbe assorbire buona parte del traffico su gomma senza bisogno di bucare la montagna per 54 chilometri.

Ma ciò di cui vorrei dire è un’altra cosa. Che in realtà si traduce in alcuni interrogativi. Siamo certi che realizzare la Tav, avviare su di essa tutto o gran parte del trasporto di merci, davvero rappresenti gli interessi della comunità più vasta? Facilitare e velocizzare al massimo il trasporto di merci non è soprattutto funzionale agli interessi del sistema di produzione e consumo oggi vincente nel mondo? Non rappresenta in realtà la “naturale” adesione all’ideologia dominante, che indica la modernizzazione come sempre e comunque positiva? E non ne deriverebbe alla fine un’altro incentivo alla moltiplicazione dello scambio di merci, quindi un ulteriore alimento alla bulimia iperconsumistica del nostro mondo, cioè un altro strumento di competitività, un altro modo di sostenere la crescita, in una parola un altro meccanismo omogeneo e funzionale all’ accumulazione capitalistica, come dire esattamente l’opposto di ciò che può rappresentare il tentativo di arrestare la spirale dello squilibrio ecologico, e dunque di cercare il benessere, di perseguire il reale interesse dell’intera comunità umana?

In effetti (come probabilmente sai) proprio lo scambio di merci analoghe o addirittura identiche tra un paese e l’altro, e tra un continente e l’altro, assurda quanto distruttiva regola dell’attuale commercio mondiale, è oggetto di riflessione tra ambientalisti di tutto rispetto, da Fabrizio Giovenale a Serge Latouche. I quali stanno lavorando sull’ipotesi del “ciclo corto”, cioè sulla possibilità di instaurare circuiti produzione-consumo all’interno di territori limitati, proprio allo scopo di ridurre l’inquinamento e il consumo energetico che lo spostamento di massicce derrate di beni su lunghi percorsi comporta. E’ un programma su cui spesso mi trovo a discutere con questi amici: mi pare infatti azzardato sperare di poter instaurare oggi, su una scala significativa, un modello di rifornimento merci che apertamente contraddice le logiche della competitività e della crescita, tuttora indiscussi vettori dei mercati globali. Non so chi abbia ragione. Certo è però che la Tav si pone sul versante opposto di queste ipotesi, e degli obiettivi da cui nascono.

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