Le stazioni dell’arte. Una cura di ferro per Napoli città ferita
Francesco Erbani
Il piano dei trasporti di Napoli è uno dei più straordinari esempi di buona urbanistica, generalmente ignorato. Viene alla ribalta per uno degli aspetti della sua realizzazione. Da la Repubblica del 28 novembre 2005
Napoli è un grande cantiere. Si scava in piazza Municipio, in piazza della Borsa, in piazza Nicola Amore, si scaverà in piazza Garibaldi e altrove. Vede la luce una rete di metropolitana che dovrebbe condurre la città simbolo di un traffico paralizzante verso un futuro diverso, fatto di meno macchine e di più spazi pedonali. Una metropolitana vuol dire anche stazioni: perché limitarsi a soluzioni puramente ingegneristiche e non trasformare questi luoghi in oggetti architettonici di pregio, con sistemazioni urbane di qualità e che invoglino a usare sempre di più il mezzo pubblico su ferro eliminando il profilo dimesso, punitivo che spesso comunicano tunnel, scale mobili e piattaforme? Perché non arricchire di valori estetici un grande servizio pubblico, coniugando funzionalità e cordialità? Sono state queste le domande che, più si andava avanti con la pianificazione della rete di trasporti, ci si è posti negli uffici dell’amministrazione comunale. Ed è così che sono nate le stazioni dell’arte che sono il perno di un’esposizione allestita in un padiglione della Mostra d’Oltremare. La rassegna si intitola Al futuro. Architetture e infrastrutture per lo sviluppo a Napoli e in Campania, è promossa da Regione e Comune ed è curata dalla Fondazione Annali dell’Architettura, da Benedetto Gravagnuolo, Alberto Ferlenga e Fiammetta Adriani (il catalogo è un allegato del numero di ottobre di Casabella).

La buona architettura non può prescindere mai da una buona urbanistica, si è spesso detto, e si è talvolta praticato (a Bilbao, per esempio). E in effetti immaginare la trama profonda di una pianificazione avviata nel 1994 con la prima giunta di Antonio Bassolino, assessore Vezio De Lucia, è indispensabile per capire il senso di questi progetti, commissionati dal Comune (responsabile del piano dei trasporti è Elena Camerlingo) e affidati ad architetti italiani e stranieri (da Gae Aulenti a Michele Capobianco, da Alessandro Mendini a Domenico Orlacchio, fino ad Alvaro Siza e Dominique Perrault). Occorre innanzitutto guardare cosa corre sotto terra (un reticolo che, a progetto ultimato, prevede quasi 90 chilometri di binari, 98 stazioni, 18 nodi di interscambio) per afferrare il valore di architetture che lasciano un segno in contesti difficili (Materdei o Salvator Rosa) oppure si innestano su scenari già spettacolari, come piazza Dante o il Museo Nazionale. Ovunque sbuchino, le stazioni hanno anche il compito di offrire spazi pubblici, luoghi di incontro e di socialità in quartieri che ne soffrono l’assenza. A Monte Sant’Angelo, ai bordi del Rione Traiano, storica periferia disagiata, sorgerà non una stazione dell’arte, ma una vera stazione d’arte: una grande struttura d’acciaio a forma di bocca, realizzata dallo scultore Anish Kapoor. La rete metropolitana si incarica dunque anche di ricucire il tessuto della città, dal centro alle periferie, quelle dell’abusivismo di Pianura e quelle degli insediamenti pubblici di Scampìa, allargandosi poi a tutto il territorio provinciale e quindi dilatandosi verso quello regionale. Sono tutti elementi di una "cura del ferro" senza la quale le stazioni non avrebbero avuto il significato che hanno.

La mostra si concentra però esclusivamente sulle architetture, affiancando a quelle della metropolitana, altre stazioni, a cominciare da quella della Tav, firmata da Zaha Hadid, la cui ultimazione è prevista per il 2008. L’architetta anglo-irachena sigla anche la nuova stazione marittima di Salerno, mentre a David Chipperfield è affidato il palazzo di Giustizia della stessa città: entrambi questi progetti sono esposti, mentre tuttora prosegue il dibattito sul piano regolatore della città, opera di Oriol Bohigas, un piano ispirato a principi di spinta deregulation, eppure accettato con tante riserve dalla stessa amministrazione comunale, che avrebbe voluto consentire molte operazioni giudicate di pura valorizzazione immobiliare.

Fra gli altri progetti esposti anche alcuni non legati a infrastrutture, come quello di Renzo Piano per il Cis di Nola (in corso di realizzazione) e quello di Vittorio Gregotti per il Centro Nazionale di Protezione Civile che dovrebbe sorgere a Scampìa (ma per questo insediamento non ci sono previsioni). Figurano poi il restauro del Tempio Duomo al Rione Terra di Pozzuoli (opera di Marco Dezzi Bardeschi), o gli allestimenti del Madre, il Museo d’arte a Donnaregina (Alvaro Siza) e del Pan, il Palazzo delle Arti in via dei Mille (Di Stefano, Defez, Guida). Un singolare effetto, poi verificabile dal vivo, producono i plastici di strutture presenti nella Mostra d’Oltremare - la Piscina olimpionica, l’Arena Flegrea e l’immensa Fontana dell’Esedra - che furono opera della migliore architettura napoletana dei primi anni Quaranta (Carlo Cocchia, Giulio De Luca e Luigi Piccinato) e che sono stati sottoposti a un prezioso restauro, coordinato da Marisa Zuccaro (De Luca ha progettato il recupero della "sua" Arena).

Le cinque stazioni dell’arte sono state realizzate fra il 2001 e il 2003 e sono state esposte alla Biennale di Venezia. Alcune di esse, a via Salvator Rosa, a Materdei e in via Cilea, si sono trasformate in contenitori d’arte contemporanea, sotto la regia di Achille Bonito Oliva, e ora ospitano opere, fra gli altri, di Renato Barisani, Enzo Cucchi, Sergio Fermariello, Nino Longobardi, Mimmo Paladino, Gianni Pisani, Mimmo Rotella ed Ernesto Tatafiore.

Al Museo Nazionale ha lavorato Gae Aulenti, riempiendo gli spazi con sculture e calchi provenienti dalla collezione archeologica. Assolutamente innovativa è in genere la collaborazione con la Soprintendenza archeologica. Le opere pubbliche, e in particolare gli scavi per le metropolitane, hanno sempre vissuto l’indagine sui reperti antichi come un fastidioso ostacolo. Nel caso napoletano le due competenze si sono intrecciate ed hanno prodotto fondamentali conoscenze storiche sulle dimensioni della città greco-romana, per esempio in piazza Municipio, dove il progetto di Alvaro Siza produrrà, scrive Benedetto Gravagnuolo, un «irripetibile connubio tra antichità e contemporaneità».

Chiude il catalogo l’assai discusso progetto di Auditorium a Ravello, firmato da Oscar Niemeyer, ma poi portato a termine dagli uffici del Comune amalfitano. L’intervento ha diviso architetti e urbanisti ed è stato duramente contestato da alcune associazioni ambientaliste (altre lo hanno difeso), che hanno ottenuto dal Tar il suo annullamento, perché in contrasto con il piano paesistico della Costiera. Poi il Consiglio di Stato, per un vizio di procedura, ha dato il via libera al progetto. L’Auditorium figura nel catalogo, ma non nella mostra. «Non ci sono arrivati i disegni», è la spiegazione ufficiale.

Che cos'è il piano dei trasporti di Napoli

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