Nord-Est: la nuova urbanistica del Friuli Venezia Giulia
Paola Barban
Dall'autrice di Storia della pianificazione nella Regione Friuli Venezia Giulia un commento per Eddyburg su DDL 154 e politiche urbanistiche regionali (d.v.)
Un romanzo noir uscito recentemente - “Nord Est” di Massimo Carlotto e Marco Videtta - nell’introduzione ben descrive il nostro paesaggio:

Era stato un mercoledì come tanti. Un mercoledì d'inverno del Nordest. Nel corso della giornata le strade si erano riempite di pendolari e Tir. Lunghe file avevano intasato autostrade, statali e provinciali.
A Padova e Vicenza, per l'ennesima volta, l'inquinamento aveva superato i limiti di legge. Il cavalcavia di Mestre, in piena notte, era ancora un serpentone di mezzi pesanti che avanzavano lentamente nei due sensi di marcia. Merci legali e illegali che andavano e venivano dai paesi dell' Est.
Quel giorno avevano chiuso i battenti altre quattro aziende, la più grossa aveva cinquantuno dipendenti. Altri quattro capannoni vuoti con la scritta affittasi, tradotta anche in cinese. Di capannoni aveva parlato nella mattina un docente di urbanistica della Facoltà di architettura di Venezia.
Ai suoi studenti aveva spiegato che, a forza di costruire 2.500 capannoni l'anno, erano stati sottratti al paesaggio agrario ben 3.500 chilometri quadrati e che nella sola provincia di Treviso c'erano 279 aree industriali, una media di quattro per comune. Il docente era preoccupato, aveva affermato che la devastazione del territorio era ampia e profonda. Forse irreparabile.
Ormai nel Nordest i capannoni avevano cancellato: memoria alla terra e identità agli abitanti.

Questo breve testo traccia un’efficace foto istantanea dei nostri territori, con capannoni, centri commerciali, uno sviluppo che in pianura assume il carattere della città e della fabbrica diffusa. Si parla della Regione Veneto ma il Friuli Venezia Giulia, almeno per quanto riguarda la pianura e le cinture delle grandi città, sembra seguire lo stesso modello. Moltiplicazione di centri commerciali, che nascono già senza mercato, a fronte di una società caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione, da un trend demografico negativo e da una contrazione dei consumi e che comportano un’incentivazione del traffico privato, il depauperamento delle attività commerciali in centro e dei negozi di vicinato nelle periferie.
Lo stesso impoverimento della città è riscontrabile nel settore culturale: nel centro di Udine sopravvive una sola sala cinematografica (un cineclub), nel centro di Monfalcone una sola sala part-time, che ospita anche teatro e concerti, mentre i Cinema multisala sono ospitati nei centri commerciali, posti ai margini delle città, lungo i grandi assi di ingresso urbano, dove si concentrano le grandi polarità commerciali, produttive e terziarie della periferia.

Il sistema insediativo segue le stesse regole: le rendite eccessive e la scarsa qualità della vita spingono a preferire le abitazioni fuori città, le villette a schiera con posto macchina, spesso carenti nelle urbanizzazioni secondarie, ovvero farmacie, giornalai, scuole, strutture sportive.

Il risultato di questo modello edilizio è un notevole consumo del suolo ed ancora un incremento del traffico privato. Il pendolarismo con la città di Trieste, riguarda tutto il Monfalconese ed arriva fino a Fiumicello, mentre recentemente la fuga dalla città si sta trasferendo anche oltre confine: sono diversi i casi di cittadini di Trieste che acquistano case sul Carso sloveno, nella zona di Sesana. Nel contempo i centri storici cadono a pezzi, come ad esempio Borgo Teresiano a Trieste.

Gli interessi legati alla rendita immobiliare sono ancora quelli che Rosi aveva descritto nel suo film “Le mani sulla città” del 1962, in cui aree agricole o di pregio paesaggistico, come quelle costiere, grazie a piani regolatori compiacenti vengono rese edificabili, con un conseguente aumento spropositato del valore delle aree stesse.
Si amplia così il conflitto tra la proprietà immobiliare, che spinge per ottenere edificabilità e quantità edilizie più elevate per incrementare la reddittività dei propri immobili, e le categorie di soggetti - le famiglie ma anche le aziende - interessate ad ottenere alloggi e altri edifici a prezzi moderati.

La politica del "lasciar fare" adottata dalla Regione Friuli Venezia Giulia nei confronti dei Comuni è all’origine del disordine urbanistico che interessa i settori insediativo, commerciale ma anche industriale-artigianale. Alla base di queste carenze forse c’è un malinteso concetto di sussidiarietà. La sussidiarietà richiede che le competenze, in relazione alla loro natura, siano collocate al livello territoriale dove possano essere esercitate nel modo migliore, cioè più efficace ed adeguato alle finalità perseguite. Quindi non necessariamente al livello territoriale di governo più basso, ma al livello che garantisce la migliore efficienza.

L’asse Regione-Comuni - che di fatto ha governato fino ad oggi il territorio del Friuli Venezia Giulia e viene confermato appieno dalla leggina urbanistica appena approvata - trae origine dall’incompleta applicazione del Piano Urbanistico Regionale Generale del 1978. Nel PURG la redazione dei piani era concepita su tre livelli amministrativi, costituiti dalla Regione (a cui spettava la redazione del Piano Urbanistico Regionale Generale e dei Piani Urbanistici Regionali Zonali), dai Comprensori e dai Comuni, con il Piano Regolatore Generale Comprensoriale inteso come soglia minima della pianificazione urbanistica regionale.

Ma i Piani Zonali e Comprensoriali - rispetto ai quali la pianificazione comunale avrebbe dovuto assumere un carattere solo attuativo - erano stati di fatto abbandonati già nel 1975, prima ancora dell’approvazione del PURG, lasciando un vuoto che è stato di fatto colmato dai Comuni stessi.

La struttura gerarchica proposta dal PURG del ’78 è stata superata dalla legge nazionale di “Orientamento delle Autonome locali” del 1990 (ma anche dal successivo Decreto Legislativo n. 267/2000) che attribuisce alla Provincia il compito di redigere il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, per perseguire i fini della programmazione economica territoriale ed ambientale della Regione, oltre a compiti di coordinamento dei Comuni. La legge nazionale è stata recepita nella Regione FVG nel 1991 (con la legge 52), con cui viene conferito alle Province il ruolo di coordinamento territoriale sovra-comunale, subordinato però ad un Piano Territoriale Regionale Generale.
Alcune Province del Friuli Venezia Giulia - Gorizia e Pordenone - pur in assenza di un PTRG hanno sentito l’esigenza di confrontarsi con dei veri strumenti di pianificazione d’area vasta ed hanno quindi avviato la formazione delle Linee Guida per dei Piani Territoriali Provinciali di Coordinamento.

Questa fase di pianificazione di livello provinciale risultava prima bloccata dall’assenza di un Piano Territoriale Regionale ed oggi stralciata dalla nuova legge di riforma urbanistica.

Uno dei problemi centrali che oggi si trova ad affrontare la pianificazione territoriale riguarda il consumo del suolo e altre Regioni, quali ad esempio la Toscana ed il Veneto, ma anche la Sardegna e la Sicilia, hanno inserito precisi indirizzi e obiettivi nei loro strumenti normativi.

La Regione Friuli Venezia Giulia – con la legge di riforma urbanistica approvata il 23 novembre scorso - ripropone l’asse Regione-Comuni, mantenendo in capo alla prima gli interventi coinvolgenti le risorse essenziali del territorio (rete ambientale, sistema idrico, rete energetica, rete delle telecomunicazioni, rete infrastrutturale dei trasporti) e rafforzando il ruolo dei Comuni, ai quali viene lasciato - di fatto - il governo del territorio.

Molti dubbi solleva la previsione di una Società di Trasformazione Urbana Regionale (STUR), istituita con la forma giuridica della società per azioni, alla quale viene assegnato il compito di “ attuare progetti di particolare rilievo”, come l’acquisizione, trasformazione e commercializzazione degli immobili interessati dagli interventi. Se la finalità è di ideare una via breve per garantirsi una sorta di libertà di agire come una qualsiasi azienda privata, bisogna considerare che il territorio - che è un bene fondamentale, primario e non riproducibile - non può essere trattato al pari di una qualsiasi merce.
Nonostante un emendamento dell’ultimo minuto abbia cancellato i riferimenti al Corridoio Cinque ed al collegamento stradale Cervignano-Manzano, salvando almeno formalmente il carattere di generalità della norma, queste forme di gestione del territorio lasciano avanzare il sospetto che - a questo punto - il Piano Territoriale Regionale e la sua formazione diventino residuali rispetto alla volontà di realizzare - con una conduzione privatistica - alcune specifiche opere di particolare interesse per alcuni settori regionali, quali l’Alta velocità ferroviaria, vari collegamenti stradali, nuovi elettrodotti proposti da alcuni soggetti economici regionali per importare energia dall’estero e commercializzarla in Italia attraversando le aree alpine e prealpine, le Casse di espansione del Tagliamento e quant’altro.

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