Appello a Prodi. Urbanistica: centrosinistra assente, o cambia o perde
Vezio De Lucia
Un commento della lettera a Romano Prodi, per chiedere che il territorio, ridotto in cenere dalla destra, non sia più considerato una cenerentola dal centro-sinistra. Da Liberazione del 19 novembre 2005
L’appello a Romano Prodi pubblicato qui accanto ha raccolto, in pochi giorni, trecento firme, fra le quali quelle di Giulia Maria Crespi, Desideria Pasolini dall'Onda, Arturo Osio, Giuseppe Chiarante, soci fondatori, rispettivamente, del FAI, di Italia Nostra, del Wwf Italia, dell’associazione Bianchi Bandinelli. Hanno firmato anche alcuni ex ministri – Giovanna Melandri, Paolo Baratta, Willer Bordon, Edo Ronchi – illustri storici dell’arte, archeologi, sovrintendenti, urbanisti, studiosi e docenti universitari. Promotore dell’iniziativa è il giornalista e scrittore Vittorio Emiliani, già direttore del Messaggero e consigliere d’amministrazione della Rai, da sempre impegnato nella tutela del patrimonio artistico e ambientale del nostro paese, in prima linea contro i disastri del governo Berlusconi. L’11 novembre, Emiliani ha organizzato una giornata nazionale di protesta con la parola d’ordine: “Cultura, Beni Culturali e Ambiente, un’Italia da rifare”. L’obiettivo è il medesimo che persegue l’appello a Prodi: far capire agli italiani che nell’ultimo quadriennio è stata scardinata l’idea stessa della prevalenza dell’interesse pubblico, sostituita da una pioggia di condoni e di sanatorie, di mance e di premi a favore di chi, invece, persegue esclusivamente i propri interessi a danno del Paese e della sua storia.

L’altra idea scardinata dall’attuale governo e dai suoi lacché è quella della inalienabilità dei beni culturali e ambientali di proprietà pubblica. Un principio in vigore da secoli, fin dalle leggi medicee e pontificie; salvo eccezioni stabilite dagli organi di tutela. Il governo di centro destra ha operato invece un vero e proprio ribaltamento, tutti i beni culturali e ambientali pubblici diventano vendibili, salvo eccezioni. E’ la logica della Patrimonio Spa e simili, desinate a finanziare opere pubbliche devastanti, a fare cassa con pezzi di patrimonio pubblico.

Mi interessa qui soprattutto riprendere e sviluppare il riferimento dell’appello al progetto di legge sul governo del territorio in discussione al Senato. Per due ragioni: perché il territorio è il contenitore di ogni altro bene culturale e perciò il suo buon governo è determinante per la conservazione dell’intero patrimonio pubblico; e perché il disegno di legge è stato già approvato dalla Camera alla fine del giugno scorso ed è urgente mobilitarci per impedirne l’approvazione definitiva. Sapendo che il testo ha goduto del sostanziale consenso di importanti settori del centro sinistra (ben 32 deputati dell’opposizione hanno votato a favore), dell’Istituto nazionale di urbanistica (ormai collaterale al centro destra) e del fragoroso silenzio della stampa (salvo Liberazione e poche altre pregiate eccezioni). Il disegno di legge prende il nome dal suo principale artefice, Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia, negli anni passati assessore del comune di Milano, ispiratore dell’urbanistica contrattata “di rito ambrosiano”. A Milano le regole urbanistiche sono una lontana memoria. Progetti e programmi pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi alle prescrizioni del piano regolatore ma, al contrario, è il piano regolatore che si deve adeguare ai progetti, diventando una specie di catasto dove si registrano le trasformazioni edilizie contrattate e concordate.

Con il disegno di legge Lupi, l’impostazione milanese viene estesa a tutta l’Italia. Mi fermo solo su tre funesti contenuti. La norma più grave è quella che cancella il principio stesso del governo pubblico del territorio, sostituendo gli atti cosiddetti “autoritativi”, vale a dire quelli propri del potere pubblico, con “atti negoziali”, assunti d’accordo con la proprietà immobiliare. La legge in discussione al Senato cancella poi gli standard urbanistici, che sono le quantità minime di spazi destinate a verde e a servizi garantite a tutti i cittadini, un vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato nell’ormai lontano 1968. E’ la stessa filosofia della devolution, i diritti possono non essere uguali per tutti. Se quasi ovunque nel Mezzogiorno adeguate disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio, si provveda allora a ridurre gli obblighi di legge rispetto al centro nord. Il terzo insensato contenuto della proposta riguardal’indiscriminata incentivazione del consumo del suolo. Invece di imporre la preservazione di quanto resta di territorio non urbanizzato, come stanno facendo Francia, Germania, Inghilterra, e come richiede l’Unione europea, se ne legittima la dissipazione. Se avesse operato in passato una norma del genere, l’Appia Antica sarebbe come Casalpalocco, le colline di Bologna e di Firenze sarebbero come Posillipo, non ci sarebbe il parco delle Mura di Ferrara, non sarebbe stata salvata la costa della Maremma livornese, e così di seguito.

Pochissimi gli osservatori che hanno posto in relazione il disegno di legge Lupi con le spericolate avventure dei cosiddetti immobiliaristi che spadroneggiano nella finanza italiana, con la copertura delle autorità monetarie e politiche, e hanno contribuito a fare della rendita il motore dell’economia nazionale. La questione della rendita è strettamente legata all’urbanistica. Negli anni Sessanta e Settanta, l’impegno della cultura di sinistra per la riforma urbanistica era tutt’uno con il più generale impegno per contrastare, contenere e ridurre i privilegi della rendita immobiliare e finanziaria. Il patto fra i produttori, l’alleanza fra salario e profitto contro la rendita, furono efficacissime parole d’ordine e direzioni di marcia che nessuno ricorda. Fra i pochi soggetti che hanno messo in evidenza il primato, nell’Italia di oggi, della rendita sul profitto e sul salario, e della speculazione sull’impresa e sul lavoro, mi limito a ricordare il sito Eddyburg (di cui raccomando la quotidiana frequentazione).

Accanto alla rovinosa politica urbanistica del centro destra, l’appello ricorda le norme devastanti della legge delega sull’ambiente, l’umiliazione di tanta parte della dirigenza pubblica a causa del ricorso brutale allo spoil sytem, il paesaggio agrario ferito a morte, il disordine urbano, la crisi dei trasporti: ragioni tutte che impongono di “rifare l’Italia”, chiedendo a Romani Prodi di impegnarsi in tal senso. Concludo, riprendendo le conclusioni di Vittorio Emiliani alla giornata di protesta dell’11 novembre. In materia di beni culturali, le tesi esposte da Prodi in vista delle primarie non bastano, e la latitanza (o peggio) del centro sinistra nella vicenda della legge Lupi è molto preoccupante. Ci vuol altro: si tratta davvero di rifare, di ricostruire l’Italia migliore, che è stata ferita, macchiata, manomessa e violentata. Nel corpo e nelle leggi. Un compito di per sé immane, da realizzare anzitutto nelle coscienze, sperando che troppe di esse non siano state contagiate e corrotte. Un compito al quale le forze della cultura debbono dedicarsi con forza, ben al di là dei tagli alla Finanziaria, incalzando la politica e i politici sul piano strutturale, reclamando con forza di concorrere a un progetto Italia, a una sorta di New Deal della cultura e dell’arte da porre alla base della ripresa del nostro Paese, bello e infelice.

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