Le possibilità e gli scopi della pianificazione regionale e nazionale (1946)
Leonid Brutzkus
Un testo di indubbio interesse storico, e di rilevanza politica anche attuale. Dal numero 11 di Metron, 1946, monografico sulla colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei negli anni immediatamente successivi alla fine della II guerra mondiale (f.b.)
La soluzione
Dobbiamo tener presente che la pianificazione su scala nazionale non è soltanto una questione tecnica, ma costituisce anche un fattore importante nel quadro della politica di colonizzazione.
La pianificazione deve essere conforme alle direttive essenziali di questa politica. Occorre distinguere due periodi successivi, anche se non vi sarà tra di loro una linea di demarcazione chiara e definita. Fin dall’inizio il movimento sionista ha dedicato tutta la sua attenzione, tutte le sue energie e le disponibilità finanziarie alla colonizzazione agricola; lo sviluppo della città è stato in genere abbandonato al libero giuoco delle forze economiche. In particolare nessuno ha mai mostrato interesse alla distribuzione geografica della popolazione non agricola che forma 1’86% degli ebrei di Palestina.
Conseguenza dell’espansione sfrenata delle città senza alcun criterio informatore, è stato l’accentramento di 4/5 della popolazione non-agricola (71,5% di tutti gli ebrei di Palestina) in tre grandi centri urbani. Questo è il punto debole della nostra opera in Palestina.
L’ultima crisi economica mondiale ha mostrato chiaramente che le zone più stabili dal punto di vista economico erano quelle fondate sull’agricoltura e sull’industria, sull’alternarsi di campagna e centri urbani collegati da una fitta rete di piccole città. D’altro canto furono gravemente colpite le regioni in cui esisteva un’antitesi netta tra la città e la campagna. La concentrazione della popolazione non-agricola in poche metropoli è un fenomeno tipico delle terre d’oltre oceano, come l’ Australia, l’Argentina e la California, che hanno un’immensa estensione di territori e una scarsissima densità di popolazione. Ma questi paesi non possono assolutamente costituire un esempio per la Palestina. D’altra parte nei paesi densamente popolati dell’Europa centrale ed occidentale gli abitanti delle metropoli (città con più di 1.000.000 di abitanti) non costituiscono la maggioranza della popolazione non-agricola. Ad esempio, in Germania la proporzione raggiunge il 42,1 %, in Olanda il 35,5 per cento, in Francia il 31,9%, nel Belgio, il paese più densamente popolato del mondo, il 24,5%, in Svizzera il 20,2 per cento; in Cecoslovacchia essa scende al 16,2%.
Se noi consideriamo non solo Tel Aviv, ma anche Haifa e Gerusalemme tra i grandi centri urbani, otteniamo questo risultato: 1’82,9% della popolazione ebraica non-agricola della Palestina abita nelle grandi città. In questo senso la Palestina supera anche l’ Australia (61,9%), ed è “alla testa” di tutti i paesi.
Le nostre “metropoli” non sono ancora pericolose. Ma la tendenza all’accentramento eccessivo è evidente; questo fenomeno, più ancora della scarsa percentuale dei contadini, mette in rilievo l’anormalità della struttura sociale palestinese.
Il risanamento è necessario; si deve raggiungere la decentralizzazione della popolazione non agricola disperdendola in un gran numero di piccoli centri. L’idea che oggi regna in Palestina, secondo la quale bisogna vedere con sfavore l’urbanizzazione delle grandi colonie agricole e cercare di arrestarla, è fondamentalmente errata.
Effettivamente non abbiamo bisogno di città del tipo di Haifa e Tel Aviv. Ma invece, uno dei compiti essenziali del nostro lavoro deve essere la creazione di una fitta rete di centri urbani e semiurbani. I lavoratori della terra saranno i primi a trarre vantaggio da questo sviluppo; perchè ogni nuovo centro di industria e di artigianato costituisce un mercato locale per il prodotto agricolo, e ciò che è ancora più importante, una possibilità di lavoro stagionale per il bracciante.



In conseguenza delle condizioni specifiche della Palestina ebraica (piccole distanze, limitatezza del terreno coltivabile, prospettive per una popolazione molto densa) è evidente che la decentralizzazione porterà in un certo senso ad una sintesi tra la città e la campagna, creando una situazione “semi-urbana”.
Le distanze tra questi piccoli centri di industria e di artigianato (non più di 20 Km.) saranno tali da permettere un servizio di trasporti quotidiani su larga scala tra le località abitate e la loro area agricola; d’altra parte i dintorni dei centri industriali potranno servire per l’alloggio dei lavoratori.
Una conformazione di questo tipo presenta alcuni vantaggi propri della campagna (contatto con la natura, sane condizioni di alloggio, lavoro agricolo come occupazione principale o ausiliaria) e anche i vantaggi della città (maggiore più varia domanda di lavoro, maggiore possibilità di specializzazione professionale e di vita culturale).
Una struttura come questa garantisce la massima resistenza contro le crisi economiche. Un esempio di popolazione densa e decentrata ci è offerto da alcune provincie densamente popolate dell’Europa centrale ed occidentale. Ma il raggiungimento di questo risultato è più facile in Palestina dove già esistono condizioni particolari e cioè una colonizzazione moderna che conduce ad una alta densità di popolazione. Se gettiamo uno sguardo sulla carta delle colonie ebraiche, vediamo i primi segni di questa rete o catena di borgate, che diverranno centri industriali e artigiani, collegati reciprocamente da un sistema di trasporti quotidiani per operai.
Vi sono ancora delle grandi lacune in questa rete; sono difettose le comunicazioni tra le località (particolarmente nel nord) che hanno ancora carattere puramente agricolo. Ma già esiste il primo schema di questa catena ininterrotta, che comincia a sud a Beer-Tuvia e finisce a nord a Metullah. Il compito della colonizzazione è di completarla, rinsaldarla, vivificarla; il compito della pianificazione è di preparare e di regolare questa espansione e di indirizzarla nel senso voluto.
In un primo periodo non potremo evitare che alcuni terreni coltivabili vengano devoluti ad altri scopi, come alloggi, industria e strade. Ma un piano funzionale per ogni colonia può diminuire la perdita dei terreni coltivabili, specie considerando che le aree migliori per l’agricoltura (terreno basso e protetto dai venti, terra pesante o media) sono totalmente diverse da quelle adatte per uso di abitazione (località elevata, esposta ai venti, terreno sabbioso o calcareo).
L’aumento della densità nella pianura costiera, porterà tuttavia in un secondo periodo ad un rilevante incremento delle aree abitate ai danni delle zone coltivate. Visto che le riserve di terreno fabbricabile (cioè terreno inadatto alla coltivazione agricola) sono relativamente maggiori delle riserve di terreno destinato all’agricoltura, giungerà l’ora in cui saremo costretti ad evitare ogni ulteriore limitazione delle zone rurali. In questo secondo periodo dovremo orientare l’espansione delle aree abitate ed industriali verso i terreni inadatti o quasi alle coltivazioni agricole. Essi sono, innanzi tutto le sabbie costiere e, in misura minore, le falde e le cime delle colline.
Il problema della trasformazione delle sabbie costiere in terreni agricoli non è stato ancora studiato; ma anche se riusciremo a trasformare le zone sabbiose in campi coltivabili, dopo lavori di miglioria, irrigazione, concimazione ecc., potremo evidentemente realizzare tale opera solo su superfici limitate, cioè nel quadro di una colonizzazione urbana o semiurbana; è chiaro che questi terreni non sono adatti ad una vera agricoltura su larga scala. Al contrario le zone sabbiose sono adatte per il rimboschimento e particolarmente per un’espansione urbana.
Le ragioni sono le seguenti:

1) La spiaggia come luogo di riposo ideale.

2) Il beneficio immediato dei freschi venti marini.

3) L’abbondanza di acque sotterranee a piccole profondità.

4) Il basso costo delle fondazioni e delle strade, la facilità dello scolo delle acque nel terreno sabbioso e la presenza delle sabbie per le costruzioni ed il cemento.

Sulle vaste estensioni sabbiose c’è posto per creare una “città a catena” a scarsa densità, ricca di parchi e di boschi. Questa città sarà collegata al retroterra agricolo da un sistema di comunicazione giornaliera per gli operai; è prevedibile che in questo periodo già esisteranno linee stradali sufficienti da occidente ad oriente. Un traffico intenso si svilupperà anche da sud a nord, tra i diversi quartieri delle città e tra Haifa e Tel-Aviv. Per venire incontro alle esigenze del movimento bisognerà istituire un sistema di mezzi di comunicazione rapidi e moderni quali elettrotreni ed autostrade.
La definizione finale di un piano corrispondente agli scopi sarà possibile solo quando avremo studiate a fondo queste prospettive per la nostra colonizzazione futura in Palestina. È bene tener presente che le decisioni prese per una pianificazione su scala nazionale portano a vasta ripercussione e sono difficilmente modificabili.

I compiti
Una pianificazione nazionale e regionale consiste soprattutto nel tracciare delle linee generali. I suoi compiti sono : 1) la zonizzazione, cioè la classificazione dei terreni a seconda degli usi; 2) la determinazione delle direttive principali per lo sviluppo della popolazione. Uno dei mezzi è la pianificazione della rete delle comunicazioni. I progetti dettagliati dei piani regolatori cittadini o il disegno della rete stradale interna non rientrano nelle funzioni del piano nazionale e regionale; essi saranno lasciati alle competenze delle varie società di colonizzazione, degli enti autonomi municipali ecc. Ma questi progetti dettagliati dovranno conformarsi allo schema generale del piano nazionale e regionale e saranno sottoposti al controllo dell’istituzione centrale.

compiti della pianificazione sono impliciti nelle linee generali della nostra politica di colonizzazione. Il primo compito è di classificare i terreni adatti alla coltivazione. Questa opera verrà compiuta in base ad uno studio particolareggiato dei tipi di terreni e delle possibilità d’irrigazione (impiego delle sorgenti d’acqua nel luogo o trasporto delle acque da sorgenti lontane). Tale tipo di pianificazione non è nuovo nella storia della nostra colonizzazione; ma adesso il piano deve comprendere sistematicamente tutta la superficie della colonizzazione ebraica e non soltanto zone limitate; esso deve inoltre procedere congiuntamente alla pianificazione cittadina. Il secondo compito del piano è quello di risolvere completamente il problema della urbanizzazione delle zone rurali, in conformità ai principi dell’urbanistica moderna. Occorre limitare l’area libera per l’espansione edilizia e industriale e lasciare delle larghe zone riservate all’agricoltura nelle quali sarà vietato di costruire alloggi o stabilimenti industriali e di assegnare aree fabbricabili. Bisogna inoltre creare zone di rimboschimento (valli di torrenti, ripidi versanti montani, ecc.) e zone speciali per quartieri operai costruiti in base al criterio dei “lotti agricoli ausiliari”. La superficie rimanente deve essere suddivisa, conformemente ai principi della zonizzazione, in aree industriali e edilizie, a seconda del diverso grado di densità e delle diverse altezze.
Occorre inoltre lasciare uno spazio sufficiente per il centro commerciale, per i giardini pubblici ecc. Mentre da un lato bisogna generalmente evitare qualsiasi ulteriore limitazione delle aree riservate per la coltivazione, d’altra parte bisogna stabilire l’impiego di tutte le altre zone tenendo presente il futuro sviluppo dinamico: le aree industriali ed edilizie fittamente popolate devono essere per ora piccole ma suscettibili di espansione in modo che lo sviluppo futuro trovi riserve già preparate e non entri in urto con lo schema generale.
Dobbiamo fare bene attenzione nel determinare l’ubicazione delle future aree industriali. Esse devono trovarsi fuori dei centri abitati e vicino alle principali arterie del traffico. Tuttavia gli stabilimenti industriali non devono essere situati nelle immediate vicinanze dell’arteria stradale; né si deve permettere la costruzione di abitazioni operaie a contatto diretto con le fabbriche. Nelle zone riservate all’agricoltura sarà permessa solo la costruzione di case di abitazione per il contadino e di edifici agricoli ausiliari. Naturalmente non intendiamo sbarrare la strada ad una futura intensificazione che crei colonie come Naharia o Ramoth Hashavim nelle quali la colonia penetra e avvolge la propria area agricola. Miriamo solo ad impedire l’infiltrazione delle abitazioni e degli stabilimenti industriali nelle zone puramente agricole. Nelle colonie delle zone considerate oggi rurali la densità di fabbricazione non deve superare il 20 per cento ad eccezione delle vie commerciali centrali. Lo stesso si dica dei quartieri di abitazione nei piccoli centri cittadini che abbiamo ricordato prima. Nei quartieri periferici lo sfruttamento dell’area dovrebbe scendere al 10, o al 15 %. Così non dovrebbe essere permessa di regola la costruzione di fabbricati di due piani. L’evoluzione inevitabile e auspicabile. verso la creazione di centri semiurbani comporta la trasformazione della struttura professionale ed economica delle colonie. Essa conduce all’aumento della percentuale di stabilimenti industriali e artigiani e dei mestieri cosiddetti cittadini. Ma questo non implica l’introduzione in campagna delle forme architettoniche urbane. Al contrario, occorre conservare l’aspetto rurale dei nostri villaggi anche quando la industrializzazione progredisce; occorre lasciare intatte le possibilità di coltivazione di orti e di poderi ausiliari e questo può avvenire solo mantenendo una bassa densità di fabbricati.

Nelle vie commerciali centrali si può permettere un maggiore sfruttamento dell’area (30% 35%) e a volte perfino la fabbricazione di edifici a contatto diretto (come a Natanjah). Non vi è motivo di temere cattive conseguenze, perchè la superficie dei quartieri commerciali sarà limitata. Nella zonizzazione bisogna tener presente la conformazione topografica e la qualità del terreno e la vicinanza delle arterie di traffico.
Il terzo problema della pianificazione nazionale è la preparazione di un piano per la zona delle sabbie costiere. Già a Nataniah nel golfo di Haifa, a Bat-Yam e a Hulon sono stati compiuti i primi passi per lo sviluppo della fascia costiera; adesso, quando saranno terminate le strade che portano al mare, avrà luogo un’espansione edilizia nei dintorni di Herzliah e di Chederah. Ma uno sviluppo urbano di tutta la zona sarà possibile solo in un futuro lontano. È bene sottolineare che la “città a catena” che verrà costruita sulla sabbia costiera non dovrà assumere l’aspetto di una fascia cittadina ininterrotta e monotona. Essa dovrà essere formata da varie parti ognuna delle quali si stenderà intorno al proprio quartiere commerciale e alla stazione dove sosteranno i rapidi mezzi di trasporto di cui abbiamo parlato. Per questo è estremamente importante tracciare fin d’ora accuratamente questa linea di comunicazione da nord à sud, anche se essa potrà essere costruita solo in futuro.
Le varie parti della “città a catena” saranno separate da vaste estensioni di boschi; il rimboschimento, quale primo passo, è necessario anche per consolidare le dune mobili.
Ogni parte della “città a catena” sarà formata da un certo numero di quartieri ognuno dei quali avrà da 1200 a 1500 abitanti.
Il quartiere sarà costruito in base a una fusione ben studiata di case per famiglie, di un piano, e di case di due o tre piani (Reihenhauser). Nella sistemazione di questi quartieri occorre seguire i principi dell’urbanistica organica, come sono stati illustrati da A. Klein nel golfo di Haifa. La densità delle costruzioni non supererà anche qui il 20 per cento dell’area; ciò permetterà le coltivazioni dei giardini se il terreno sarà suscettibile di miglioramenti.
La striscia adiacente alla costa deve essere destinata a zona di riposo; in essa sarà permessa solo una densità di costruzioni molto bassa (10 %) e verrà riservato spazio sufficiente per zone verdi per il pubblico, per istituzioni educative culturali, e per convalescenziari. Le aree industriali ed artigiane si troveranno all’estremità orientale delle sabbie e la linea di comunicazione rapida già ricordata le dividerà dal quartiere commerciale che si troverà ad occidente, e dai quartieri di abitazione che staranno ad occidente del quartiere commerciale. Ad oriente dell’area industriale, nei terreni che già si trovano fuori della striscia sabbiosa verrà lasciata una larga zona per alloggi operai, in cui verrà dedicata la massima cura alla coltivazione dei “lotti ausiliari”.
Le arterie del traffico in tutte le parti della città a catena formeranno una unica rete che porterà al centro commerciale, alla stazione e alle aree industriali; vi saranno anche viali alberati collegati tra loro; essi costituiranno una rete stradale che condurrà al mare e ai tratti boscosi. Ai lati di questi viali verranno posti campi sportivi, edifici culturali, educativi, sale di riunioni ed anche istituzioni appartenenti ai quartieri della città a catena.
I

l progetto che abbiamo esposto deve essere considerato uno schizzo schematico e teorico. Non in ogni punto della costa palestinese noi troviamo una larga striscia sabbiosa; è chiaro che ogni porzione della striscia costiera deve essere sottoposta ad un’indagine speciale e richiede un piano nazionale e la preparazione delle reti di comunicazione. È noto quale valore decisivo abbia l’apertura di una nuova linea stradale per la colonizzazione l’industria e lo sviluppo urbano. Perciò la determinazione di un piano generale per le arterie del traffico a vantaggio delle colonie esistenti e di quelle che sorgeranno riveste un’importanza particolare. Questo progetto deve costituire la base delle richieste che presenteremo al governo nel tema della ricostruzione di strade in Palestina. Il piano generale dovrà ispirare le colonie nella sistemazione delle loro strade interne; esso costringerà anche il proprietario terriero privato a studiare la lottizzazione delle sue aree in conformità della futura arteria stradale.
Nel tracciare le nuove arterie del traffico bisogna evitare per quanto è possibile di tagliare in due il centro delle colonie.. In questo modo potremo impedire fin dall’inizio che si formi una situazione pericolosa nel traffico; con tutti gli inconvenienti che ne derivano, i quali si fanno sentire ad esempio nelle località di Rechoboth e Rishon Le-Zion. La pianificazione nazionale non serve solo per le necessità economiche della colonizzazione. Bisogna tendere a soddisfare le esigenze culturali e spirituali del popolo nei confronti del suo paese. In Palestina la questione assume una grande importanza poiché in essa si trovano non solo panorami meravigliosi ma anche ruderi di edifici artistici che testimoniano un passato ricco e grandioso. Dobbiamo proteggere il paesaggio palestinese, la bellezza degli spettacoli naturali, le località sacre dal punto di vista storico, e le rovine archeologiche. Ma vi è di più: bisogna creare un legame organico fra queste esigenze ed il piano generale; occorre stabilire in conformità l’ubicazione dei parchi pubblici, delle istituzioni culturali e dei centri turistici. Non è la stessa cosa conservare “una statua antica” nel cortile di una fabbrica o situarla in un giardino pubblico, ad esempio, tra la scuola e la casa del popolo. Nel primo caso, il monumento viene conservato per pura curiosità scientifica; nel secondo caso, esso funge da simbolo della nostra intima aspirazione di gettare le radici della nostra nuova opera nel terreno ricco di storia della Palestina.

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