Lord Keynes e l'arte della vita
Carla Ravaioli
Il nome di Keynes è referente costante ...
[Questa "opinione" è stata pubblicata sul manifesto, giovedì 14 luglio 2005]

Il nome di Keynes è referente costante della letteratura economica di sinistra. La cosa non stupisce, se la sua attenzione al sociale ha indotto l'ala più conservatrice della disciplina a guardarlo con sospetto o addirittura a ritenerlo un pericoloso sovversivo. Ciò che invece lascia perplessi è la, non rara, assunzione in toto del suo discorso sia nell'analisi del presente che nel tentativo di programmare il futuro. Keynes è una delle più grandi intelligenze del pensiero economico e non solo, ma ha vissuto e scritto nella prima metà del Novecento, cioè di un secolo segnato da un'accelerazione della storia forse senza precendenti nella vicenda umana. Se rimane validissimo l'impianto filosofico e politico del suo lavoro, difficilmente sembrano accettabili certe fedeltà letterali alle sue parole e la volontà di riprodurne il dettato in normative da porre in essere oggi. Per cominciare, quando Keynes pensava e scriveva, più produzione di regola significava più occupazione. Più produzione e produttività erano infatti allora conseguibili senza scaricare sul lavoro tutti i costi che il mercato non tollera; senza imporre precarietà, insicurezza, ricatto, come regola del rapporto tra capitale e lavoro; senza «snellire» al massimo il corpo aziendale (cioè licenziare massicciamente e liberamente); senza delocalizzare la produzione, in toto o in parte, verso paesi di salari stracciati e lavoro senza diritti e tutela alcuna. Tutte cose oggi invece divenute normali pratiche di politica aziendale. Tutte cose che di fatto hanno cancellato la vecchia equazione «più produzione = più occupazione». Accanto alle quali va poi considerato il fenomeno migratorio, di misura e qualità ben diverse dall'emigrazione del secolo scorso, che fatalmente incide su impiego e salari del paese «di accoglienza»; e, più ancora, l'evoluzione tecnologica, che da gran tempo faceva problema agli effetti dell'occupazione, ma che negli anni `30-40 era ancora ben lontana dalle conquiste attuali.
In questa situazione è ancora lecito richiamarsi a Keynes, ostinatamente auspicando aumento del prodotto a fini occupazionali? Ma soprattutto il nome di Keynes, esplicito o sottinteso, costituisce il più autorevole avallo alla fede pressoché universalmente indiscussa nella bontà dell'accumulazione capitalistica. Ciò che peraltro non appare improprio: è fuor di dubbio infatti che la convinzione della necessità di produrre e accumulare sovrappiù gli appartenesse. Ma stranamente pochi sembrano ricordare i precisi limiti da lui previsti per questo processo, limpidamente indicati in particolare nel prezioso gruppo dei suoi saggi cosiddetti «minori». «L'umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico» - scriveva nel `30 - e una volta «fuori dal tunnel della necessità economica», potrà concedersi di lavorare non più di tre ore al giorno e spendere a piacere il resto del proprio tempo; e darsi così una vita in cui non avranno più motivo di esistere usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, «passioni morbose e un po' ripugnanti», anche se «utilissime nel produrre e accumulare capitale». E' in questi passaggi che Keynes manifesta senza riserve la sua totale mancanza di simpatia per il capitalismo, che pure è stato oggetto centrale di riflessione e lavoro della sua vita; e più volte esprime nei suoi confronti una sorta di aristocratica insofferenza, definendolo «né intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso», trattandolo come qualcosa che si era costretti a sopportare, e anche a darsi da fare per aggiustarlo in qualche modo, dato che al momento, e almeno per qualche tempo ancora, non si vedeva come sostituirlo: sempre però fermamente rifiutando di credere alla ineluttabilità e eternità delle sue «leggi».
Trovo scorretto e vano pretendere dai classici risposte a ogni sorta di problemi, anche quelli all'epoca loro inesistenti. Forse però nel caso di Keynes non è del tutto illecito provare a domandarci che cosa penserebbe oggi, di fronte a una realtà in cui il processo di accumulazione, anche se non sempre al ritmo trionfale mantenuto per lunghi periodi, ha continuato il suo cammino ininterrottamente, e tuttavia moltissimi sono le persone e i popoli che nemmeno intravvedono l'uscita dal tunnel della povertà più disperata, e i senza-lavoro nel mondo si calcolano sul miliardo e mezzo, e la fetta più grossa del reddito prodotto va ad accrescere la ricchezza dei già ricchi, mentre i poveri diventano più numerosi e più poveri. Possiamo giurare che, in presenza di tutto ciò, sosterrebbe ancora la necessità di continuare a produrre e accumulare indefinitamente capitale, come con pertinace perseveranza sembrano ritenere i suoi seguaci ed epigoni? Magari aggrappandosi alla considerazione che quel centinaio d'anni da lui nel 1930 previsto come necessario per cancellare i guai peggiori del mondo, non sono ancora del tutto trascorsi? E quale posizione avrebbe assunto Keynes se avesse assistito all'esplodere del fenomeno consumistico - masse sempre più numerose di individui che non sembrano più trovare senso e identità se non nel desiderare, comprare, possedere, usare, gettare merci - lui che invitava a ridurre allo stretto necessario gli impegni di ordine pratico per «coltivare l'arte della vita»? E che avrebbe pensato di una società in cui l'economia, incontenibilmente debordando dagli spazi dovuti alla sua indispensabile funzione, ha invaso il pubblico dibattito e l'intera esistenza della collettività, dovunque imponendosi come dimensione prioritaria, fino a creare una sorta di identificazione tra sintesi sociale e sintesi economica, lui che esortava: «Guardiamoci dal sopravalutare l'importanza del problema economico, o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza», invitando a trattare l'economia come una semplice questione tecnica, qualcosa di simile all'odontoiatria?
C'è poi un altro fenomeno, non di poco momento, di cui Keynes non ha avuto vita abbastanza per cogliere se non i primi allarmi, e che però non si può ignorare in questo contesto. Calotte polari che si sciolgono, deserti che si dilatano, acqua che scarseggia, cicloni alluvioni tifoni che si moltiplicano e più distruggono, clima sconvolto, foreste dimezzate, tossicità diffusa... Il tutto (perfino Bush sembra ormai accettare l'idea) causato dalle attività umane in incontenibile espansione... Che ne direbbe Keynes, lui che già allora si preoccupava per la salvaguardia dei monumenti e delle belle campagne inglesi? Nessuno può rispondere a queste domande, ovviamente. Ma non è proibito sognare. Io sogno che la classe politica mondiale un giorno o l'altro riesca a esprimere qualcuno come lui.

Sullo stesso tema
Carla Ravaioli
Domandare “Che ne pensi della guerra” a uno qualsiasi dei giovani attivi…
Carla Ravaioli
Perché mai i popoli del Sud del Mondo...
Carla Ravaioli
Il summit di Copenhagen ha inquinato più di quanto inquina il Marocco in un anno
Ultimi post
Eddyburg
Sono passati due anni dalla scomparsa di Edoardo Salzano. Un urbanista che non ha mai smesso di analizzare le trasformazioni urbane. Un intellettuale libero e coraggioso che con determinazione guardava avanti e non si arrendeva davanti alle ingiustizie. Un maestro. Lo ricordiamo ripubblicando uno dei suoi scritti, ancora profondamente attuale, sul mestiere dell'urbanista.
Eddyburg
Un iniziativa per ragionare sulla questione della casa a cinquant’anni dall’approvazione della prima legge per l’edilizia residenziale pubblica. Il progressivo abbandono delle politiche di edilizia residenziale ha determinato nuove disuguaglianze, aggravato i problemi pregressi, amplificato i divari territoriali, che il Covid ha accentuato e reso ancora più evidenti. Vogliamo discuterne in questo seminario organizzato in due sessioni, che riprende le vertenze che portarono all’approvazione della legge, racconta la parabola inversa delle politiche pubbliche fino al loro sostanziale azzeramento, per poi ricollegarsi all’attualità toccando attraverso alcuni casi emblematici della questione della casa in Italia.
Eddyburg
Cliccando nella barra in alto potete accedere a tutti gli articoli inseriti in oltre diciotto anni di attività e impegno per una cultura dell'abitare fruire e governare il territorio che sia suscettibile di assicurare condizioni di vita soddisfacenti sotto il profilo dell'equità e della libertà di accesso ai beni comuni, della capacità e possibilità di partecipare al governo della cosa pubblica. E' ancora una versione provvisoria del sito, perciò alcune cose funzionano male o presentano degli errori. Ci stiamo adoperando per sistemare tutto nel più breve tempo possibile.
Eddyburg
Il programma definitivo della prima edizione dei seminari di eddyburg
Redazione di eddyburg
Nell’anniversario della scomparsa di Eddy Salzano il 23 settembre abbiamo organizzato un’iniziativa per ricordare l’importanza e l’attualità del suo pensiero e della sua attività. Qui le videoregistrazioni della I Sessione del convegno “Eddy Salzano: le tappe di un percorso politico e culturale per una città più giusta” con gli interventi di Mauro Baioni, Giulio Tamburini, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Roberto Camagni, Anna Marson, Maria Pia Guermandi, Giancarlo Storto, Giancarlo Consonni, Paolo Baldeschi.
CopyrightMappa del sito
© 2021 Eddyburg