La trappola dello sviluppismo
Carla Ravaioli
Nell’ampio dibattito dedicato da Eddyburg ...
Nell’ampio dibattito dedicato da Eddyburg allo scontro apertosi tra Italia Nostra e Legambiente sul progetto della metropolitana C di Roma, ha trovato particolare attenzione l’articolo apparso su La Repubblica il 24 maggio, a firma di Giovanni Valentini, giornalista noto e apprezzato per il suo impegno in difesa dell’ambiente. Il quale ora sembra però cadere nella trappola dello sviluppismo, come nella sua bella e appassionata “urgente invettiva” gli rimprovera Lodo Meneghetti. E si avventura nell’auspicio di un “ambientalismo sostenibile”, che con tagliente eleganza Eddy Salzano gli dimostra contraddittorio e illogico, fino a definirlo senza mezzi termini “una bestialità”.

Difficile non essere d’accordo. In effetti di fronte al distinguo lucidamente messo a fuoco da Giuseppe Chiarante e Vittorio Emiliani tra l’inestimabile valore “in sé e per sé” rappresentato dai beni culturali e ambientali, e la loro “messa a reddito”, Valentini con esplicita chiarezza opta per la seconda linea. Dichiarando possibile “un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell’ambiente come regolatore dello sviluppo, come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais di un capitalismo moderno…”. E spiegando: “L’obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell’ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece di un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.” Insomma alleandosi con i sempre più numerosi alfieri di uno sfruttamento intensivo delle qualità storiche, culturali, artistiche, climatiche d’Italia al fine di aiutare la “ripresa”, mediante adeguata produttività e competitività in campo turistico. Con le conseguenze non proprio entusiasmanti per l’ambiente, e nemmeno per il turismo, di cui ho già parlato in questo sito, ma che non sembrano preoccupare in alcun modo Valentini, convinto - immagino - che si tratti solo di ubbie da ambientalismo “vecchio e nostalgico”, chiuso nel “castello incantato”, incapace di mettersi in gioco “per conservare da un lato e valorizzare dall’altro”: quello, per intenderci, “delle contesse”, come un tempo lo chiamava certa sinistra. Ma altre cose dice Valentini.

“L ’ambiente per l’uomo, l’intero genere umano, non contro l’uomo. L’ambiente al servizio dell’uomo, e naturalmente della donna, non l’uomo e la donna sottomessi all’assolutismo dell’ambiente.” Così suona lo stupefacente auspicio finale. E vien fatto di domandarsi: ma dove vive Valentini? Perché, in realtà, nel mondo che noi tutti abitiamo, il problema ambiente è solo una variabile marginale per i “grandi della terra” e per la larga maggioranza dei nostri governanti. E’ qualcosa in cui di tanto in tanto casualmente qualcuno di loro si imbatte, e su cui magari si trova in dovere di pronunciare due parole, opportunamente approntate da previdenti ghostwriters. Qualcosa che comunque nulla ha da spartire con i massimi temi della Politica, e che in nessun modo si ritiene possa influire sulle linee di strategia economica dei singoli paesi e del mondo. Ogni governo d’altronde delega all’apposito ministero l’ordinaria amministrazione della materia, per lo più limitata a blandi provvedimenti di carattere legislativo e tecnico. Altrettanto fanno i partiti, ognuno affidandone il compito ai propri “esperti”.

A parte ciò, l’ambiente non esiste. Invano, seguendo conferenze e convegni anche di grande interesse e onorati dalla partecipazione di politici di massimo rilievo, e leggendo jnterviste a tutto campo di leader di prima grandezza, e scorrendo le prime pagine di giornali e giornali, si spera di imbattersi nella parola “ambiente”: se accade (accade raramente) di solito non è che una citazione in omaggio al politically correct, di nessuna incidenza sul discorso complessivo. Le catastrofi che si moltiplicano, i poli che si sciolgono, i numeri dei morti e malati per via di vario inquinamento (milioni) pubblicati dall’Oms, il miliardo e mezzo di persone senz’acqua, le previsioni che - ormai condivise da tutta la comunità scientifica internazionale - parlano di un Pianeta prossimo al collasso, sono tutte notizie che trovano spazio solo nelle pagine interne dei giornali, quelle su cui i politici non hanno tempo nemmeno di buttare uno sguardo. E Valentini parla di “assolutismo dell’ambiente” come di un rischio reale.

Da qualche tempo, è vero, un certo mondo politico, non tutto, sembra avvedersi del problema ambiente. E però, se si considerano le ragioni per cui la cosa accade e i risultati che ne discendono, non se ne ha davvero motivo di sperare in un diverso approccio alla questione. A muovere le apprensioni dei rappresentanti dei massimi potentati economici e dei più celebri economisti del mondo convenuti a Davos, a indurre il G8 a organizzare una conferenza specificamente dedicata alla materia (svoltasi a Londra l’aprile scorsa), a suscitare generale giubilo per la firma di Kioto (notoriamente ben lungi dall’essere risolutiva), è solo il timore che lo squilibrio ecologico possa influire negativamente, soprattutto per via dell’effetto serra e del mutamento climatico, sull’andamento dell’economia. E, come ovvio, le politiche messe in campo di conseguenza sono finalizzate solo al superamento della crisi e al rilancio della crescita produttiva: non esattamente la cura giusta per l’ambiente malato. Qualcuno ci vede dei segni di “assolutismo ambientale”?

Curiosamente l’articolo di Valentini porta due titoli. Uno è “La diaspora ambientalista”, e figura in prima pagina dove appare l’incipit del pezzo, l’altro, in testa al seguito collocato a pagina 18, è appunto “Assolutismo ambientale”. Chissà mai per quale svista si è prodotta questa doppia titolazione. Nei tempi sempre risicati della fattura di un quotidiano può accadere di tutto. E però i due titoli qualcuno (l’autore o un redattore qualsiasi, non sappiamo) li ha scritti e “passati”, come si dice in gergo. E qualcuno (non sappiamo chi) ha avuto un pentimento.

Un motivo di qualche speranza?

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