La Città per l'Uomo (1966)
Giovanni Alessandri
"Se l’architettura e l’urbanistica .. perdono di vista .. l’uomo-persona la loro opera risulterà fallimentare". Da Aggiornamenti Sociali, settembre-ottobre 1966 (f.b.)
I crolli di Agrigento - con le quasi ottomila persone ridotte al lastrico, i quasi 20 miliardi che son già costati allo Stato e la somma incalcolabile di sacrifici umani vanificati - ripropongono in termini decisamente drammatici il problema della disciplina urbanistica ed edilizia in Italia.
Si è parlato di “consapevole attentato alla pubblica incolumità” perché erano note le condizioni del terreno, scavato da gallerie e di natura franoso (per non dire della opportunità di lasciare intatta quella zona verde di Agrigento alta, splendido affacciamento sulla Valle dei Templi). La stampa di tutti i colori è tornata a denunciare la ormai endemica arrendevolezza delle pubbliche amministrazioni, l’affarismo senza scrupoli, l’impreparazione e l’impreveggenza, la solita mancanza di piano regolatore vincolante, i regolamenti edilizi votati alle deroghe abusive e via dicendo. È stata rispolverata l’inchiesta Di Paola-Barbagallo del 1964, con il rapporto circostanziato ed “estremamente grave” che la concludeva puntualizzando pericoli e responsabilità, ed approdato nel solito vaniloquio; qualcuno ha richiamato l’attenzione sul Villaggio Ruffini a Palermo dove le condizioni sarebbero perlomeno preoccupanti, e poi le ferie estive hanno proposto altri argomenti di interesse in attesa che “l’inchiesta” dica alla opinione pubblica a chi vadano attribuite le responsabilità.
E a quanti altri casi analoghi di abusi edilizi, perpetrati un po’ dappertutto sul nostro territorio - meno clamorosi, forse, per non aver avuto esito catastrofico - si potrebbe accennare sfogliando la stampa quotidiana! La degradazione - ad esempio - molte volte deplorata, di tanta parte delle nostre coste: l’assenza di un piano intelligente ha consentito la dissennata proliferazione di case e villette, squallide o pretenziose, di muraglioni e petraie che hanno distrutto, col verde, la continuità naturale tra mare ed entroterra da Rapallo a Ventimiglia; e così per Fregene, Capocotta, Migliarino.
Scandali edilizi a Catania tra il 1960 ed il, ‘64, con relativo processo celebrato, per legittima suspicione, presso il tribunale di Napoli nel marzo-aprile scorso; e aRoma, a Napoli, a Milano, a Genova e un po’ dovunque hanno proliferato e proliferano quartieri semi-urbani, chiamati “economici” e non si sa bene perché dal momento che costano cifre enormi allo Stato, alla comunità e - in termini di costi umani - a chi va ad abitarci, quartieri messi su senza piani organici e senza le attrezzature essenziali, con strade inadeguate e poco verde stento. E son tanto diffusi questi nefasti dell’edilizia e, tanto spesso imbastiti e realizzati sulla base di ingredienti cronicamente identici - improvvisazione, compromesso, speculazione, ecc. - che quasi appaiono condizione normale.
Ma - ci si sente sovente chiedere da stranieri - come è stato possibile tutto questo?

Nel processo dinamico che investe attualmente l’uomo e la società prevalgono fatti economici che, mistificati, sono assurti da mezzi a fini oscurando le istanze umane. Nella prospettiva - forse - di un miglior vivere futuro, che pone come condizione sacrifici e rinunce umane rilevanti, si sta strumentalizzando la vita sociale per fini che hanno con il miglior vivere degli uomini insieme, un rapporto molto ipotetico e che agevolano il crearsi di catene di interessi - non sempre “puliti” - e consentono l’operare esasperato e rovinoso della speculazione.
Che l’economia, almeno nel momento strettamente tecnico, possa - e forse debba - prescindere nelle scelte da considerazioni umane, può trovare una giustificazione nella sua stessa natura; ma nel “momento politico” della pianificazione - che è di verifica - dovrebbe inserirsi il vaglio delle scelte alternative di sviluppo a partire dall’uomo, dato che gli scopi della pianificazione sono fondamentalmente sociali e che la risultante forma fisica della città esercita sull’uomo una presa sensibile che, senza essere determinante, condiziona profondamente la vita dei popoli.
Allo stato attuale delle cose, il termine “politico” suona evocatore di lungaggini burocratiche, di sovrapposizione gerarchica di funzionari con competenze non sempre definibili ma sempre condizionanti, di un mondo impersonale in cui tutti si agitano e nessuno risulta pienamente responsabile. Non che non si diano un male notevole per far funzionare in qualche modo il sistema, per evitare il peggio e provvedere al più urgente, ma, e per la molteplicità dei poteri di controllo e di decisione e per il fatto che molte fra le leggi che dovrebbero disciplinare l’attività urbanistica ed edilizia sono sopravvivenze da un contesto sociale largamente superato con il mutare delle condizioni ed istanze della vita associata, accade come nel noto apologo: smontate un orologio, riponete nella cassa i vari pezzi e scuotete il tutto: farà ancora rumore ma in quanto a segnare l’ora ... il discorso è diverso!
Il senatore Zanier, nella sua relazione al Senato sul disegno di Legge per “la conversione in legge del decreto-Legge 6 settembre 1965, n. 1022, recante norme per l’incentivazione dell’attività edilizia”, tra “le principali cause che hanno determinato l’attuale situazione di crisi del settore edilizio”, sottolineava: “1) la mancanza di una moderna, legislazione urbanistica [...] 2) la mancanza di una legge organica che elimini la legislazione frazionata attualmente vigente nel settore delle costruzioni di carattere economico-popolare [...]; 3) le superate strutture legislative vigenti riguardanti la progettazione, la direzione e contabilità e il collaudo delle opere pubbliche [...]” ed auspicava “l’apprestamento di un nuovo quadro legislativo che disciplini organicamente tale materia adeguandola alla dinamica dei tempi moderni”.

A conferma, può essere istruttivo un brano dell’intervista del giornalista Mario Cervi al Sindaco di Agrigento, Ginex:
”La sua amministrazione ha emanato ordini di demolizione?
- Ne ho emanati diversi.
Ne può citare uno solo che sia stato eseguito?
- Nessuno.
Perché riesce tanto difficile o, piuttosto, impossibile attuare gli ordini di demolizione?
- Perché la pratica, dopo la decisione del Comune, segue un iter lungo e complesso. La legge è farraginosa, offre molti appigli a chi resiste alle ingiunzioni.

La condizione delle leggi che disciplInano l’edilizia e l’urbanistica si configura nei seguenti termini: la espropriazione per causa di pubblica utilità viene regolata generalmente dalle disposizioni della Legge 25 giugno 1865 n. 2359, coordinamento delle disposizioni contenute nell’art. 29 dello Statuto fondamentale del Regno e negli artt. 436 e 438 dell’abrogato codice civile, modificata da quella del 18 dicembre 1879 n. 5188; in casi speciali si fa capo alle disposizioni contenute nella legge 15 gennaio 1885 n. 2892; nota con il titolo “legge per il risanamento della città di Napoli”, emanata a seguito del colera che infierì in quella città nell’estate del 1884, che, a facilitare la demolizione di case insalubri, determinava norme per l’indennità di esproprio che invogliassero i proprietari dei “bassi” a vendere (norme adottate per stabilire l’indennità di esproprio nella recente modificazione della Legge 18 aprile 1962 n, 167) ; tutta l’edilizia popolare ed economica è regolata dal Regio Decreto 28 aprile 1938 n. 1165, qua e là modificato da successive disposizioni; dell’inadeguatezza della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150 si è parlato diffusamente in questi ultimi anni ed anche su questa rivista.
Se si aggiunge a questo quadro - non certo allegro - la considerazione che le finanze locali sono spesso assolutamente inadeguate ai bisogni e non consentono di gestire una città moderna e tanto meno di programmarne l’avvenire, si ha una approssimativa idea delle inefficienze che assillano la città d’oggi.
C’è da deplorare, d’altra parte, l’assenteismo della gran massa – e di persone con funzioni determinanti per l’avvenire del Paese - nei confronti dei programmi e interventi di sistemazione territoriale che impegnano il futuro della città ed incidono profonda:mente, in maniera diretta o indiretta, sull’avvenire della collettività e dei singoli. È vero che parte, almeno, di tale disinteresse va ascritta all’assenza quasi totale di strutture di informazione seria ed accessibile sui problemi della città, mentre è frequente la tendenza, nella stampa di grande tiratura, a presentare un certo tipo di progetti urbanistici, accentuandone il carattere utopico: si son visti, ad esempio, in rotocalchi vari, articoli con poco testo e molte illustrazioni di previsioni fantascientifiche della Parigi del 2000 o delle cosidette “città ideali” di Paolo Soleri (la “ Mesa City”), di Paul Maymont (la “ città verticale”), di Walter Jonas (la città-imbuto galleggiante o no) e via dicendo, mentre sono passati ignorati (fuori della stampa specializzata) tentativi di sistemazione validi, anche se non perfetti, come il piano di Amsterdam, la ricostruzione di Amburgo, gli studi per la cittadina di Hook, ecc.
Ma, l’assenteismo a cui si accennava, va in molta parte a carico della prassi vigente nelle scelte che riguardano il futuro della città: il cittadino si sente escluso dai tecnocrati che - in nome degli imperativi di ordine tecnico e con il pretesto della difficoltà, dà parte del cittadino, di pronunciarsi su problemi divenuti effettivamente sempre più complessi - tendono ad eliminarne la libera partecipazione al processo formativo della città, che è pur sèmpre creazione collettiva cosciente e perenne e che, in quanto spazio di comunicazioni e relazioni sociali, di formazione culturale e di sviluppo spirituale della persona, ha peso rilevante sulla condizione umana e può, per inadeguatezza di strutture, diventare ostacolo alla conquista delle libertà fondamentali.
Per la parte di responsabilità che toccherebbe ad urbanisti ed a progettisti in genere, va notato che, se è ancora diffusa - a causa della formazione che dà la scuola nel suo assetto attuale - la tendenza a fare di un progetto urbanistico un’opera personale, compiuta e perciò carente di flessibilità e realismo, mentre il mutato stile di vita stimola a nuove metodologie e contenuti nella ricerca di configurazioni dello spazio come luogo di interrelazioni umane e di correnti di interessi condizionate da localizzazioni fisiche, è ben difficile, per la rapida evoluzione strutturale, giungere a teorie chiare e permanenti ed operare scelte senza il rischio che si rivelino superate quasi nell’atto stesso della loro concretizzazione.

Ma, per cause in definitiva le stesse, la città può soprattutto indurre nei suoi abitanti condizioni di vita deprecabili per altro verso.
Quando si osserva che lo spazio urbano si rivela liberatore o alienante a seconda che suscita, in chi deve viverci, reazioni di accettazione o di rifiuto, ci si riferisce alla necessità di creare un ambiente urbano quanto più favorevole possibile alla vita, non soltanto fisiologica, ma psicologica e spirituale dell’uomo.
Alla XVIII Giornata internazionale della sanità, celebrata a Roma nell’aprile scorso e dedicata al tema “l’uomo nella grande città”, il dottor M. G. Candau ribadiva appunto l’urgenza di creare nella città “un ambiente più favorevole allo sviluppo dell’uomo” se non si vuole che “la sanità mentale in particolare continui ad essere minacciata dalle nevrosi ed affezioni psicosomatiche conseguenza dell’agitazione, del ritmo, della febbre delle nostre città”.
Il rischio, per nulla chimerico, della attuale fase di passaggio verso una nuova forma di organizzazione sociale, è che la vita associata risulti, come ho già detto, strumentalizzata per fini estranei ad un miglior vivere degli uomini insieme, in nome di una “ragione superiore” - qual’è quella che considera l’uomo unicamente come produttore e consumatore - proclamata oggettiva e razionale ma che in effetti snatura la reale dimensione umana.
Chi più chi meno, tutti abbiamo esperienza - e risentiamo negativamente - dei mutamenti radicali intervenuti nella vita individuale e collettiva: del moltiplicarsi dei rapporti di tipo “funzionale”, sempre più continui ed assorbenti, a carico delle relazioni dirette, “personali”; della presa subdola e tirannica esercitata dalla rete delle interdipendenze sociali che sottrae l’insieme delle attività e gran parte della vita dei singoli alla “vita privata” per “servire al complesso”, lasciando alla vita privata stessa soltanto residui, compensazioni o evasioni. Tutto ciò traumatizza l’unità personale dell’uomo urbano riducendolo alla passività.
La consapevolezza, più acuta oggi, della quota di incertezza e di aleatorietà che entra nell’esito delle iniziative, per lo svolgersi tanto più complesso e rapido delle realtà che ci circondano, esaspera il senso di insicurezza e di instabilità.
Son lecite tutte le riserve possibili sull’uso oggi frequente del termine “alienazione” per caratterizzare la condizione soggettiva comune all’uomo della società attuale, sta di fatto però che per tutto questo l’uomo si sente estraneo al mondo che si va costruendo, si sente strumentalizzato e ridotto a “cosa”, frustrato nei suoi poteri di partecipazione attiva e vitale.
Se si aggiunge a quanto detto l’incidenza nefasta che finisce per avere sul comportamento del cittadino la somma delle aggressioni foniche, psicologiche, d’ambiente - case inospitali, spazi urbani casuali e via dicendo - ci si rende conto della fondatezza dei timori del dott. Candau.

È noto che non soltanto gli sforzi fisici, ma anche fenomeni puramente psichici - quali conflitti mentali, disinteresse o monotonia - possono generare stati di stanchezza nervosa caratterizzata - tra altre - da sensazione di inibizione generale. In sé, la sensazione di stanchezza non è spiacevole a patto di potersi rilassare e riposare; diventa però persino tortura quando non si ha questa possibilità. Questa semplice osservazione indica il senso biologico della stanchezza: ha una funzione protettrice contro lo strapazzo e l’usura, paragonabile, perciò, ad altre sensazioni a funzione analoga, quali la fame e la sete.
Ogni sorta di cause - che spesso non si somigliano affatto tra loro - può occasionare stanchezza nervosa: lavori che esigono sforzi particolari, concentrazione, abilità; attività fisiche o psichiche di lunga durata; lavori di tipo ripetitivo in ambiente monotono; caldo o umido o rumoroso; condizioni di illuminazione insufficiente; forti responsabilità; conflitti sociali e fattori psichici somiglianti; stati di salute precaria; alimentazione insufficiente. Nella vita odierna di tutti i giorni, l’uomo è esposto non soltanto ad un solo, ma in genere a molti di questi fattori : la stanchezza nervosa che ne consegue è il risultato della somma di questi. sforzi fisici, mentali e psichici.
La stanchezza nervosa, inoltre, si accompagna, in certa misura, ad una perdita di inibizione che provoca aumento di errori ed anche di incidenti: quando la stanchezza nervosa diventa condizione quotidiana ed i periodi di recupero non sono adeguati agli sforzi dell’organismo, si produce uno stato cronico di stanchezza che si manifesta non solo con un calo delle prestazioni psico-fisiologiche, ma anche con sintomi psichici e disturbi del sistema nervoso vegetativo; la stanchezza nervosa diventa allora sensazione di disagio continuo che ha ripercussioni sull’emotività dell’uomo - irritabilità psichica aumentata (cattivo umore), tendenza alle reazioni depressive, apatia e mancanza di iniziativa, ansietà non motivate e così via - e si manifesta con insonnie, tendenza a disturbi circolatori ed altre manifestazioni osservate in molte altre forme di nevrosi.
L’esperienza quotidiana insegna che le sensazioni di stanchezza possono scomparire quando si sostituisce l’attività che ha prodotto la stanchezza con una attività nuova, quando si cambia ambiente, quando un mutamento risveglia l’interesse, quando lo stato emotivo subisce una modificazione favorevole e via dicendo.
Già ho avuto modo di sottolineare l’importanza, nella progettazione dell’abitazione e del suo intorno, di rendersi conto che “il nostro organismo, e soprattutto il nostro sistema nervoso, per quanto dotati di risorse incalcolabili, sono pur sempre soggetti all’usura e che i periodi di attività debbono alternarsi con periodi di distensione e di recupero, in equilibrata distribuzione, perché le reazioni fisiologiche e psichiche si svolgono sempre sotto forma di oscillazioni, di alternanze di ritmi vitali, di successioni di fasi nello stesso tempo opposte e complementari - come in natura la successione delle stagioni l’alternarsi del giorno e della notte- : ad una fase di espansione, di adattamento; segue una fase di ripiegamento e di recupero”, da cui, per esempio, nella disposizione interna dell’abitazione, la previsione di “zone funzionalmente distinte, benché interdipendenti: zona diurna, più o meno ampiamente aperta sull’esterno, esposta in qualche modo a variazioni climatiche ed invasioni ambientali - per quanto attutite - che corrisponda alla fase di espansione, di contatto con l’esterno; una zona notturna, più isolata e protetta, che offra all’organismo in riposo distensione e ripristino del potenziale di adattamento; previsione di zone di transizione,di spazi “semi-aperti” nell’organizzazione di zone residenziali, che siano anche zone di passaggio pedonale e di sosta, differenziate nella struttura e nell’orientamento, intese a ritardare l’immissione delle circolazioni interne in zone di scorrimento più turbolento”.

È diventato ormai luogo comune la deplorazione della squallida disumanità dei casoni di periferia, degli agglomerati suburbani ed anche urbani dove la concentrazione umana è congestione, l’aria e la luce nei locali interni è un mito, dove l’introspezione viola qualunque intimità e che il grigiore piatto - che la grottesca pretenziosità di certi arzigogoli applicati in facciata rende ancora più squallido - destituisce di ogni attrattiva. Lì, non è difficile cogliere i sintomi provocati sugli esseri umani dalla gregarizzazione eccessiva: i noti “conflitti di pianerottolo” suppongono, in un certo numero di casi, predisposizioni mentali morbose, ma molto spesso sono originati dall’aver misconosciuto nella progettazione, l’incidenza sullo stato morale e affettivo degli individui di decisioni parziali ed inumane, ed è lo stato morale che regola, nella maggior parte dei casi, la pace e la salute.
Quanti malintesi, vessazioni reciproche e conflitti sono originati dai rumori trasmessi da un appartamento all’altro dalle strutture non isolate e dai muri troppo sottili! I rumori dei vicini, spesso più che i rumori della strada, appaiono più insopportabili sino ad essere considerati alla stregua di un’offesa: le reazioni vanno dalla rappresaglia al tentativo di incriminazione - e non si tratta di una iperbole - della persona o persone meno simpatiche dell’immobile. Se questi stati psichici non giungono il vere psicosi, esasperano i riflessi che insorgono nell’organismo del solitario che si sente tale perché gli si sono sottratte le possibilità di iniziativa e di vita autonoma. E non è adire che “finiranno per adattarsi”, perché nella vita sociale la teoria dell’adattamento all’ambiente è profondamente sbagliata ed il disadattamento sfocia, più spesso di quanto sia possibile rilevare, nel crimine.
A parte le fascino se utopie ipotizzanti città su misura, in equilibrio tra città e campagna, questo stato di cose richiede da chi presiede al futuro delle città- che sia l’urbanista, l’amministratore o i vari gruppi di pianificatori - la preoccupazione, più che di delimitare metricamente ambienti, di creare per via di umanità spazi che servano e nobilitino la vita, dando valore alla convivenza ed al rapporto con gli oggetti e l’ambiente. Altrimenti la loro fatica si risolverà in sterili esercitazioni teoriche ed i loro “modelli di riferimento” costituiranno soltanto premesse disumanizzanti agli interventi di sistemazione possibili. Nessuno attende dai pianificatori il capolavoro - salva l’ambizione dei pianificatori stessi - ci si attende almeno una urbanistica ed una edilizia “oneste”, in cui risulti impegnata la loro “moralità” e che tenga perciò conto delle istanze fondamentali della vita umana.

La dimensione umana, nel problema degli insediamenti, ha e deve mantenere carattere prioritario: attraverso un arricchimento reciproco e la consapevolezza di partecipare ad una comune cultura, con la protezione non solo materiale ma spirituale del capitale umano, essi costituiscono l’ambiente nel quale la persona umana deve realizzarsi nella sua integrità fisica e spirituale. Se ragioni economiche impongono ridotte superfici di alloggio, nulla può giustificare la carenza di misure igieniche e, d’altra parte, lo spazio urbano dovrebbe garantire, con una adeguata rete di servizi sociali, quel che la complessità del mondo moderno ed il mutato stile di vita richieggono e che l’abitazione non è in grado di offrire.
È stato giustamente scritto - e mi sfugge da chi: “Siamo persone e ciò è tremendamente complesso ed assolutamente semplice: siamo esseri in solitudine e simultaneamente, inseparabilmente, ineluttabilmente siamo esseri comunitari.
”L’uomo è inserito in una comunità di esseri e di cose con le quali sta - o ha la possibilità di essere - in relazione. Per effetto di questo inserimento l’uomo esercita una interazione costante, un coesistere con il suo intorno. Da questo, e per l’amore del prossimo, deriva una responsabilità: ogni nostro gesto raggiunge l’esistenza di ciascun essere che ci circonda, sino ad implicare un mutamento nei dati di quell’esistenza...
”Questa coesistenza postula la incarnazione nella società per diventare coesistenza effettiva, efficace: a cosa serve una responsabilità riconosciuta se non è incarnata in una azione (fisica o spirituale; o meglio: fisica e spirituale)? Soltanto così la nostra responsabilità sarà vera coesistenza e partecipazione alla realtà comune”.
Se l’architettura e l’urbanistica - e come attività creatrici e come discipline - perdono di vista che il loro scopo finale è il servizio dell’uomo-persona la loro opera risulterà fallimentare a tutti gli effetti.

Nota: su temi e approcci paralleli a quelli trattati qui sopra da Giovanni Alessandri, in questa stessa sezione di Eddyburg si vedano i testi di Giovanni Berlinguer e di Carlo Doglio (f.b.)

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