Il caso Italia, prima analisi di dati e situazioni di città e campagne, da Nord a Sud
Vittorio Emiliani
La relazione al convegno del Comitato per la Bellezza e dell’Associazione Polis con la collaborazione dei Verdi del Senato, sul tema “Sempre meno residenti nei centri storici, più cemento e asfalto nelle campagne”


Nel patrimonio, in sé straordinario, del nostro Paese un grande capitale era sino a ieri costituito dal “palinsesto” che legava il paesaggio, per lo più agrario, e i centri storici, grandi, medi, piccoli e minimi. Ben 22.000, secondo una indagine Istat. Di essi almeno un migliaio di straordinaria bellezza. Tanti di origine etrusca, magnogreca o romana. Purtroppo questo capitale lo abbiamo in parte dissipato nel Novecento e continuiamo ad impoverirlo. Nonostante che la popolazione italiana cresca ormai pochissimo. Nonostante che lo stock di abitazioni sia enormemente aumentato (oltre 120 milioni di vani), sia pure nel modo più squilibrato. Nonostante che gli alloggi vuoti o precariamente utilizzati siano centinaia e centinaia di migliaia (e non si tratta soltanto di seconde o terze case). Assistiamo così ad una duplice dissipazione. Da una parte, constatiamo di continuo che le città edificate fino agli anni 20-30 del Novecento sono sempre meno abitate in modo stabile, con numerosi vuoti o con utilizzazioni saltuarie, magari molto redditizie come le camere o i letti dati in affitto a studenti universitari fuori sede. Dall’altra, tocchiamo con mano una crescita continua di nuovi quartieri, di centri commerciali, di multisala, di vere e proprie “cattedrali dell’iperconsumo”, che condannano gli italiani a spostarsi di continuo in automobile e che agiscono pesantemente sulle stesse città vecchie che così perdono di continuo negozi (alimentari anzitutto), sale cinematografiche, e altro. Da un lato, quartieri storici o soltanto vecchi di un’ottantina d’anni, provvisti di tutti i servizi primari e secondari, costati somme considerevolissime ai nostri padri, nonni, o avi, risultano sempre meno utilizzati. Dall’altro i Comuni devono svenarsi per portare gli stessi servizi, primari e secondari, ai nuovi insediamenti, residenziali e terziari. In tal modo – nonostante la sostanziale assenza di crescita demografica – consumiamo incessantemente sempre nuovi terreni sino a ieri a coltura, oppure a bosco, a pascolo, comunque non edificati né infrastrutturati.

Questi gli argomenti di fondo di cui ci occuperemo stamane. I casi che per la mia parte voglio proporvi fanno parte di una “campionatura”, lo ammetto, non rigorosamente scientifica. Nel senso che vi porterò una serie di esempi, fra loro piuttosto simili, costituiti da città italiane di diversa grandezza, del Nord, del Centro e del Sud, dove a fatica – per lo più con l’aiuto di amici, di colleghi giornalisti, di bravi cronisti – sono riuscito a raccogliere dati statistici utili sui centri storici e sulla evoluzione in essi della popolazione.

Consentitemi di partire da un caso-limite di spopolamento, quello di Urbino, la città alla quale ho dedicato il mio ultimo libro “L’enigma di Urbino. La città scomparsa” uscito da Aragno. In quella splendida e conservata capitale del Rinascimento il calo dei residenti entro le mura è uno dei più drammatici, pari all'86 per cento rispetto al 1951, con la punta incredibile del 95 per cento nel pieno del Poggio (uno dei due colli su cui è adagiata la città), cioè nel quartiere del Duomo. Dei 350 residenti del dopoguerra, da me ricontati, assieme ad altri testimoni diretti, si è precipitati a 16 abitanti appena. Il quartiere è occupato da Istituti e istituzioni universitarie (e per i grandi palazzi era pressoché inevitabile) e da "pollai" per studenti creati dagli affittacamere. Le ultime notizie sono queste : alcuni contenitori urbinati sarebbero stati di recente acquistati da investitori della Riviera romagnola in cerca di investimenti di “rapina” ad alto reddito. Nelle notti d’inverno, il giovedì per l’esattezza, la città ducale è stata a lungo prescelta quale meta di scorribande in base al richiamo di gruppo (o di branco) : Urbino, la Riccione d’inverno. Tutto il Comune collinare e montano di Urbino perde popolazione, ma in proporzioni decisamente inferiori : 8.000 abitanti in meno rispetto ai 23.000 del dopoguerra, cioè – 34 per cento contro l’86 per cento in meno della città murata. Nonostante questo calo complessivo, la periferia urbinate, per contro, si è molto estesa. Anche lì, dunque, Villettopoli avanza. Con un “consumo” di terreni agricoli e boschivi, con una usura del paesaggio che sta diventando impressionante. Purtroppo una legge-quadro sui centri storici non c’è, essendo rimasto allo stato di proposta il disegno di legge presentato dall’allora ministro Veltroni ai tempi del governo Prodi. Nulla di organico è stato realizzato, nel frattempo, dalle Regioni : né per i centri storici né per una gestione finalmente attenta dei consumi di suoli agricoli o comunque non edificati (pur avendo le Regioni delega assai ampia nelle materie dell’urbanistica, dell’ambiente e dell’agricoltura). Un quadro normativo così vuoto da risultare francamente desolante.

Passando alla analisi nazionale promessa, mi corre l’obbligo di rimarcare fin dall’inizio che da un ventennio circa è in atto un declino complessivo di tante nostre città, anche di quelle sempre in testa nelle classifiche del “buon vivere”. Quasi tutti i capoluoghi di provincia, quasi tutte le città di un certo peso perdono abitanti. Perché la natalità è drasticamente caduta. Perché continuano le espulsioni dovute ai meccanismi speculativi di un mercato sovente “in nero”, senza regole (la questione-casa è tornata ad essere una emergenza), meccanismi ora accelerati dai grandi processi di cartolarizzazione, anche di case di proprietà comunale. Perché le giovani coppie sono forzate dal caro-alloggi ad emigrare verso Comuni della “cintura” metropolitana e anche oltre. Fenomeni di spopolamento che nei centri storici risultano tuttavia decisamente più marcati, assumendovi talora le dimensioni di una vera, inarrestabile emorragia.

Con alcune relative eccezioni. Nel centro storico di Genova, antica residenza di marittimi e di portuali oltre che di famiglie patrizie, lo spopolamento è stato di certo molto forte in passato, in parallelo peraltro col rattrappimento demografico dell’intero Comune (sceso da oltre 800 mila a poco più di 600 mila residenti dagli anni ’50 alla fine del secolo scorso), ma nel ventennio 1981-2000 quel calo è rallentato : le tre Circoscrizioni storiche, Pré, Maddalena e Molo, hanno perduto complessivamente 4.245 residenti su 27.461 (- 15,45%). Ne ha perduti soprattutto il quartiere del Molo (- 2.715, cioè - 21,7 %). Spopolamento più limitato quindi, specie nel quartiere, tradizionalmente popolare, di Pré (-10,06 %). Dopo tanti anni di progetti si sono di recente innescati processi di recupero e di riuso, pianificati dal Comune, che poggiano sul Porto Vecchio divenuto sede di Facoltà universitarie, dell'Acquario, di ristoranti, ecc. Un pezzo di città. Si può quindi notare come il complesso dei tre rioni storici registri, nell’ultimo decennio, pesino un lieve incremento delle residenze, mentre, parallelamente, continua in modo marcato il calo di popolazione del Comune e della stessa Provincia.

Poco sopra Genova, ancora in Lombardia, c’è Voghera, una città media dell’Italia media, che ha subito essa pure una vistosa diminuzione di residenze nel centro storico ( - 34,19 per cento nell’ultimo ventennio contro un calo demografico dell’11 per cento nell’intero Comune). Questo centro del Nord, di reddito medioalto, con un elevato tenore di vita, gravitante sull’area di Milano, ha conquistato un primato negativo :per parecchi mesi non ha avuto in città un solo cinematografo regolarmente aperto, vale a dire a portata di piede, di bicicletta, o di bus, e non, forzatamente, di auto. Tutti resi anti-economici dalla multisala inaugurata nel vicino Comune di Montebello della Battaglia, accanto ad uno dei primi ipermercati. Oggi è stata recuperata per una programmazione non quotidiana una sala di proprietà della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso. L’unica disponibile per chi non ha o non vuole usare l’automobile anche per andare al cinema, e non si rassegna alla sola televisione. Un caso evidente di come centri commerciali, multisala e strutture consimili determinino dall’esterno la vita stessa dei vecchi centri abitati, spostando flussi di traffico e abitudini, nei consumi e nell’uso del tempo libero, concorrendo a togliere vita sociale alle città tradizionali.

Processi analoghi a quelli verificati a Urbino, anche se, mediamente, con patologie meno gravi, sono riscontrabili in tutte le città universitarie. Prendiamo il caso di Perugia che ha due poli universitari : quello per studenti italiani e l’altro per studenti stranieri. Una elevata quota di iscritti fuori sede che ha trasformato buona parte della città, in specie quella antica, in una sorta di dormitorio per studenti, in una costellazione di letti in affitto. A Perugia il crollo demografico del centro storico si è verificato in modo netto fra 1971 e 1981 con oltre 5.000 residenti in meno, proprio mentre il Comune cresceva ancora, complessivamente, e la stessa Zona urbana manteneva i propri abitanti. Nella città murata il calo è proseguito, a goccia.

Altri centri, divenuti di recente sedi universitarie, hanno cominciato a fissare un "tetto" massimo agli iscritti : per esempio, Cesena dove il numero chiuso per le facoltà distaccate dall’Ateneo bolognese è stato posto a 5.000 iscritti. Nella città romagnola, anni fa, venne restaurato e recuperato in pieno centro storico il quartiere popolare della Valdoca che, con grande piacere, ho visto mesi fa, a tarda sera, con tante finestre illuminate. Qui si ha ben presente che il piano Fanti-Cervellati attuato nel capoluogo emiliano, a partire dal 1970, per il recupero e il riuso in affitto di numerosi edifici minori (e quindi abitati da ceti poveri) venne insabbiato proprio dalla lobby potente degli affittacamere e dei bottegai. Vicino a Cesena, sul mare, “tiene” abbastanza, per esempio, il borgo marittimo di Cesenatico, ancora fittamente abitato da famiglie di marinai, quindi con una sua forte identità sociale e culturale che gli ha consentito di resistere, in parte, alla “colonizzazione” turistica stagionale.

Sempre in Romagna, Forlì rappresenta una delle rare eccezioni alla regola, quasi costante, del continuo, anche se oggi più ridotto, svuotamento dei quartieri storici. Qui l’emorragia demografica si è avuta nel ventennio 1971-1991. Poi i residenti nella città antica si sono stabilizzati poco sopra quota 10.000 per salire di nuovo verso quota 11.000 nell’anno passato. Anche in questa città le facoltà distaccate da Bologna si sono radicate bene, soprattutto in centro, con circa 10.000 iscritti, provocando tuttavia problemi non lievi di rincaro di affitti e di alloggi.

Ma questo stabilizzarsi della popolazione forlivese in zona storica rappresenta davvero una eccezione. Succede infatti tutto il contrario a Viterbo, città dove l’insediamento universitario è ancora recente, autonomo e consolidato. Qui i residenti degli antichi quartieri, dopo aver “tenuto” per anni, sono letteralmente crollati nel decennio 1990-2000 : da 19.000 a 10.000. Oggi, ufficiosamente, si parla addirittura (cifra non verificata) di appena 7.000 abitatori. Una rotta. E il degrado avanza, con pub, bar, locali rumorosi. Soltanto di recente l’amministrazione comunale ha deciso peraltro di limitare, per esempio, il traffico veicolare entro le mura ponendo un primo argine al degrado. Ma vi sono strade, vicoli e piazzette in cui i residenti si contano sulle dita di una mano o poco più.

Viterbo ha nella sua provincia, un piccolo ma efficace modello al quale ispirarsi : si tratta del Comune di Bassano in Teverina (VT) dove l’allora sindaco Ugo Sposetti, senatore Ds, oggi tesoriere di quel partito, prese ad esempio, molti anni dopo, il piano Cervallati e lo attuò nel suo centro storico medioevale, quasi integralmente abbandonato dopo un terremoto : investì infatti nel risanamento di 31 alloggi i fondi ricevuti per l’edilizia economica e popolare, mentre altri 45 appartamenti furono poi recuperati dall’iniziativa privata. Altri stanziamenti pubblici sono stati impegnati nel consolidamento e nel risanamento del borgo medioevale che consta in tutto di circa 300 alloggi e che è tornato a vivere senza diventare una Disneyland per ricchi. Gli alloggi pubblici sono stati assegnati in affitto secondo rigorosi criteri sociali. Mi risulta che, con un piano meno ampio, un’esperienza analoga stia promuovendo il vicino Comune di Ischia di Castro (VT).

A Roma dedicherà la propria relazione, subito dopo la mia, Paolo Berdini. Posso soltanto anticipare che essa confermerà il dato di uno spopolamento mediamente molto elevato, che risale ad anni lontani e che tuttavia non sembra volersi mai arrestare, ponendo questioni assai spinose.

Nel Sud lo spopolamento è risultato in alcuni centri pressoché totale, fino ad una rioccupazione "storica", dopo molti secoli e nel modo più precario, da parte di immigrati arabi, maghrebini. E’ accaduto anche a Palermo, nella Kalsa. Sulle Madonie centri storici tradizionali come Gangi si stanno letteralmente svuotando.

A Lecce, città universitaria da decenni, il periodo di massimo svuotamento dei rioni storici è stato quello fra il 1971 e il 1981, con quasi 13.000 residenti in meno (- 64 per cento). Il deperimento sta proseguendo e tuttavia è consistito soltanto in un migliaio di residenti in meno negli anni 80 e di una settantina appena nel decennio successivo.

A Taranto la situazione è assai più compromessa. Anche perché il piano di restauro della antica “isola dei pescatori”, elaborato con intelligenza e competenza da Franco Blandino alla fine degli anni ’80 (sul modello Bologna), aveva dato risultati ammirevoli. Purtroppo mancava in loco una cultura specifica ; era venuto meno il legame affettivo fra gli antichi abitanti e il loro antico centro di residenza. Difatti il ripopolamento di quella zona abbandonata da molti anni era subito risultato problematico, a partire da una equa riassegnazione degli.alloggi recuperati. Certo nessuno poteva attendersi il vero e proprio crollo di popolazione, la fuga di massa registrata invece nell’ultimo periodo (- 78,33 per cento nel trentennio 1971-2001, nonostante il piano di risanamento e la reimmissione di abitanti nelle case splendidamente risanate).

I centri storici, i rioni antichi diventano per lo più o pied-à-terre per ceti abbienti, magari per stranieri colti e intelligenti (si pensi alla Toscana, ma anche all’Umbria e, in parte, alle Marche), ma, ancor più, sedi di uffici, di banche, di assicurazioni, di studi professionali, vivendo, anche di traffico veicolare, durante il giorno e “morendo” letteralmente quando scende la sera. Salvo trasformarsi, di notte, in un rumoroso “divertimentificio” che irrita e, alla fine, scaccia i pochi residenti superstiti rimasti legati a quelle vecchie pietre e che la mattina dopo deve lavorare, o comunque vivere ad orari normali. Un conflitto che si verifica dovunque, specie nelle città universitarie. In Italia ma anche in giro per l’Europa. E insieme agli abitanti se ne vanno i negozi di alimentari, gli artigiani di servizio, le scuole e altri servizi essenziali. Al loro posto subentrano pizze a taglio, negozietti di souvenirs, negozi di “stracciaroli” spesso effimeri, bar e pub che nascono e muoiono in modo sospetto, sovente luogo di spaccio.

A Firenze – secondo una inchiesta condotta da Francesco Erbani per “Repubblica” e comparsa il 20 novembre 2004 – nell’ultimo decennio le residenze, già molto diradate, sono diminuite, in centro, di un altro 12 per cento. Nel capoluogo toscano, divenuto capitale, con Venezia, del turismo di massa, denuncia il prof. Manlio Marchetta, professore di Urbanistica all’Università, la quota di centro storico destinata ad abitazione stabile era ancora pari al 30 per cento nel 1987, mentre ora è precipitata al 10-15 per cento. “Per il centro storico”, denuncia lo stesso docente, “non esiste un piano specifico, nonostante lo prescriva una legge regionale”.

Il grido di allarme che abbiamo voluto lanciare raccontando in sintesi alcune vicende esemplari, dalla desertificata Urbino alla non meno spopolata Taranto, riguarda ormai tutta Italia. Il vero enigma è come mai un popolo evoluto dissipi contemporaneamente due patrimoni straordinari : i suoi centri storici, le sua città antiche (anche le meglio conservate) e la campagna circostante, l’ambiente, il paesaggio. Tanto che fra città e campagna spesso non c’è più alcuna interruzione : il continuum cemento+asfalto risulta terribile. L’ultima volta che sono sceso in aereo su Venezia, sono rimasto scioccato vedendo come fra Mestre, Treviso e Padova non ci sia più campagna, come fra centri abitati, fabbriche, centri commerciali e altri centri abitati, altre fabbriche, altri centri commerciali non ci sia più la benché minima interruzione. Il continuum di asfalto e cemento è impressionante. Credevamo che il fenomeno fosse soprattutto meridionale e invece dobbiamo renderci conto del fatto che esso costituisce ormai un’autentica emergenza nazionale. In una Italia che sull’Appennino è da anni un deserto, per centinaia e centinaia di chilometri, e che in pianura o sulle coste è ormai soltanto cemento & asfalto. Del resto, nel solo ventennio 1961-81 hanno cambiato destinazione più aree agricole di quanto non sia avvenuto nei duemila anni precedenti. In generale, la superficie agricola e forestale è scesa, nell’intero Paese, dai 30 milioni di ettari del 1950 a meno di 20 milioni di ettari nel 2001, diminuendo di oltre un terzo.

Secondo il Wwf, ogni anno dai 50.000 ai 100.000 ettari vengono sottratti al patrimonio agricolo e boschivo per essere ricoperti di cemento e di asfalto. Nell’arco di un ventennio (nella migliore delle ipotesi) continuiamo a perdere dunque tanta buona terra, agricola e forestale, per una superficie pari a quella della Puglia. Tutto ciò mentre la popolazione italiana rimane, nel complesso, quasi ferma, o aumenta di poco. Le città perdono residenti che si spargono nei piccoli centri o nelle campagne. La diffusione di mega-centri commerciali e di multisala cinematografiche nelle periferie urbane accelera il processo di svuotamento delle città provocando in esse, soprattutto nei quartieri centrali, la chiusura a catena di esercizi commerciali e di sale cinematografiche. I Comuni sono spiazzati, o si lasciano spiazzare, da questi sviluppi che hanno, in parte, rinunciato a controllare, dovendo pertanto inseguire Villettopoli, Fabbricopoli, Commerciopoli, Filmopoli e naturalmente costruire altre arterie stradali e potenziare quelle esistenti poiché la grande massa degli spostamenti avviene esclusivamente in automobile. Non a caso la densità auto/abitanti è giunta (record europeo) nelle aree metropolitane a 1 vettura ogni 1,50 residenti, bambini inclusi. Sono fenomeni che vanno per conto proprio, in modo dirompente, svuotando la pianificazione urbanistica (del resto sforacchiata da continue varianti) e invadendo una campagna sino a ieri verdeggiante, distruggendo velocemente e per sempre uno stock sensazionale di beni primari (terra coltivata, boschi, pascoli, acque di falda e di superficie, ecc.) o comunque deteriorandolo in profondità. Tutto ciò in un Paese che è prevalentemente di collina e di montagna e che sempre più appare per una parte semideserto o deserto e per l’altra congestionato, superaffollato. Fino a ieri pensavamo che questa stridente contraddizione riguardasse da una parte le zone collinari e montane e dall’altra le aree di pianura e le coste. Oggi, invece, ci rendiamo conto che la contrapposizione fra aree svuotate e aree congestionate riguarda anche, da una parte i centri storici o le città soltanto vecchie e dall’altra le zone metropolitane di nuova edificazione. Con meccanismi assolutamente folli che bisognerà pure ingegnarsi di fermare e di razionalizzare, prima che finiscano per divorare, letteralmente, il Paese e il suo patrimonio (che è anche sociale, che è anche economico) di bellezza paesaggistica, storico-artistica, naturalistica. In altri Paesi, negli stessi vastissimi Stati Uniti, in genere nel mondo anglosassone, è da tempo aperto il dibattito sull’“urban sprawl”, sulle città “disordinate” (o, più letteralmente, “stravaccate”). In Italia, Paese di spazi ben più ridotti, con un reticolo di centri abitati prezioso che risale agli Etruschi, ai Greci e ai Romani (ben 2.684 Comuni hanno questa origine, mentre altri 4.164 risultano fondati fra l’800 dopo Cristo e il 1300), in Italia, dicevo, lo stesso dibattito appare molto più flebile e arretrato. E invece, proprio nel Bel Paese o in quanto resta di esso, non possiamo e non dobbiamo assolutamente rassegnarci a tanta rovina, frutto della più incolta speculazione, di una finta modernità, in realtà tutta affaristica, ma, qualche volta, frutto anche di pura imbecillità, comunque di una visione dissipatrice di quel patrimonio di tutti rappresentato dall’ambiente e dalla storia.

Un vivo ringraziamento va agli amici che mi hanno validamente aiutato nella raccolta dei dati e della documentazione sui centri storici in giro per l’Italia. In particolare ringrazio Bruno Gabrielli per Genova, Enrico Marelli per Voghera, Marina Foschi per Forlì, Giordano Conti per Cesena, Marta Zani per Cesenatico, Marcella Calzolai per Perugia, Arnaldo Sassi per Viterbo, Ugo Sposetti per Bassano in Teverina, Arturo Guastella per Lecce e Taranto, Teresa Cannarozzo per Gangi e altri Comuni delle Madonìe.

Allo stesso convegno, la relazione di Paolo Berdini su Roma

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