Un Piano Regionale? (1935)
Cesare Albertini
La governance in materia di pianificazione ha un suo precedente nel corporativismo fascista. Uno spunto da questo breve ma interessante testo, Città di Milano, febbraio 1935 (f.b.)
A proposito dell’estensione in superficie assoluta dal progetto di nuovo piano regolatore, si leggono nella relazione illustrativa del progetto stesso le seguenti parole: “Per esteso che possa apparire il piano che si è studiato, sarebbe stato desiderabile che esso, nelle sue linee fondamentali, fosse prolungato oltre i confini del Comune. Sarebbe, in altre parole, stato desiderabile che il territorio del Comune avesse avuto ampiezza proporzionata a quella che già oggi è la zona abitata. Ora, mentre nella parte occidentale e meridionale oltre la zona abitata si ha un vasto territorio tuttora adibito a scopi agricoli che consente al Comune di raggiungere con provvedimenti tempestivi la sua sistemazione, nella parte settentrionale ed orientale l’opera disciplinatrice del Comune giunge con grande ritardo e sarebbe conveniente un ampliamento del territorio comunale di tale estensione da permettere al Comune di riprendere la sua funzione che deve essere, essenzialmente, antiveggente. Che se tale estensione non si potesse ottenere, si dovrebbe auspicare lo studio di un piano regionale il quale, pur lasciando ai singoli comuni una giusta autonomia per quanto riguarda la soluzione dei loro particolari problemi, regolasse la sistemazione della regione circostante a Milano in modo che essa tutta si informasse a direttive unitarie”.



Poiché l’estendere ulteriormente il territorio comunale è così vasto e complesso problema che sfugge alla competenza di chi considera la questione esclusivamente nei riguardi tecnici; e poiché è poco probabile che a tal soluzione si addivenga in tempo prossimo, si deve considerare l’altra possibilità: lo studio di un piano regionale.
Molto si è già scritto, al riguardo, dagli studiosi di urbanistica e parecchi equivoci sono anche stati fomentati. Non v’è concorso che si rispetti che non richieda almeno uno schema di piano regionale. Ora, è bene senz’altro avvertirlo, un piano regionale può tornare utile e conveniente quando si verifichino determinate situazioni e non già intorno a qualsiasi centro abitato. Un piano regolatore richiede, anzitutto, l’esistenza di una “regione” che costituisca, in certo modo, il complemento della città; che questa regione abbia stretti rapporti di lavoro e di scambi con la città; che la popolazione vi sia disseminata in centri secondari che siano tributari della città capoluogo; che si determini naturalmente un orientamento di fenomeni che renda opportuna la considerazione unitaria dei problemi che interessano la regione.
Un piano regolatore non può consistere semplicemente nel progetto di una rete di strade turistiche che abbia lo scopo di valorizzare i dintorni del capoluogo e di avvicinarli alla popolazione agglomerata ; ma deve comprendere, oltre la migliore organizzazione della rete stradale, la sistemazione idraulica del territorio, la predisposizione delle possibilità di sviluppo dei vari servizi e, soprattutto, di quelli di trasporto considerati da un punto di vista generale, prescindendo, cioè, dagli egoismi del capoluogo e dagli egoismi dei centri secondari per assurgere alla visione integrale della migliore organizzazione della vita civile nel territorio. Si deve raggiungere, se è lecito così dire, una visione corporativa delle applicazioni urbanistiche alla regione. così che ne risulti per tutti proporzionato vantaggio nell’orbita del vantaggio della regione.
La regione circostante a Milano è tra le pochissime in Italia per le quali tornerebbe non solo assai conveniente, ma sarebbe necessario lo studio di un piano generale, come già avvenne in condizioni analoghe per le regioni industriali di Essen, di Merseburg e per moltissime regioni inglesi. Lo sviluppo intenso delle grandi opere pubbliche, la sempre maggiore importanza assunta dai pubblici servizi hanno sempre più accentuata la stretta interdipendenza che esiste tra Milano e la regione che la circonda; interdipendenza che, diciamolo subito perchè non si equivochi, non deriva da una particolare attitudine assimilatrice del centro metropolitano, ma dai reciproci rapporti che determinano una differenziazione di funzioni tra Milano ed i centri secondari della regione milanese, così che e Milano ed i centri secondari dànno e ricevono alla loro volta e sarebbe difficile concepire le funzioni degli uni che non fossero integrate dalle funzioni degli altri.



In proporzioni ben maggiori, quali derivano dall’accresciuta potenzialità dei mezzi di comunicazione, dall’intensificarsi dei rapporti industriali e commerciali, dall’affluire delle masse lavoratrici e dei prodotti finiti alla città dove è il mercato e l’emporio di vendita, si è verificato oggi quello stesso fenomeno per cui settant’anni addietro Milano città sentì il bisogno di fondersi coi cosiddetti “Corpi Santi” che assediavano la città e reciprocamente si intralciavano paralizzando le energie che invece, dopo l’unione dei due enti, si svilupparono formidabili.
Oggidì il problema è assai più vasto e sarebbe probabilmente errato il procedere per aggregazioni a formare una Milano mastodontica difficile ad amministrare con quei criteri unitari che si addicono ad un unico ente. Sarebbe invece grandemente utile e desiderabile che i grandi problemi interessanti la regione potessero essere considerati da un punto di vista generale allo scopo di raggiungere la miglior soluzione indipendentemente da quelli che possono essere i piccoli desideri locali.
Il problema dei trasporti, in primo luogo, può avere una soluzione integrale sia nei riguardi della rete stradale, sia nei riguardi dei mezzi di trasporto, soltanto quando lo studio della loro progettazione non dipenda né dai criteri prevalenti nell’interesse del capoluogo né da quelli voluti dai centri minori, ma si ispiri bensì all’interesse complessivo della regione e, soprattutto, ai rapporti reali che tra il capoluogo e la regione esistono.
Non altrimenti deve considerarsi il problema delle acque. Il piano regionale deve studiare la questione nel suo complesso, né può concepirsi che un Comune o un gruppo di Comuni possa scaricare i propri rifiuti in un corso d’acqua senza preoccuparsi se quel corso d’acqua riuscirà poi molesto ai Comuni che traverserà, uscito che sia dai propri confini territoriali. Ancor meno si può pensare che un Comune solo si addossi l’onere di formare una riserva di verde nel proprio territorio evitando, per esempio, la distruzione di un annoso bosco, quando ciò sia di vantaggio per tutta una regione.
Abbiamo accennato solo sommariamente ad alcuni tra i problemi che un piano regionale dovrebbe risolvere. Uno studio più approfondito ne rivelerebbe altri non meno importanti. Certo è che, allorquando una regione è densa di abitati, quando pel legame di interessi che la unisce essa rappresenta un organismo compiuto, le stesse ragioni che militano per la formazione di piani regolatori per le città militano per la formazione di piani regolatori regionali.
La meta è sempre la stessa: evitare il sorgere disordinato di servizi; evitare di dover domani disfare ciò che imprevidentemente fosse stato fatto oggi. In questo momento Londra spende somme enormi per dare un assetto unitario alla sua rete di metropolitane formatasi caoticamente sotto l’impulso di interessi volta a volta prevalenti. L’esempio vale per tutti gli impianti che interessano una regione: impianti che in un piano regionale devono essere previsti nelle loro grandi linee lasciando ai singoli centri la possibilità di soluzioni varie, purché si inquadrino nella soluzione generale dei singoli problemi che deve essere dal piano preventivamente determinata.
Fortunatamente non mancano esempi del modo con cui si può raggiungere la meta senza che nello studio del piallo prevalgano interessi di singoli centri; e neppure mancano esempi dell’organizzazione amministrativa più conveniente per lo studio di un piano regolatore.

Nota: ho reso disponibile un file PDF scaricabile, dove si vedono un po' meglio le immagini (f.b.)

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