A difesa della Ruralità (1942)
Ugo Todaro
Con linguaggio e obiettivi certo desueti, temi invece ancora attualissimi come le densità dell'insediamento e i rapporti fra urbanistica, società, altre discipline territoriali. Da La Conquista della Terra, luglio 1942 (f.b.)
Creatrice di nuove terre o esaltatrice della capacità produttiva delle terre vecchie, la bonifica è indubbiamente il principale mezzo di azione contro le tendenze urbanizzatrici. Ma non è il solo.
Ora, la difesa della ruralità ha tale importanza per l’avvenire del Paese da non permettere di trascurare nessuno degli altri modi di contribuirvi. Cosi meritano segnalazione due studi recentissimi, dell’Ing. Vincenzo Civico e del Dott. Augusto Alfani, che additano due provvedimenti efficaci contro la deruralizzazione (V. Civico, “Distribuire il lavoro per distribuire la popolazione”, Critica Fascista n. 14, 1942; A. Alfani, Il libro e l’istruzione tecnica contro la deruralizzazione, Firenze 1942).

Decentramento delle industrie

Il Civico, traendo occasione dalle decisioni del Governo a favore dello sviluppo delle industrie in quelle parti d’Italia che attualmente ne sono meno dotate, propugna la creazione di appositi nuovi centri urbani invece della costituzione, o dell’ampliamento, di zone industriali annesse a città esistenti, specie se queste già sono grandi.
Quasi tutti gli argomenti da lui addotti a sostegno dell’indirizzo che propone varrebbero, a suo avviso, a far riconoscere la utilità di questo al fine della difesa della ruralità.
Di tale utilità, con qualche riserva che esporremo, noi pure siamo convinti; ma principalmente per ragioni diverse da quelle del Civico, come diremo.
Va da sé che nei nuovi centri proposti non difettando lo spazio, almeno inizialmente, sarebbe agevole cosa creare quartieri residenziali sani ed ariosi, come il Civico osserva. Ci sembra invece illusoria la sua fiducia di riportare con quelli, stabilmente, la popolazione tutta a contatto diretto della campagna; assicurandole così la maggiore sanità fisica e morale che è poi cagione del potenziamento della razza.
A realizzare questa forma, attenuata ma pur sempre utile, di ritorno alla terra egli conta essenzialmente sulla possibilità di contenere entro limiti modesti lo sviluppo dei nuovi centri abitati, negando l’autorizzazione ad impianti che dovessero eccedere questi limiti; e sulla possibilità di contrarre gradua]mente le città esistenti, disponendo il trasferimento in altri centri, nuovi, degli impianti attuali in occasione della loro necessaria rinnovazione.
Ma è attuabile questo trasferimento?
I requisiti che rendono adatta una località all’esercizio di una attività industriale sono molti e vari e generalmente lasciano alla scelta un campo piuttosto ristretto. Prevalgono di solito, ineluttabilmente. le esigenze economiche; la riduzione del costo di produzione e di quello del trasporto dei prodotti ai mercati di consumo.
Giustamente lo stesso Civico ricorda che devesi aver molto riguardo alla vicinanza delle principali materie prime, delle fonti di energia, di una abbondante popolazione, nonché alla comodità e, poteva aggiungere, alla brevità delle comunicazioni coi luoghi di provenienza di altre materie prime, o sussidiarie, e con quelli di collocamento dei prodotti.
Egli nega che questi requisiti si trovino più spesso riuniti, nella maggiore misura possibile, nelle città, specie se grandi. A noi sembra invece innegabile che non casualmente l’industria abbia tanto contribuito allo sviluppo di città felicemente ubicate, che siano ad esempio dotate di buoni porti marittimi o corrispondano a fondamentali nodi ferroviari; particolarmente da quando gli elettrodotti ad alta od altissima tensione hanno reso molto economico il trasporto della energia idroelettrica a qualsiasi distanza.

Non possiamo infatti pensare che il creatore di una nuova industria dia qualche peso a diverse considerazioni, come quella della maggiore agevolezza di vita civile offerta al personale da una città che già sia modernamente attrezzata. A conferma, sono molte le città da secoli raccolte in una lor vita comoda prevalentemente intellettuale, e pressoché prive di industrie, mentre non mancano gli esempi, anche da noi, di città che l’industria ha create dal nulla, dotandole di ogni attrezzatura civile.
II trasferimento, sia pure graduale, delle industrie esistenti ci sembra dunque assai problematico e in definitiva non vantaggioso, in genere, alla economia della Nazione, perchè la loro ubicazione è già la più conveniente.
E spesso risulterà pure impossibile, e non giovevole al Paese, limitare lo sviluppo di nuovi centri industriali. Ben vero, vi sono taluni cicli produttivi che consigliano di procedere alle fasi successive di una lavorazione a catena in località diverse, talora anche molto distanti l’una dall’altra, al fine di giovarsi in ciascuna fase dei requisiti locali più favorevoli alle sue particolari esigenze. (Pensiamo ad esempio, da noi, all’industria dell’alluminio). Di solito però dalla coordinazione di varie industrie risulta invece la opportunità di sviluppare in una medesima località l’intero ciclo produttivo. Chi ragionevolmente potrà allora vietare che il nuovo centro industriale si accresca fino a togliere ai quartieri residenziali quella immediatezza di rapporti con la campagna che pur sarebbe desiderabile?
Confessiamo poi di non avere compreso perchè il camerata Civico confidi di ottenere, mediante il decentramento delle industrie, una maggiore loro protezione dalle offese belliche aeree.
L’argomento, come vedremo, non è privo di addentellato col problema della preservazione della ruralità, e così rientra pure nel nostro tema.
Il nostro accorto Autore non dice già di attendersi una migliore difesa dagli aerei come effetto della dispersione degli obbiettivi, cioè del maggiore numero loro e della minore entità di ciascuno di essi; giustamente perchè oggi anche un solo stabilimento industriale costituisce non trascurabile oggetto di offesa bellica e perchè il crescere del numero, della velocità e della autonomia dei mezzi aerei va togliendo importanza al problema del raggiungimento pressoché contemporaneo, in una medesima incursione, di numerosi obbiettivi distribuiti in .un ampio territorio. La disseminazione dei possibili obbiettivi di offesa, a nostro avviso, varrebbe invece a complicare il problema della difesa controaerea, moltiplicando le località da difendere attivamente.
E non crediamo nemmeno che il Civico abbia pensato ad una maggiore facilità della difesa possiva. È infatti ormai quasi unanime il riconoscimento che - ove si tratti comunque di obbiettivi densi, cioè di popolazione agglomerata - la difesa passiva riesce meno costosa e più efficace quando le abitazioni sono riunite in edifici di cinque o sei piani, che costituiscono da sé una buona copertura dei ricoveri sotterranei e consentono economicamente di assegnare a questi la capacità per ogni abitante, la robustezza, la protezione antigas, i servizi e la molteplicità di sicuri accessi che normalmente si richiedono.
Vogliamo anzi notare qui - ed è questo l’addentellato preannunciato - che dalla considerazione della vulnerabilità bellica viene ancora diminuita quella ragione di preferenza, ai fini della ruralità, degli appositi nuovi centri industriali della quale precedentemente si è discusso.

Le cennate dimensioni degli edifici, comunemente ammesse come le migliori nei riguardi della difesa passiva antiaerea, consentiranno pur sempre, infatti, di dotare i desiderati nuovi centri di quartieri residenziali sani ed ariosi, più economicamente che nei pressi di grandi città in relazione al minore costo delle aree; ma la distribuzione delle abitazioni in parecchi piani renderà comunque praticamente inutile di assegnare loro ampiamente orti e giardini atti a determinare nella popolazione industriale una certa attività rurale, sia pure soltanto collaterale, integrativa, dopolavoristica. Così quella forma, già molto superficiale, di ritorno alla terra di cui si è discorso verrebbe a ridursi ad una cotale prossimità delle abitazioni alla aperta campagna: troppo modesta circostanza perchè sia lecito sperarne un concorso non trascurabile al potenziamento della razza attraverso la formazione di abiti rurali.
Venendo di nuovo alle considerazioni belliche, esaminiamo la sola precisazione esplicita a che il Civico ci offre: i nuovi centri industriali dovrebbero essere ubicati in modo da risultare il più possibile sottratti alle offese belliche.
Ora, la possibilità di sottrazione a tali offese non può dipendere, già oggi, dalla distanza dai confini del territorio nazionale se questo è, relativamente, poco esteso. Non resta dunque che pensare di cercarla in una maggiore difficoltà di sorvolo; quale ancora si può avere, specie in talune circostanze stagionali, nelle regioni montagnose molto elevate ed incise da vallate profonde.
Ma quali dei requisiti che rendono una località più adatta alle attività industriali si potranno trovare in regioni di tal sorta ? Dato, come si è detto, che la più frequente possibilità di produrre sul luogo energia idroelettrica va perdendo di importanza, converrà collocare nuovi stabilimenti industriali in profonde vallate, racchiuse da alte montagne, solamente quando si debbano trasformare materie prime locali, oppure materie prime assai ricche, di trasporto pochissimo oneroso; come sempre è stato riconosciuto.

Gli altri argomenti che il Civico adduce a conforto della propria tesi - mentre pur riconosce giustamente che una nazione moderna, pena la sua decadenza, non può essere soltanto rurale - sono quelli stessi che ordinariamente vengono enunciati contro lo sviluppo industriale in genere, quale promotore prevalente della urbanizzazione.
Questi argomenti sono noti: l’industria spopola le campagne, sottrae braccia al lavoro della terra, mina le basi della salute e della potenza della nazione, che posano soprattutto sulla sua ruralità; lede inoltre gli stessi organismi urbani, addensandovi eccessivamente le fonti di lavoro e determinandone la elefantiasi.
Ma non teme il Civico che il primo gruppo di questi argomenti possa ritorcersi proprio contro di lui?
Mettere l’industria, per cosi dire, a portata di mano di ogni contadino, col disseminarla in tutto il territorio nazionale significherebbe moltiplicarne la forza di attrazione che oggi, in ragione delle distanze, non basta ancora a distogliere dalla terra poderose masse rurali.
È esperienza ormai fatta che la creazione di un nuovo centro industriale in aperta campagna ha in questa l’effetto immediato di frangere i nuclei famigliari e di fare abbandonare le lavorazioni agricole ai vecchi ed ai ragazzi.
E troppo magro compenso avrebbe la causa della preservazione della ruralità del Paese nella vicinanza alla campagna dei quartieri residenziali degli auspicati modesti centri industriali.
Tuttavia, proprio da quelle vecchie considerazioni di carattere generale ricaviamo le preannunciate ragioni, non viste dal Civico, le quali a parer nostro militano veramente a favore della sua tesi.
Il nuovo centro urbano, dedito quasi interamente ad attività industriali, per vivere chiede alle circostanti campagne diversi e più abbondanti prodotti, proprio mentre esse vengono disertate dai rurali validi. D’altra parte gli utili dell’industria cercano spesso nell’agricoltura un investimento, se non molto lucroso, sotto vari aspetti assai allettante: in pagine magistrali, a tutti note, ampiamente dimostrava già il Cattaneo il generale vantaggio di questo fenomeno economico sociale. L’effetto ultimo, sulle campagne, della creazione di un nuovo centro industriale è dunque necessariamente la bonifica; ed è, conseguentemente, la stabile sistemazione rurale di numerose famiglie contadine provenienti da altri territori, sovrapopolati, le quali vengono a sostituire quelle locali che la campagna hanno derelitta, mentre a loro volta sarebbero altrimenti affluite all’industria. Cosi l’industria e l’agricoltura cooperano all’armonico progresso del Paese e la ruralità di questo, in complesso, viene accresciuta.
Perciò noi siamo favorevoli alla creazione di nuovi centri industriali proposta dal Civico; pur senza nasconderci che la sua possibilità verrà frequentemente limitata da motivi economici, anche nazionali, che renderanno preferibile, tutto ben considerato, la aggregazione di nuove industrie a centri industriali esistenti dove cause storiche ed etniche hanno finora troppo esiguo lo sviluppo delle attività industriali, bene il Regime tende a promuoverne l’incremento; ma non è improbabile che anche quivi le nuove industrie opportunamente sorgano di preferenza nelle più importanti città portuali e ferroviarie. Quando però i giusti motivi a favore di tali ubicazioni non risultino molto accentuati, siamo col Civico nell’auspicare che l’industria si diffonda nelle campagne, perchè gioverà indirettamente alla ruralità del Paese, col dare generale impulso alle trasformazioni fondiarie.

Sui compiti della urbanistica

A queste nostre opinioni si potrà forse obbiettare che noi vediamo ogni fenomeno sotto la specie della bonifica.
Ma una obbiezione analoga, a parer nostro non senza fondamento, può muoversi al camerata Civico.
Vogliamo riferirci al titolo del suo interessante studio, il cui significato è bene chiarito nelle sue premesse.
Queste, sono le premesse: realizzare la organica distribuzione della popolazione è, nèlle città. uno dei compiti essenziali della urbanistica; ma oggi la unità urbanistica non è più la città, è la nazione; dunque oggi spetta alla urbanistica studiare la distribuzione organica della popolazione in tutto il territorio naziona1e; e lo strumento tecnico a ciò adatto la urbanistica già lo possiede, è il Piano regolatore territoriale.
Proprio da questo strumento tecnico già pronto pensiamo noi che il Civico sia condotto a gravare la urbanistica di tanto peso.
Ai cultori delle discipline matematiche è nota la fecondità dell’algoritmo. A risolvere un particolare problema - anche pratico, se opportunamènte schematizzato - si inventa una operazione nuova, accertandone la legittimità attraverso la verifica del suo inquadramento nelle leggi logiche fondamentali. Forgiato cosi un nuovo strumento tecnico, sembra poi quasi che questo lavori da sé. Il nuovo algoritmo trova infatti applicazione nei campi fisici più inopinati e porta a vere scoperte, ossia alla previsione di fatti che poi l’esperienza conferma.
Ma ciò dipende dal carattere astratto della matematica pura e dalla possibilità di ridurre ad un comune schema matematico i più disparati fenomeni fisici privandoli di tutte quelle note che concretamente li specificano, li differenziano e che pure sotto un certo profilo sono prescindibili. non sono essenziali.
Questo processo di astrazione non è invece possibile nello studio dei multiformi complicatissimi fenomeni della distribuzione della popolazione che si faccia allo scopo di disciplinarla, di indirizzarla - entro certi limiti - al raggiungimento di particolari fini. La sola astrazione qui consentita, anch’essa di carattere matematico, si traduce nelle indagini statistiche comparate che porgono un filo conduttore alla ricerca di intricati e non evidenti rapporti di causa ad effetto.

Solo il politico, con la propria sensibilità, con le proprie facoltà di sintesi, sia pure giovandosi di questo sottile filo conduttore, può percepire nella loro unità molteplice ma inscindibile cosi complessi fenomeni, dove confluiscono i caratteri naturali ed antropici delle varie zone del Paese, le esigenze tecniche ed economiche, le tendenze sociali e, se il politico è grande, la sua volontà di dominare e regolare gli eventi quanto all’uomo è consentito.
Saremmo ingiusti però se non dicessimo che ciò il Civico lo ha intuito. Invero egli soggiunge: che la distribuzione della popolazione è effetto della distribuzione dei mezzi e delle possibilità di vita, la quale secondo lui si riassume nella distribuzione del lavoro (Di qui il sottotitolo del suo studio, la sua formula distribuire il lavoro per distribuire la popolazione); che la distribuzione del lavoro è compito politico; che solo quando il politico ha distribuito il lavoro, può operare l’urbanista.
Pensiamo noi che la distribuzione della popolazione, se in definitiva è effetto anche della distribuzione del lavoro, inizialmente a sua volta influisca su questa, in qualsiasi provvedimento non potendosi mai prescindere dalla situazione che si vorrebbe correggere. Ma più ci preme osservare che quando il politico ha distribuito il lavoro - cioè nel caso in esame quando ha stabilito dove debbono sorgere le nuove industrie - l’ulteriore compito dell’urbanista si riduce sostanzialmente a quello tecnico, già noto e riconosciuto come a lui spettante, di studiare il piano regolatore della nuova città o della nuova zona industriale ad ampliamento di una città esistente. E allora non si comprende più perchè il Civico abbia affermato prima - citiamo testualmente - che o “uno dei compiti essenziali dell’urbanistica è quello di realizzare la organica distribuzione della popolazione su tutto il territorio nazionale”.

Biblioteche tecniche rurali

Una differenza essenziale fra le opinioni del Civico e dell’Alfani è nella precisazione delle cause principali della urbanizzazione. Secondo il Civico, ci si inurba sostanzialmente nella speranza, talora illusoria, di trovare da lavorare meglio e di più. Secondo l’Alfani, una delle maggiori cause di inurbamento è nello squilibrio che si è andato stabilendo, specie negli ultimi due secoli, fra le condizioni culturali dell’operaio delle industrie e quelle del lavoratore dei campi: dunque ci si inurberebbe principalmente mossi da un desiderio di istruzione.
Ci piace che entrambi gli Autori non diano rilievo, da noi, a cause secondarie quali l’attrattiva, non di rado fallace, di una vita più comoda e piacevole. È un giusto riconoscimento della intima serietà del nostro popolo.
Ciò premesso, diciamo che la ragione principale di insoddisfazione del lavoratore dei campi secondo l’Alfani, di ordine spirituale pure non essendo priva di riflessi materiali come vedremo, ci persuade di più; anche perchè dal riconoscimento di essa l’Alfani , è condotto a proporre un piano concreto di azione interessante e indubbiamente atto a contribuire efficacemente alla difesa della ruralità del Paese e, nel contempo, al suo progresso agricolo.
Bisogna, dice l’Autore, far si che il contadino “acquisti, nel proprio campo, una cultura, uni coscienza ed una competenza tecnica non inferiori a quelle dei camerati delle industrie”.
Non è vero, soggiunge, che “in sé e per sé il lavoro agricolo si presti meno del lavoro industriale ad un’elevazione culturale e tecnica di chi vi è addetto”.
Né è vero “che i rurali latini, e più specialmente italiani, abbiano meno bisogno di una minuziosa istruzione tecnica, che degenererebbe per loro in pedanteria, perchè si suppongono capaci di supplirvi con la genialità innata, improvvisando secondo le necessità”.
”I nostri lavoratori agricoli sono, nella maggior parte dei casi, una massa di ignari, ma non di inesperti, perchè nati e vissuti in stretta aderenza alla pratica; son dotati di una squisita logica, non artefatta, e sono fini conoscitori degli uomini e delle cose; posseggono inoltre una non comune resistenza fisica e sopportano spesso grandi disagi e privazioni. Se qualche volta sono, e molto più spesso a torto si sentono, inferiori agli altri lavoratori si è perchè non adeguatamente ci si è occupati finora di potenziare con l’istruzione tecnica il loro intuito e il loro attaccamento alla tradizione, sviluppando la loro personalità, dando loro la coscienza del proprio valore”.
”Questo altissimo scopo - capace di elevare anche materialmente ed economicamente il livello di vita del lavoratore dei campi e quindi di ovviare ai pericoli della deruralizzazione - si otterrà riscattandoli dall’ignoranza di cui non hanno colpa”.

Ricordato quanto già fa il Regime per la educazione e l’istruzione del popolo in genere ed accennato in particolare alle varie vie che si presentano, e già in parte sono seguite, per la elevazione tecnica dei contadini, il camerata Alfani precisa il suo pensiero proponendo una azione educativa continua e capillare, che avrà come arma principale il libro di agricoltura adatto ai lavoratori.
”Il libro è la vis, la scintilla che tiene deste le forze dello spirito, lo strumento più vigoroso per far avanzare la tecnica”.
La forma preferibile di questo strumento, per chi può dedicarsi alla lettura solo saltuariamente, è l’opuscolo monografico; attraente, chiaro, elementare.
Opuscoli di tal sorta costituiranno la fondamentale dotazione della auspicata biblioteca tecnica del rurale; la quale però dovrà anche essere fornita di numerosi manuali completi, sempre “piani e di facile comprensione, per quanto possibile rigorosamente scientifici”, atti a soddisfare la crescente sete di sapere dei frequentatori.
Qui non possiamo tentare di riassumere le numerosissime idee, notevoli e originali, esposte dall’Autore in oltre venti dense pagine circa la pratica organizzazione e il funzionamento della auspicata istituzione. Notiamo soltanto che da lui giustamente sono posti in massima luce i compiti degli istruttori, ai quali sarebbe affidata la capillarità dell’azione.
”Veri apostoli, gli istruttori dovrebbero essere scelti fra i migliori agronomi, educati ed istruiti in modo da renderli sempre meglio adatti al loro compito, per mezzo di appositi corsi di studio”. Spetterebbe ad essi indirizzare le letture dei singoli contadini, graduate secondo il progredire della loro preparazione; accompagnando la consegna di ogni libro con adatti commenti e al momento della restituzione discutendone “con garbo e senza parere per controllare se ha prodotto l’effetto desiderato”. Dotati di nozioni di psicologia e capaci di impartire lezioni dimostrative e di tenere letture pubbliche commentate negli ambienti più vari, gli istruttori dovrebbero saper discendere dalle altezze della scienza per legarsi alla pratica e conoscere sempre meglio quella mentalità peculiarissima che sono chiamati a modificare. Entusiasti ed energici, e abili ad insegnare anche l’ordine e la disciplina, dovrebbero avere una “profonda comprensione della mentalità dei lavoratori, possibile solo se frutto di un grande amore per loro”.
Sappiamo tutti di analoghi apostolati, nelle campagne; e però a noi non sembra utopistica la fiducia di trovare giovani di scienza e di fede che accettino fervidamente questa missione altamente umanitaria e patriottica. Essi medesimi potranno largamente cooperare, a nostro avviso, all’arricchimento della biblioteca tecnica del contadino con opuscoli particolarmente adatti ai singoli ambienti dove operano, compilati sotto la guida di agronomi più anziani ed esperti. Ma intanto si deve - e si può confidare che questi ultimi assumano il non lieve carico di formare l’ossatura della biblioteca stessa, costituita dei manuali fondamentali e degli opuscoli relativi a quelle pratiche agricole che, adattandosi agli ambienti più vari, si prestano alla più ampia diffusione. Quale compito più allettante, a coronamento di una vita dedicata all’insegnamento ed allo sviluppo agricolo del Paese?

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