Il giocattolo rotto
Carla Ravaioli
Uscire dalla crisi dell'economia secondo il modello consueto? Sarebbe insensato. Da il manifesto del 15 aprile 2005
Sostenere la domanda? O non piuttosto potenziare l'offerta? Ma come dimenticare i Grundrisse e il nesso inscindibile che connette l'una all'altra? Solo per ragioni di spazio mi permetto di sunteggiare così brutalmente il dibattito partito da «Un povero paese» di Galapagos, e da Roberta Carlini rilanciato come «Punto di domanda». D'altronde non intendo intervenire sull'oggetto della disputa, ma credo utile soffermarmi un attimo sul panorama che la contiene. Un panorama che da anni, a detta di un buon numero di esperti del calibro di Gorz, Chomsky, Severino, Wallerstein, Bello, Passet, Gallino, Stiglitz, Deaglio (solo per nominarli alcuni), è soggetto a traumi e mutamenti che ne rendono impossibile la lettura mediante i criteri e le grammatiche consueti, e insieme autorizzano a parlare di meccanismi di accumulazione inceppati, di dinamiche capitalistiche in panne, insomma di crisi strutturale dell'economia-mondo. E da qui si affaccia un bel po' di «punti di domanda». Tutti gli autori citati sopra si interrogano sul futuro. Ma le loro ipotesi non si concentrano sul come riparare il «giocattolo rotto» (Deaglio) e rimettere in moto la macchina. Tutti puntano invece su come muovere dalla situazione attuale per (tentare di) cambiare le cose, convinti come sono che esiste «un disperato bisogno di esplorare possibilità alternative» (Wallerstein), che un mondo diverso «può definirsi solo in opposizione al capitalismo» (Gorz), e che proprio la crisi va colta come «opportunità per la trasformazione del regime economico attuale» (Bello). Nessuno di loro ha una ricetta pronta, anche se Walden Bello, nel suo Deglobalizzazione (Baldini Castolidi Dalai 2004) traccia un abbozzo non generico di «una nuova economia mondiale». Ma ciò che più interessa è il comune punto di partenza, così diverso dall'impianto del dibattito più diffuso, anche a sinistra, che nel riparare «Il giocattolo rotto» sembra invece trovare il suo principale obiettivo.
Quando si dice che l'Italia, o qualsiasi altro paese, è «indietro» in questo o quel settore, quale «avanti» si auspica? E qual è il termine di paragone della lamentata scarsa competitività, insufficiente crescita, debole domanda, ecc.? Non è al modello neoliberistico che si guarda, non è ai suoi parametri e alle sue regole che si sprona il mondo produttivo ad adeguarsi al meglio? E non è questo un modo più o meno esplicito di legittimare il sistema neoliberistico (capitalistico cioè) e direttamente o indirettamente rafforzarlo? Quel sistema che le sinistre - o quanto meno una parte non piccola di esse - sacrosantamente accusano di perseguire disuguaglianza e esclusione come normali mezzi di politica economica; e di avere ridotto il lavoro a una variabile su cui scaricare tutti i costi che il mercato non sopporta; e di usare la guerra come strumento organico alla propria strategia di potere e alla stessa produzione di ricchezza; e (ma di questo non sempre, anzi raramente, ci si ricorda) di rapinare e sconvolgere a fini produttivistici l'ambiente naturale.
Ed è qui soprattutto che si affollano i punti di domanda. Certo, quando si discute di come superare il declino industriale italiano, è di disoccupazione che ci si preoccupa, di aumento dei poveri, di impoverimento dei ceti medi, cose da sempre iscritte nell'agenda delle sinistre. Ma la risposta a questi problemi può oggi essere quella di sempre? Di quando cioè il benessere dei lavoratori era funzionale all'accumulazione capitalistica, e questo dava spazio a battaglie spesso vincenti? Si può pensare alla ripresa come garanzia di più occupazione salari servizi, ecc. all'interno di un modello economico che, nella crescente scarsità di spazi utili alla valorizzazione dei capitali (Wallerstein, Gorz, Bello), solo puntando al massimo proprio su precarietà, attacco al salario, taglio dei servizi, riesce ad assicurarsi qualche aumento del Pil? In quanto appena detto non c'è ombra di idea propositiva, si obietterà. Vero. Ma sono convinta che per avanzare proposte utili occorra porsi tutte le domande oggi presenti nella nostra realtà, e guardare in faccia i problemi che esprimono. Tutti. Distinguere tra problemi urgenti e problemi di lungo termine, occupandosi nell'immediato dei primi e rinviando i secondi, è vecchia regola «di concretezza» osservata dalle sinistre. Ma serve ancora questa distinzione? O meglio, esiste ancora?

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