8 marzo
Carla Ravaioli
L’ultima notizia arriva dall’Algeria...
L’ultima notizia arriva dall’Algeria. Il nuovo codice di famiglia appena approvato si adegua alla più retriva mentalità islamica, recuperando antiche norme di cupa misoginia, secondo cui la donna può andare a nozze solo con il consenso di un tutore (maschio ovviamente), è soggetta all’autorità del marito e dei suoceri, deve loro obbedienza e rispetto, è costretta da una serie di vincoli a una condizione di oggettiva minorità. Il fatto appare particolarmente grave in un paese che da decenni ha visto affermarsi battagliere femministe, professioniste di grande qualità intellettuale e politica, donne combattivamente impegnate per la libertà propria e della loro società. E tuttavia non stupisce se si pensa alle masse femminili costrette al burka o al chador, alle folle di bambine sottoposte all’escissione della clitoride, alle ragazze costrette a sposare uomini mai incontrati prima, alle adultere punite con la lapidazione, alle centinaia di migliaia di stuprate … O semplicemente ai milioni di donne cui è vietato non si dice votare, ma uscire di casa, studiare, avere un lavoro extradomestico …

Tutto questo accade in Afganistan, in Iran, in Arabia, in India, in Sudan? Cioè in società che il nostro razzismo sbrigativamente definisce “arretrate” “primitive” “incivili”, e cheoggettivamente d’altronde continuano a osservare mostruose forme di dichiarata disparità tra i sessi? Oppure accade in luoghi sconvoltidalla guerra, dove lo scatenarsi dei peggiori istinti è in qualche modo autorizzato anzi richiesto, dove è “normale” la sopraffazione dei più deboli e lo stupro viene praticato come un diritto? Vero. Ma questo non ci autorizza a dimenticare che la disparità tra i sessi non è una prerogativa specifica e esclusiva di questi paesi, né conseguenza di situazioni eccezionali di belligeranza o di esodi di massa, che anche nei nostri moderni democratici paesi la subalternità femminile è ancora una realtà, che la discriminazione delle donne si esprime ancora per mille modi, come qualcosa che tenacemente appartiene al sistema-mondo e lo definisce.

E’ di poche settimane fa l’ultimo rapporto in materia di Amnesty International, che parla di un riacutizzarsi della violenza contro le donne riscontrato un po’ dovunque, e anche in situazioni all’apparenza del tutto pacifiche. Anche all’ interno della famiglia. In famiglia appunto, secondo Amnesty, si compie quasi il 70% degli abusi sessuali denunciati in Italia. Negli Stati Uniti i casi di violenza domestica sono 700mila, e si calcola che ogni 15 secondi una donna venga picchiata. In Gran Bretagna circa duemila collaboratrici domestiche ogni anno deunciano molestie sessuali. E nella nostra civilissima Europa ogni anno mezzo milione di donne vengono costrette alla prostituzione. Ma forse basta pensare a quella iniquità che indistintamente colpisce le donne di tutto il mondo, ancora oggi (e nonostante una vasta produzione legislativa tesa a correggere le discriminazioni più gravi) di fatto scaricando per intero su di loro il lavoro famigliare e domestico, cioè a dire il fondamentale compito della riproduzione sociale, anche quando sono regolarmente impegnate in un’attività di mercato. Con il risultato che, dovunque, tra famiglia e mercato, le donne lavorano molto più degli uomini.

Ma non voglio insistere sugli aspetti palesemente negativi della condizione femminile attuale, sulle innumerevoli, grandi e piccole forme di esclusione e di sfruttamento che ancora inconfondibilmente segnalano la persistenza delle radici patriarcali della cultura umana, e che le grandi vittorie segnate dal femminismo non hanno ancora sconfitto, per certi versi anzi non di rado provocandone l’irrigidimento, quasi in una sorta di vendetta. Preferisco parlare di quanto viene proposto con sembianze decisamente positive, come apertura e spinta all’affermazione delle donne, riconoscimento del loro diritto alla più piena libertà e spregiudicatezza, incitamento a una prorompente e disinibita modernità. E’ ciò che sembrano suggerire i modelli proposti dalla comunicazione di massa, televisione e pubblicità i primis, che inevitabilmente vengono fatti propri dalle masse femminili, specie dalle più giovani e culturalmente meno attrezzate, abbagliate dal successo mediatico di vallette, veline, presentatrici, modelle divenute celebri e ricche promuovendo un detersivo o una birra. Imitarle, tentare di riprodurne i fasti, s’impone quasi come un dovere. Non a caso un recente sondaggio ha rivelato che “fare la velina” è il sogno della maggioranza delle adolescenti italiane.

E quali sono gli strumenti di questo percorso? Bellezza innanzitutto, da inseguire a qualsiasi prezzo, e con tutte le innumerevoli e sempre più sofisticate tecniche promosse dal consumismo, onnipresente e attivo in ogni momento della nostra vita: cosmesi, diete, ginnastiche, body building, interventi di chirurgia estetica. Bellezza da esibire poi senza remore e senza risparmio, e da usare sapientemente (o magari anche inconsapevolmente, sull’onda del “così fan tutte”) per la seduzione e la conquista del maschio detentore del potere e della ricchezza, in grado di assicurare un radioso futuro.

Ma quanto c’è, in queste scelte e in questi comportamenti, di realmente diverso dalla femminilità della tradizione, convenzionalmente definita in conformità all’erotismo maschile, e di fatto imposta da un rapporto disuguale, quale sempre è stato tra i sessi? A parte la libertà di iniziativa e di movimento, ormai per lo più concessa anche alle giovanissime, a parte il permissivismo sessuale da quasi tutte rivendicato e praticato, a parte la dilagante erotizzazione dello spettacolo e della comunicazione in genere, spesso d’altronde ridotta a nulla più che becera volgarità, a parte cioè il radicale mutamento, o forse la sparizione definitiva del “comune senso del pudore”, è possibile in tutto ciò ravvisare la conquista di una nuova, vera, compiuta libertà delle donne? E in che modo d’altronde tale conquista sarebbe possibile, se la società intera, sotto le luccicanti ottimistiche sembianze della sua ipertecnologizzata modernità, di fatto, mediante tutte le principali agenzie formative, esercita su maschi e femmine una pressione culturale nel profondo ancora obbediente ai moduli intersessuali del passato?

E tuttavia, nonostante una società ancora dominata dal maschile e dai suoi valori come quella che ci ritroviamo, sono sempre più numerose le donne capaci di consapevolezza, di voce critica e di rigetto nei confronti dei modelli imperanti. Donne che studiano e lavorano, che si impegnano nel sociale e nella politica, che sono parte attiva dei movimenti e affollano le manifestazioni per la pace, che gridano contro lo sfruttamento del lavoro e la devastazione della natura, che si battono per il superamento di un sistema economico insostenibile socialmente non meno che ecologicamente. E forse proprio questa è la strada per affermare una fisionomia femminile pienamente autonoma e davvero nuova, non confezionata sulla base dei modelli imposti, definita dalla lotta per i diritti di tutti come il modo più pieno di sostenere anche i propri. Recuperando l’azzardo di quel formidabile progetto che l’esordio della rivoluzione femminista osava proporsi: cambiare il mondo.

Questo articolo è stato inviato da Carla Ravaioli a Eddyburg e a la Rinascita della sinistra, che lo ha pubblicato nel numero del 4 marzo 2005

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