Urbanizzazione e ambiente nell’Italia contemporanea, 1950-1970
Simone Neri Serneri
1. Un paese urbano-industriale

In Italia la transizione da una società rurale ad una società urbano-industriale è schematicamente descrivibile in tre tappe. La fase originaria, della prima industrializzazione concentrata prevalentemente nelle regioni nord-occidentali e della prima modernizzazione urbana, si colloca tra il 1880 e il 1920. Nella seconda, tra le due guerre mondiali, il sistema urbano e industriale si consolidò, anche grazie alla sua parziale estensione ad altre aree del paese e allo sviluppo di alcuni settori industriali più avanzati (in specie l’industria idroelettrica e chimica). La terza fase, di cui ci occupiamo in questa sede, si colloca tra il 1950 e il 1970, quando una ulteriore e quantomai intensa crescita quantitativa del sistema urbano ed industriale si tradusse nel definitivo mutamento degli assetti complessivi del paese, che da allora furono compiutamente dominati da un’economia industriale e da una società di tipo urbano. Se la ricostruzione postbellica segnò il lento avvio di questa “grande trasformazione”, il cosiddetto «miracolo economico» (gli anni dal 1958 al 1963, caratterizzati da tasso di crescita del GNP particolarmente elevato) ne fu il cuore propulsivo. Il 1970 può considerarsi un punto di svolta, non solo perchè si manifestarono i primi segni di inversione del ciclo economico internazionale, ma perché, sul piano interno, da allora anche in Italia le questioni ambientali assunsero ben maggiore visibilità nell’opinione pubblica e nel dibattito politico e, allo stesso tempo, l’istituzione dei governi regionali segnò una marcata discontinuità nelle politiche economiche e ambientali.

Tra il 1950 e il 1970 si registrò dunque intenso “sviluppo” sociale ed economico. Tra i fenomeni più significativi ricordiamo: i) la grande crescita e diffusione dell’apparato industriale anche in regioni finallora prevalentemente rurali (Toscana, Emilia, Veneto); ii) il formarsi di nuove “aree industriali” in varie regioni del paese (ad es. Mestre-Marghera in Veneto, Massa in Toscana, Augusta-Priolo e Gela in Sicilia); iii) una urbanizzazione massiccia, sia a carattere diffuso (nelle pianure interne e litoranee) sia a carattere accentrato (nelle nuove aree metropolitane attorno a Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli); iv) una altrettanto significativa deruralizzazione, che si manifestò nel declino delle attività e degli insediamenti rurali specie in collina e in montagna, l’abbandono delle pratiche di mantenimento del territorio nelle aree più elevate e la ‘industrializzazione’ delle colture in pianura.

2. Mobilitare le risorse

La crescita di tale sistema urbano-industriale si tradusse anzitutto in una mobilitazione estensiva ed intensiva di risorse naturali su numerose e vaste aree territoriali.

In modo sommario, ma eloquente, possiamo ricordare la pressione esercitata sul suolo, attraverso l’estrazione di materiali da costruzione (la produzione delle cave passò da circa 38 milioni di tonnellate nel 1951 a oltre 221 milioni di tonnellate nel 1971); attraverso la sua copertura per realizzare infrastrutture e soprattutto edificare nuove abitazioni (nel periodo considerato i vani passano da 37 a 71 milioni e la superficie urbana aumentò da tre a dieci volte) e attraverso la industrializzazione dell’agricoltura (confermata dal raddoppio della produzione agricola). Quanto all’aria, basta ricordare che il numero degli autoveicoli crebbe da circa 340.000 nel 1950 a oltre 10 milioni nel 1970, mentre nel solo quinquennio 1966-1971 le emissioni di scarico degli autoveicoli aumentarono del 46% e il consumo di combustibili per riscaldamento raddoppiò, per non parlare degli scarichi industriali. Infine, si registrò un massiccio incremento nell’utilizzo delle acque, provocato congiuntamente dalla crescita degli usi domestici (favorito dalla estensione della rete degli acquedotti e delle fognature: dal 1963 al 1974 i comuni dotati di acquedotto passarono dal 69% all’85% del totale), di quelli industriali e di quelli agricoli.

Proprio nel circuito delle acque divenerro presto evidenti le tensioni ambientali indotte da quel massiccio e rapido intensificarsi dello sfruttamento delle risorse naturali. In questo ambito si manifestò una scarsità relativa, se non assoluta, delle risorse: infatti, mentre la domanda cresceva, l’acqua disponibile diminuiva, proprio perché la stessa espansione dei consumi provocava un notevole inquinamento delle acque superficiali. La conseguenza fu un accresciuto ricorso alle acque profonde, ma questo si rivelò un rimedio di scarsa lungimiranza, perché indusse un abbassamento della falda e ne favorì l’inquinamento.

3. Una crisi ambientale?

In realtà, l’affermarsi del sistema urbano-industriale alterò le modalità d’uso delle risorse naturali in misura tale da indurre una vera e propria crisi degli assetti ambientali. Quello delle risorse idriche fu il caso più rilevante, ma certamente non l’unico. In questo ambito, l’espansione del sistema urbano-industriale aveva spezzato di fatto il precedente equilibrio tra la porzione antropica (gli usi domestici ed industriali) e il restante segmento del ciclo delle acque, quello in cui i cosiddetti processi di “autodepurazione” rendevano le acque reflue nuovamente disponibili per gli usi antropici.

Fin dagli anni Cinquanta erano stati segnalati preoccupanti focolai di inquinamento delle acque superficiali. L’allarme riguardava non solo alcune aree di antico insediamento urbano e industriale (specie in Piemonte, Liguria e Lombardia) ma adesso investiva progressivamente anche le regioni di nuova industrializzazione, come il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana, per lo meno in quelle zone di pianura divenute sede delle nuove localizzazioni industriali e delle aree urbane in rapida ed incontrollata espansione.

Per quanto non esistessero rilevazioni sistematiche, alcuni tecnici accorti percepivano chiaramente come non si trattasse di singoli episodi localizzati di inquinamento, ma del fatto che porzioni sempre più estese di territorio o di bacini idrici erano sottoposte ad una pressione inquinante crescente e provocata da cause molteplici. Indagini occasionali, ma significative, dimostrarono fin dai primi anni Sessanta, che le industrie scaricavano in modo largamente incontrollato acque reflue notevolmente tossiche – in Lombardia, come in Romagna o in Toscana e perfino in Sardegna – e che, parimenti gli scarichi delle fognature urbane si riversavano senza alcuna depurazione nei corsi d’acqua superficiali o direttamente in mare. Nel giro di pochi anni, risultarono notevolmente inquinati larghi tratti dei maggiori fiumi e talora l’intero corso di fiumi minori, come pure ampie zone delle acque litoranee, non solo in rispondenza dei grandi porti, in Liguria o in Toscana, come nell’Adriatico o attorno alle principali città del Meridione. Il rapido deteriorarsi della situazione fece sì che alla fine degli anni Sessanta la situazione potesse ritenersi "tragica", in quanto almeno la metà dei corpi idrici era da considerarsi in "stato di notevole deterioramento", in alcuni casi a livello irreversibile.

Il diffuso inquinamento chimico e batterico delle acque superficiali provocato dalla crescita del sistema urbano-industriale da un lato danneggiava fortemente attività produttive di importanza declinante, quali la pesca e l’agricoltura, quest’ultima peraltro non priva di responsabilità nell’inquinamento. Dall’altro, esso minacciava le stesse prospettive di crescita delle città e delle industrie, sempre più in competizione tra loro per acquisire risorse – anzitutto acqua e suolo – che autorità governative nazionali e locali, esponenti degli gruppi economici, tecnici di settore e parte almeno dell’opinione pubblica temevano avrebbero potuto scarseggiare in un futuro non lontano.

In realtà, la crisi ambientale aveva una duplice radice. La prima stava nel fatto che sostanzialmente le acque reflue erano scaricate senza alcune preventiva depurazione, oltreché essere adesso gravate da nuove sostanze inquinanti derivanti dai “progressi” dell’industria chimica e metallurgica (ad esempio i detersivi sintetici). La seconda stava nel fatto che lo sviluppo urbano e industriale, polarizzato attorno ai grandi centri urbani o diffuso nelle “campagne urbanizzate” [urban sprawl? o urbanised countryside?], determinava non solo una crescita quantitativa dei reflui, ma un effetto cumulativo largamente inedito. Tale effetto cumulativo si manifestava nella stretta integrazione tra i diversi sistemi di utilizzo delle risorse, per cui ben più di prima sullo stesso corpo idrico gravavano contemporaneamente usi diversi e tra loro concorrenti (industrie di vario tipo, acquedotti comunali, ecc.). Ma si manifestava anche, data l’estensione e la contiguità tra i soggetti concorrenti per le risorse, nella marcata riduzione e, sovente, nell’annullamento della distanza spaziale e temporale tra le diverse modalità di prelievo ed utilizzo delle risorse. L’annullamento di quella distanza impediva i cosiddetti processi di “autodepurazione” (degradazione organica del carico inquinante) che finallora avevano in qualche misura contenuto i fenomeni di inquinamento.

Il drastico aumento dell’impatto ambientale del sistema urbano-industriale era dunque strettamente connesso sia alla sua crescita quantitativa, sia alla forma della sua espansione spaziale. Era l’effetto del venir meno di quella delimitazione, relativa, ma evidente, tra città e campagna che finallora aveva caratterizzato la morfologia del territorio e governato gli scambi – anche di risorse naturali – tra la città e le aree circostanti e dunque tra mondo urbano e mondo rurale o comunque tra le città e il più ampio contesto ambientale.

Lo sviluppo urbano degli anni Sessanta modificò fortemente gli assetti territoriali tradizionali tendenzialmente dualistici e indusse una ben più marcata integrazione tra le aree urbane e i territori su cui esse insistevano. Ne scaturirono sistema territoriali al tempo stesso compositi, plurimi e gerarchizzati, non a caso etichettati dal dibattito coevo con termini allusivi come “aree metropolitane”, “città-regione”, “città-lineari”, ecc., a testimoniare il primato e al tempo stesso la pervasività dell’elemento urbano. Non casualmente, in questi anni l’antica questione del dissesto idro-geologico del paese, tradizionalmente configurata in termini di conservazione idraulico-forestale delle aree montane, assunse nuova drammatica attualità in seguito ai gravi e diffusi eventi alluvionali del 1966 e dovette giocoforza ridefinirsi in termini assai più ampi, perché adesso investiva anche le scelte di utilizzo dei suoli di pianura, i sistemi di approvvigionamenti idrico delle città e delle industrie, ecc.

L’inquinamento diffuso era la spia dell’impatto territoriale e ambientale causato dalla intensità e dalle modalità espansive del sistema urbano-industriale e, proprio per questo, imponeva una riorganizzazione complessiva del governo del territorio e, in specie, delle modalità di sfruttamento delle risorse naturali. Non sorprende che la crisi ambientale alimentasse non solo preoccupazioni per la salute pubblica, ma anche per lo sviluppo delle attività produttive.

Le implicazioni ambientali del nuovo rapporto tra sistema urbano-industriale e territorio trova conferma anche nelle condizioni del suolo e dell’aria. L’espansione urbana, reticolare o lineare che fosse, si coniugò con la modernizzazione delle strutture edilizie (ora sistematicamente dotate di acqua corrente, scarichi, impianti di riscaldamento e energia elettrica) e delle infrastrutture di trasporto indispensabili alla movimentazione di persone e beni, a sua volta sollecitata dalle nuove attività produttive e dalla stessa nuova morfologia urbana. La copertura estensiva dei suoli o comunque la forte riduzione della loro capacità di drenaggio, la riduzione delle aree verdi e la moltiplicazione delle aree di prelievo di materiali e di depositi dei rifiuti solidi si accompagnarono al crescente inquinamento e abbassamento della falda idrica. Ne derivò una drastica semplificazione delle valenze ambientali del suolo, che fu trasformato in supporto apparentemente inerte alle attività antropiche e, in realtà, divenne un elemento particolarmente debole dell’ecosistema.

L’inquinamento aereo, a sua volta, era stato dibattuto fin dagli anni Cinquanta, anche se le varietà e talvolta il favore delle condizioni microclimatiche locali avevano indotto una sottovalutazione del problema. Alla fine del decennio successivo, si dovette prendere atto che il 42% della popolazione viveva in aree “ad alto rischio”. Sotto accusa finirono soprattutto le emissioni solforose prodotte dai veicoli a motore e dagli impianti di riscaldamento, mentre più o meno colpevolmente si accantonò il problema degli scarichi industriali, dei quali restava difficile conoscere non solo i molteplici componenti tossici, ma le stesse dimensioni quantitative.

4. Una politica ambientale debole e tardiva

L’evidenza e la diffusione dei fenomeni di inquinamento fin dai primi anni Sessanta indusse gruppi di tecnici, amministratori locali e popolazioni coinvolte a ricercare soluzioni alla incombente crisi ambientale. Né si mancò di individuare – anche sulla base di una apprezzabile conoscenza delle esperienze straniere – alcuni criteri generali di intervento, orientati ad un controllo integrato delle risorse e ad una pianificazione territoriale ed ambientale in grado di orientare anche lo sviluppo economico e la crescita urbana. Tuttavia, gli atti legislativi e di governo tardarono a venire, nonostante l’urgenza dei problemi e la concomitante nascita degli enti regionali. Pesarono certamente le dimensioni e la complessità delle questioni da affrontare, ma le responsabilità maggiori sono da attribuire per un verso alla forza degli interessi coinvolti, in primo luogo quelli dell’industria e della grande proprietà immobiliare, e, per altri versi, al prevalere di un indirizzo politico preoccupato di garantire la disponibilità delle risorse per lo sviluppo, piuttosto che di tutelare il sistema ambientale nel suo insieme. Si giunse così ad emanare solo due, seppur importanti, leggi generali in materia ambientale. Ma le norme contro l’inquinamento atmosferico approvate nel 1966 di fatto intervennero solo sul riscaldamento domestico, in piena sintonia con gli interessi dell’industria petrolifera e automobilistica, mentre la legge sulla tutela delle acque fu emanata solo nel 1976 e fu applicata con notevolissima gradualità e in larga misura a spese della collettività.

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