L'affare Eleforco
Luigi Falco


Ormai era chiaro: l’affare Eleforco era diventato talmente ingarbugliato e complesso che nessuno era più in grado di governarlo. Tuttavia sull’utilità dell’Eleforco – sulla sua necessità bisognerebbe dire – nessuno nutriva più il minimo dubbio.

Quando per la prima volta il conte Ottone s’era trovato nella necessità di decidere aveva convocato i maggiorenti al castello, s’era messo gli abiti più sontuosi che aveva – e soprattutto aveva evitato quelli rammendati –, aveva messo sotto pressione cuochi e cantinieri e servitori per preparare un gran pranzo con succulente portate e il vino migliore, aveva illuminato le sale con tutte le candele che possedeva e aveva fatto disporre anche molte torce che illuminassero a giorno la salita al castello – s’era all’inizio dell’inverno e, si sa, le giornate sono molto brevi tra quegli stretti fianchi dei monti – e negli interni aveva apprestato focolari supplementari ad integrazione dei camini, aveva esposto il problema per come lo conosceva lui e, infine, quando ormai tutti erano ben zavorrati di cibo, un poco brilli, ben riscaldati dai fuochi e molto allegri aveva comunicato la sua decisione: “Avremo l’Eleforco e lo metteremo nel paese più in basso, a Mezzoponte”.

Un generale “… ah, si …” aveva accolto la sua decisione ma nessuno aveva detto nulla: un po’ perché non tutti avevano sentito – qualcuno s’era ormai addormentato sotto il tavolo, qualcuno era talmente ubriaco che non aveva capito niente del gran discorso che il conte aveva fatto e qualcun altro stava correndo dietro alle servotte del conte o s’era rifugiato negli anfratti del castello a bere ancora qualcosa e uno s’era talmente perso tra scalette e corridoi che lo trovarono solo per caso il giorno dopo – e un po’ perché quelli che avevano sentito – pochi per la verità – o non sapevano proprio cosa dire o la cosa li lasciava del tutto indifferenti, anzi quella dell’Ottone era proprio stessa la decisione che avrebbero preso anch’essi.

E così il conte, sospettosamente, aspettò qualche tempo per mettere la decisione in atto.

La contea è un piccolo territorio di montagna. Tre soli paesi: Mezzoponte in basso quasi al confine con il marchesato – uno stato assai ricco che copre tutta la pianura ed ha un paio di paesi all’inizio della valle, tradizionale nemico che tiene ben stretti i passaggi verso la pianura nel timore che i sudditi del conte vengano giù a razziare campi e bestie visto che là in alto fanno una vita grama, sempre un gran freddo che arriva dai ghiacciai e che tanto coltivare i campi non gli riesce molto bene perché sono scoscesi e sassosi come tutte le terre di montagna –; Castello che come dice il nome stesso è dove abita da sempre nel castello la famiglia del conte Ottone che è un po’ il centro della contea – dove si fa il mercato e dove risiede oltre al maggior numero di abitanti anche un giudice il corpo di guardia ed il barbiere che all’occasione si occupa anche dei malati – e Làsopra, che non sembra proprio un nome, ma è il paese più in alto dove abitano una trentina di famiglie che vivono dei trasporti coi muli da una parte all’altra delle montagne – e che soprattutto l’inverno, quando la neve è alta e ci sono terribili tormente, fanno una vita durissima tra freddo valanghe e buio costante tra le gole più alte, una vita più difficile ancora di quella dei poveri contadini di Castello e di Mezzoponte. Làsopra ha una trentina di case strette una all’altra per via del freddo dell’inverno, ma così strette che i tettidi paglia si sormontano uno all’altro tanto che la neve non riesce neanche a toccare terra tra quei vicoli che sono molto stretti. E le case sono a due piani: sotto la stalla dei muli con certe porte strette con una smussatura quasi circolare a metà per far entrare le bestie con il loro basto, e sopra la famiglia – che tra l’altro si riscalda anche con il calore degli animali, attraverso il pavimento fatto solo di assi.

E il colle che sta in alto è il confine con una altro ricco regno al di là dei monti che è invece da tempo protettore della contea perché un’accorta politica matrimoniale degli antenati di Ottone ha certamente portato ad un imbruttimento delle fattezze familiari – e qualche cretino in più del giusto – ma ha garantito alla contea stabilità territoriale e quando necessita un difensore potente e con un grosso esercito che si confronti con le pur misere truppe del marchesato di pianura.

E non ci sono case isolate o piccoli villaggi perché nessuno si fida a vivere fuori dei tre paesi – che sono comunque rinchiusi entro un giro di mura, le stesse mura delle case con all’esterno piccole finestre solo in alto, con porte che hanno un portone di legno che la notte viene chiuso – perché gruppi di ladri e banditi e grassatori percorrono sovente questa valle da cima a fondo terrorizzando gli abitanti, imponendo pedaggi ai passeggeri e bruciando tutto quello che trovano di facilmente combustibile – campi di segale, foreste, ponti di legno, tetti delle case e cristiani se tra le mani gliene capita qualcuno –; ed una volta qualche tempo fa è arrivata persino una squadraccia di pirati berberi dal mare che è pur distante molte miglia, ed è al fondo di valli altrettanto inospitali e selvagge come questa, ed ha messo a ferro e fuoco i paesi ed ha distrutto le chiese ed il convento.

Nel giro di qualche giorno gli abitanti di Mezzoponte presero coscienza che l’Eleforco avrebbe dovuto essere collocato nel loro paese e non si dimostrarono per nulla entusiasti. Un mattino vicino alla porta verso monte comparve una scritta nera tracciata con un pennello sul muro “non lo voliamo l'eleforco”.

Il conte mandò due armigeri ad indagare prudentemente: che non arrestassero nessuno ma che cercassero di capire chi era l’autore della scritta e cosa c’era dietro – ispiratori, consenso popolare all’iniziativa, opinioni del paese, insomma tutte quelle cose che in un indagine ben fatta devono saltare fuori –. E poi, che senso aveva scrivere qualcosa sul muro in un paese in cui forse solo un paio persone potevano leggere? Era un messaggio per il duca?

Questo aveva detto l’Ottone agli armigeri e che andassero vestiti in borghese e soprattutto senza armi: “Una cosa riservata, prudente, mi raccomando …! Non fate la solita gazzarra”.

Fu subito chiaro che chi aveva scritto sul muro non era un letterato; lui aveva solo copiato in grande qualcosa che gli era stato dato da copiare. Esecutore materiale. Lui, chi? All’osteria con il prezioso aiuto di qualche bicchiere di vino il nome saltò fuori in fretta: era stato Matteo di Giovanni, quello che andava in giro a dipingere madonne e santi sulle case per un po’ di pane e un pezzo di formaggio.

Chi avesse composto la frase da copiare era più difficile da scoprire anche se peraltro il campo dei mandanti doveva essere ristretto a sole quattro persone, cioè quelli che a Mezzoponte sapevano leggere e scrivere: il prevosto – il prete Giovanni, un vecchio che era già vecchio quando era stato nominato dal vescovo prevosto per volere del conte stesso e per questo gli era molto riconoscente, e che era stato anche il maestro di tutti quelli che nel paese sapevano leggere –, Bertoldo degli Agnelli – che essendo un commerciante di lana che doveva trattare con certi mercanti veneziani che arrivavano fin lì per acquistarle era stato costretto ad imparare a leggere e scrivere ed anche a fare i conti per poter fare contratti con gli acquirenti e poi pagare i pastori e per trattenere il suo guadagno, con il quale peraltro era nel tempo diventato il banchiere del conte, ed anche per questo era costretto a tenere dei libri con su due colonne quello che gli aveva dato e quello che aveva ricevuto in segale, farina e zoccoli di legno che poi rivendeva a caro prezzo per aumentare il capitale e quindi poter imprestare sempre di più al conte –, il comandante delle guardie – che anche lui era stato costretto ad imparare a leggere e scrivere, ma scriveva male, perché doveva soltanto controllare le lettere degli stranieri che passavano il confine e le grida del conte ad uso degli abitanti di Mezzoponte – ed il piccolo Sebastiano – che, essendo devoto, il prete Giovanni sperava andasse a farsi prete e quindi lo seguiva nei suoi tentativi di lettura e scrittura che peraltro gli riuscivano assai bene –.

Chi poteva essere stato? scartato il bambino, che le guardie non osavano pensarlo, restavano in tre tutti in qualche maniera legati al conte chi per riconoscenza chi per interesse e chi perché era il di lui ufficiale rappresentante, ed è proprio per questa ragione che l’Ottone aveva mandato ad indagare due guardie di Castello, e per di più in borghese ed una che sapeva leggere. Le quali guardie non vennero però a capo di nulla e dopo qualche giorno di frequentazione intensa dell’osteria se ne tornarono a casa non senza aver notato che una seconda scritta era apparsa alla porta di valle del paese, tracciata da una seconda mano che aveva maldestramente ricopiato la prima scritta, e quindi era ancor più incerta con le lettere ancor più sghembe e un numero maggiore di errori d’ortografia.

Una seconda scritta! Ed ora toccava che lo dicessero al conte! Che paura.

Il conte decise allora di nominare una commissione di saggi – uno per ciascuno dei tre paesi – che risolvesse le questione di dove sistemare l’Eleforco.

Era composta dal già noto Bertoldo degli Agnelli, dal giudice Edoardo che stava a Castello e da Pierino, il maniscalco di Làsopra. L’aveva composta così perché gli pareva che potesse essere una commissione autorevole di tecnici – di scienziati – per via del fatto che c’era chi sapeva di economia chi di questioni legali e chi di medicina – perché la funzione del maniscalco era anche quella di cavare i denti quando facevano male e di propinare agli ammalati certi impiastri di erbe curative, che solo lui sapeva e che raccoglieva sui monti di nascosto –. Dopo molte riunioni la commissione andò dal conte a dirgli che non era stata in grado di trovare una mediazione accettabile su dove collocare l’Eleforco, ma gli consigliò di costituire una commissione popolare composta da due abitanti per paese che prendesse quella benedetta decisione.

Così si tolse dagli impicci la commissione scientifica ribaltando su altri l’onere di una sofferta decisione.

E scritte sul muro sempre meno comprensibili, perché copiate come si copia un disegno da scritte che erano già trascrizioni fatte da altri illetterati, comparvero prima a Castello – e questo al conte fece venire una gran rabbia, anche se anche lui era dell’opinione che l’Eleforco a Castello non ci dovesse proprio stare, c’era già lui – e poi a Làsopra, e pure al colle dove la fecero con grandi sassi bianchi portati dal vicino torrente e ben disposti su un prato verde ed in vista per chi saliva dalla valle del regno al di là dei monti.

Sebbene le scritte fossero sempre meno leggibili ebbero un grande impatto sulla popolazione delle contea che comunque non sapeva leggerle ma non parlava più d’altro; erano il segno che l’affare Eleforco era diventato scottante e complicato e che la scelta di dove metterlo coinvolgeva dividendola tutta la piccola contea. Ormai anche negli stati vicini si sapeva che in nessuno dei tre paesi l’Eleforco era desiderato e questo faceva molto male a Ottone che in fondo, pur conte di una piccola e povera contea di montagna, godeva presso i colleghi degli stati vicini di una certa autorità: che invece i suoi stessi devoti sudditi così apertamente gli contestavano.

Perché l’Eleforco era un animale che creava dei problemi.

Questo si sapeva di lui – ed era stato un grasso frate inglese che era transitato un giorno per il colle e che s’era fermato a Castello un po’ di tempo invaghito del leggero vinello di montagna (e qualcuno dice anche della serva dell’osteria, ma prove concrete non se ne trovarono mai) a raccontare le sue straordinarie caratteristiche al conte che l’aveva ospitato nel castello per qualche notte. Straordinarie caratteristiche che erano state confusamente confermate da qualche altro successivo viandante di passaggio –: delle dimensioni di un elefante e quindi molto alto e molto grosso, con un lunghissimo naso che arriva a terra e quattro gambe a forma e delle dimensione delle colonne del portico della chiesa di Castello; ma di fatto è un porco, e cioè mangia tutto quello che trova in terra non importa se verdure andate a male o pezzi di animale – lepri conigli cervi merli – anche carogne o pezzi di scodelle di terraglia o cose di legno rotte a patto che siano abbastanza piccole o stoffa anche se intessuta di fili di metallo; mangia e digerisce tutto e fa certi stronzi regolari lunghi un piede e larghi mezzo e secchi che messi nel camino bruciano molto lentamente facendo un gran calore e durano, uno stronzo, tutta la notte; e le sue carni quando non serve più, anche se è diventato molto vecchio, possono essere mangiate – come il porco – e tanto è grande e grosso che ci si può mangiare un anno in oltre cento persone. E poi la pelle e i denti e le ossa – tutte cose molto robuste – possono essere utilizzate per fabbricare armi collane tamburi e tante altre cose.

Grandi qualità complessivamente che lo rendevano utilissimo per tenere puliti tutti i tre paesi della contea, che bastava portarlo in giro per le strade e lui con il suo lungo naso avrebbe raccolto tutte le porcherie – anche il contenuto dei pitali che la mattina i bravi cittadini normalmente rovesciavano dalla finestra per le strade –.

Unico inconveniente, era stato detto, è che quando ha digerito dal suo lungo naso che tiene eretto verso il cielo e che sembra la gran canna del camino dell’officina del fabbro esce una puzza orrenda, ma soprattutto fa un terribile peto col di dietro che è come il suono di mille corni insieme – che uno una volta che era troppo vicino n’è addirittura morto – e l’aria che fa dal di dietro è in grado di distruggere tutto nel raggio di almeno cinquecento piedi – e cioè trancia di netto gli alberi grandi alla radice, abbatte muri anche quelli spessi tre o quattro piedi, sconquassa tutto sposta i sassi più grandi che partono come proiettili ma soprattutto, cosa che inquietava particolarmente qui tra queste pareti montuose sovente coperte di neve, può provocare le valanghe. E ci vuol poco; perché tra la neve che è sempre tanta e i fianchi scoscesi dei monti anche il suono di un solo corno è capace di far cadere le valanghe – figuriamoci un peto che è come mille.

E questa era soprattutto la ragione del timore generale che incuteva l’arrivo dell’Eleforco nella contea perché occorreva tenerlo all’interno di uno dei paesi – questo è evidente, un simile tesoro tenuto fuori, all’aperto per esempio, avrebbe troppo facilmente potuto essere rubato dalla soldataglia del marchese –: ma per i suoi terribili mortali distruttivi e rumorosi peti nessuno dei tre paesi voleva essere costretto ad ospitarlo, come con troppa chiarezza testimoniavano le scritte sui muri. E poi nessuno sapeva bene quanto fosse grosso e grande e c’era timore che per le stradine strette dei paesi non passasse, perché di elefanti da quelle parti non se n’erano visti mai e le notizie che arrivavano erano diverse confuse e disorientanti.

Non si conosceva neppure il colore della pelle.

Il frate aveva anche lasciato al conte un disegno dell’Eleforco che disse di aver fatto lui stesso in una gran città dove l’aveva visto all’opera; un disegno con certe scritte che però nessuno finora era riuscito a leggere, nessuno anche dei viaggiatori o dei pellegrini che sapevano leggere e transitavano per il colle e che venivano da nazioni anche molto lontane e parlavano lingue diverse e mai sentite.

Bertoldo degli Agnelli che aveva da subito capito che il possederlo avrebbe potuto essere un buon investimento – la sua idea era di comprarlo e di organizzare a pagamento per il conte un servizio di pulizia dei paesi, riservandosi invece di vendere in proprio il combustibile e, defunto l’animale, la sua carne – chiese ai mercanti veneziani con i quali era in contatto, con gran circospezione ed un po’ di mistero se l’avessero.

“L’avevamo ma ora l’abbiamo terminato. Ma a comprarlo al mercato di Marsiglia non costa molto che quasi si regala rispetto all’utile che può dare con il solo combustibile che serve le famiglie”, avevano risposto.

Segretamente mandò a Marsiglia un suo impiegato che, tornato, a precise domande di Bertoldo confermò ogni cosa; si seppe in seguito però che, passato il colle per scendere a Marsiglia, s’era intampato in una ospitale osteria dove aveva consumato tutti i soldi che il padrone gli aveva dato tra vino e donne e il mare il porto la città verso la quale era diretto se li era fatti descrivere da qualche altro ospite della stessa osteria.

Nel frattempo – s’era quasi all’inizio dell’inverno quando i traffici attraverso il colle s’intensificano perché dopo qualche tempo con l’arrivo delle nevi le bestie potranno trasportare meno bagaglio, ma allo stesso prezzo – successe un altro episodio poco apprezzato dall’Ottavio.

Tra Làsopra e Castello ad un certo punto la valle si restringe molto in un posto che infatti si chiama l’Orrido. I due fianchi della vallata distano tra loro di una trentina di piedi e sono quasi perpendicolari e tra torrente, che in quel punto è molto rovinoso e rumoreggiante e salta allegramente tra grossi pietroni lucidi, e mulattiera, anch’essa ridotta al passaggio di una sola soma con il conducente in una sola direzione – ed infatti prima e dopo quei circa duecento piedi che costituiscono L’Orrido ci sono piazzole per l’attesa delle bestie e ricoveri per i conducenti e da una parte addirittura quando il traffico è maggiore ci vanno i contadini a vendere le mele –, non c’è altro spazio. Torrente e mulattiera riempiono tutto lo spazio tra i due fianchi precipiti della valle. E quando piove dal monte crollano sassi in gran quantità.

Ottimo posto per bloccare i nemici con quattro arcieri ben sistemati in alto che facciano cadere sulla strada anche qualche masso, ed infatti qui fu bloccata qualche tempo prima l’armata del marchese di pianura che s’era preso il gusto di andare a dar fastidio al regno al di là dei monti e dopo alcuni giorni se ne dovette tornare indietro, ed il padre del conte Ottavio acquisì con poca spesa ulteriori meriti presso il tradizionale alleato.

Ma anche posto che se capita a qualcuno – pur fortemente sconsigliato – di attraversarlo in una notte di tempesta, tra rumore dei tuoni e scroscio del torrente – amplificati dall’eco – e violente repentine illuminazioni dei lampi che creano cupe ombre di fantasmi sulla strada, se lo ricorderà per sempre come un incubo e lo sognerà nelle notti travagliate dai peggiori incubi.

Ebbene una notte la mulattiera dell’Orrido fu interrotta con due pini tagliati dal fianco opposto della montagna e bastarono alcuni grossi massi fatti cadere sui volonterosi che si apprestavano a liberare la strada dai due tronchi a sconsigliare a tutti di attraversarlo. E sui pini era stato messi un cartello contro l’Eleforco. Anche in questo caso non fu chiaro se fossero stati quelli di Castello o quelli di Làsopra a provocare il blocco – altre indagini discrete non portarono a nulla –, ma il blocco durò quasi tre settimane con grave danno dell’economia della contea che sui trasporti basava la sua ricchezza e soprattutto che ad essi affidava la possibilità di vedere qualche moneta.

Il conte decise allora di nominare la commissione popolare e s’inventò che in ciascuno dei paesi fossero gli stessi abitanti a scegliere i loro rappresentanti, in numero di due per Mezzoponte e Làsopra come saggiamente aveva consigliato la commissione tecnica e tre per Castello che era il centro più importante. E pi è sempre bene che se si deve votare il numero dei votanti sia dispari – questo aveva detto il giudice –.

E stabilì il sistema spiegandolo in una grida che i tre capi delle guardie lessero alle tre comunità tra rulli di tamburi e suoni di trombe. La prima domenica di marzo – quando non c’era più pericolo che le nevi rendessero difficile la consultazione – tutti i capofamiglia si sarebbero trovati dopo la messa in piazza sotto l’olmo ed avrebbero scelto i loro rappresentanti tra tutti quelli che avessero preventivamente dichiarato che erano disponibili ad essere scelti per la commissione; ciascuno di loro doveva girare per le case e le osterie a spiegare il suo programma, cioè le sue intenzioni circa l’Eleforco. I sette rappresentanti scelti si sarebbero riuniti in una sala del castello che sarebbe stata sorvegliata dalle guardie e da lì non sarebbero più potuti uscire fino a che avessero raggiunto un accordo. E l’accordo avrebbe dovuto essere rispettato da tutti i cittadini della contea, piacesse o non piacesse. E, per grazia di Dio, amen. Questo era l’editto del duca.

E così fu fatto.

In ciascun paese alla presenza delle guardie e di un rappresentante del duca in grado di scrivere tutto per bene su un grande foglio, dopo la messa grande della prima domenica di marzo – che per fortuna c’era sole e un clima tiepido e le primule sui prati nella parti della valle più esposte al sole, ed in un clima di gran festa con tutti gli abitanti in piazza e i bambini che correvano e urlavano e facevano la solita cagnara di quando si ritrovano insieme e con qualcuno che s’era industriato a vendere frittelle ed un bicchiere di vino – i capifamiglia seduti sotto l’olmo chi su panchetti portati da casa chi su tronchi messi apposta o in piedi, abbigliati nei loro vestiti migliori che erano quelli sdruciti e laceri e sporchi di tutti i giorni arricchiti però di nastri colorati dopo la chiamata su un palchetto di quelli che avevano dichiarato di essere disposti scelsero i loro rappresentanti nella commissione popolare alzando la mano quando il rappresentante del conte li indicava.

A Castello ci fu un po’ di animazione perché Maria dell’Albergo, la vecchia ostessa, avrebbe voluto essere scelta e s’era fatta una gran propaganda da dietro il banco dell’osteria e ne aveva convinti molti a votarla. Il conte subito consultato fece sapere che non s’era mai visto che le donne potessero far parte di rappresentanze popolari e che perfino per la religione non era stato ancora sicuramente accertato che le donne fossero dotate di anima – e su questa questione aveva anche espressamente consultato il prevosto – e quindi tanto meno dovevano avere un cervello per fare scelte così importanti come quelle dell’Eleforco. In tal modo chiuse la faccenda con grande soddisfazione di tutti i candidati maschi.

Per Mezzoponte vennero scelti Bertoldo degli Agnelli –il conte ne fu dispiaciuto ma s’era dimenticato, ammise, di scrivere nella grida che chi aveva già fatto parte della commissione scientifica non poteva più essere scelto per quella popolare – e Dalmazzo il poeta.

Bertoldo ebbe tutti i voti meno uno, che s’era fatto una gran propaganda – e i maligni dicevano che avesse anche dato dei soldi ad ogni famiglia per essere scelto – promettendo che non avrebbe permesso che l’Eleforco fosse piazzato nel loro paese; in cuor suo, ma questo non lo disse a nessuno, se la bestia fosse rimasta a Mezzoponte lui aveva già i suoi bei progetti per come farla fruttare dal punto di vista di un suo ulteriore arricchimento.

Dalmazzo invece era un giovane che sapeva tirare fuori dagli zufoli di canna in cui faceva sapienti buchi suoni bellissimi che innamoravano tutte le ragazze e cantava. Non aveva un mestiere ben preciso ed era spesso invitato anche in altri paesi e in altri stati ai matrimoni dove suonava e cantava con la sua bellissima voce certe canzoni che faceva lui – per questo lo chiamavano il poeta – e se ne tornava a casa con qualche formaggetta un pezzo di capretto un fiasco di vino, tutte cose di cui riusciva a vivere. Sulla questione dell’Eleforco era anche lui contrario al fatto che venisse messo a Mezzoponte, ma l’unico voto che ottenne fu quello di suo nonno, capofamiglia, che glielo aveva promesso in un momento di debolezza, perché nessuno si fidava di un poeta; comunque gli bastò per diventare uno dei due rappresentanti di Mezzoponte.

A Castello furono scelti un pastore, Antonio Pecoraro, grande e grosso e normalmente molto silenzioso – che si diceva che volesse essere scelto perché il conte aveva promesso di dare a ciascun rappresentante una pecora come retribuzione per il servizio pubblico cui sarebbero stati chiamati –, Celebrino della Penna, che sapeva scrivere e che di mestiere teneva i registri del conte sulle cose che ciascun cittadino doveva versargli come tasse e sui debiti che questi contraeva con Bertoldo degli Agnelli, di cui era amico – ed anche in questo caso le malelingue dicevano che trovasse qualche tornaconto personale nel segnare somme che mai l’altro aveva dato al conte –, e Matteo, un bravo contadino che a destra e a manca aveva fatto sapere che lui era contrario all’Eleforco a Castello e che per ottenerlo si impegnava anche se avrebbe perso il raccolto dei campi, se le cosefossero durate troppo a lungo e forse la sua famiglia avrebbe fatto la fame l’inverno successivo – un idealista, insomma –.

A Làsopra vennero scelti due gemelli, Pietro di Pietro e Pantaleone di Pietro. Il loro bisnonno, il primo Pietro della famiglia, aveva deciso di chiamare tutti i figli maschi con un nome che incominciasse per P, e così avvenne nella famiglia di mulattieri per le generazioni a venire. E la ragione era che non sapendo leggere e scrivere avevano imparato a distinguere un PdP segnato su finimenti selle bestie e qualunque altra cosa che c’era in casa perché gli altri mulattieri non se le portassero via. Quel PdP, che per lui e per tutti i discendenti era solo un disegno, era il marchio della loro azienda familiare e delle proprietà ed era una cosa comoda perché quando uno dei di Pietro lo vedeva a casa d’altri o sulle altrui bestie qualcosa con quel segno se ne impossessava subito, non importava che poi non fosse suo o di suo cugino Pancrazio, con il quale avrebbe litigato poi, a casa. Lo scomodo era trovare tanti nomi diversi che incominciassero per P e nella famiglia c’erano quindi i Pietri, i Pantaleoni, i Paoli, i Pieri, i Pierini, i Pancrazi, i Placidi, i Polisenni e persino dei Palissandri – che un giorno era arrivato uno che aveva detto che quello era il nome di un antico e famoso re di Grecia, e tutti i Palissandri si portavano in giro quel loro ligneo nome con un’aria tronfia, di grande importanza –.

Pietro e Pantaleone furono scelti tutti e due con il massimo delle mani alzate perché erano un po’ diversi se visti uno a fianco all’altro, ma visti da soli erano proprio identici: quando il banditore chiamò Pietro perché si facesse vedere sul palchetto tutti alzarono la mano, e quando chiamò Pantaleone anche, perché quelli che dovevano alzare la mano pensarono che si trattasse delle stessa persona e non vollero rinnegare il voto già dato e così sbaragliarono tutti gli altri concorrenti.

La domenica successiva da ciascun paese arrivarono al castello del conte i rappresentanti popolari seguiti da una folla festante di famigliari e perdigiorno vari.

In una sala erano stati portati sette sacchi di foglie e coperte per dormire, sedie e scranni per sedere, il tavolo bracieri torce una damigiana di vino ed una botte d’acqua buona per bere e per lavarsi se lo avessero voluto. E dentro entrati arrivò anche il conte Ottone che fece un gran discorso sulla responsabilità che avevano di una scelta così importante, sottolineando anche l’indiscussa utilità dell’Eleforco ed il valore della condivisione delle scelte; e uno scrivano stese scrivendo con svolazzi ampi il verbale dell’insediamento della commissione. Fatte queste cose la porta venne chiusa, i tre cortei se ne tornarono ai rispettivi paesi con qualche persona in meno e alcune pecore in più, e due armati vennero piazzati avanti alla porta sull’esterno a controllare che dall’interno non si uscisse per niente se non per fare i propri bisogni sulla ripa del canale che era attorno al castello.

I sette, solo loro, erano ormai riuniti da più di due settimane e non erano ancora arrivati ad una conclusione soddisfacente che mettesse insieme le promesse che ciascuno aveva fatto ai suoi elettori con l’evidenza che l’Eleforco era una grandissima opportunità per tutta la contea.

Dalmazzo era contrario al suo acquisto perché temeva che potesse diventare uno strumento di guerra contro i vicini per la questione dei terrificanti peti, che il conte avrebbe potuto portarlo vicino ai paesi del marchese ed aspettare che digerisse; si sarebbe incatenato all’olmo di Castello se il conte l’avesse veramente comprato. Anche Bertoldo degli Agnelli era contrario all’acquisto da parte del conte, ma per ragioni opposte a quelle di Dalmazzo, ma la bestia la voleva nel paese nonostante le promesse fatte agli elettori.

Pietro e Pantaleone gettarono sconcerto nella piccola assemblea perché il primo sosteneva l’utilità che l’Eleforco venisse messo a Làsopra ed il secondo no, ma essendo così uguali e diversi insieme, gli altri non riuscivano mai a capire quale era in realtà l’opinione prevalente dei làsoprani e quindi quale fosse in quel momento la decisione ultima, almeno in ordine di tempo, dell’assemblea popolare.

I castellani erano invece uniti e compatti nel difendere il loro paese dalla presenza dell’Eleforco e s’erano sentite urla, discussioni, qualche piatto rotto contro i muri – il mangiare arrivava regolarmente dalla cucine del castello agli orari stabiliti – lunghi silenzi – i momenti, forse, in cui si cercava di costruire alleanze trasversali – ed il conte incominciava a disperare di ottenere mai una decisione condivisa – e tra l’altro tutta l’operazione incominciava a costargli perché quelli là dentro pretendevano di mangiare bene ed abbondantemente e la prima damigiana di vino era già stata sostituita dalla seconda che stava peraltro ormai finendo.

Un giorno sul colle transitò un pellegrino: abito di cotonaccio marrone con cappuccio, bastone da viandante con zucca per l’acqua, gran cappello di paglia per ripararsi dalla pioggia, sulle spalle un sacco con qualche tozzo di pane ed un formaggio e un’aria fosca e cupa che il gran barbone scuro rendeva ancor più tenebrosa. Fu portato dal duca perché la lingua che parlava non la capiva nessuno così come nessuno era in grado di leggere le lettere di transito che esibiva.

Finalmente il prete del castello riuscì a farsi capire un poco per mezzo del latino – molto sovente solo col latino ci si poteva intendere con certi pellegrini –: veniva da una città fiamminga e stava andando a Roma per un voto. Gli chiesero se era in grado di leggere le scritte che stavano sul disegno dell’Eleforco.

Lesse: “Disegni di animali fantastici inventati e dipinti dal pittore magister Hieronimus Puch per la gran sala del Podestà dell’illustrissima città di Gand: l’Eleforco”.

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