Una vita per la democrazia nel secolo delle dittature
Nello Ajello
Norberto Bobbio aveva compiuto novantaquattro anni il 18 ottobre. Si spegne con lui una delle più alte e generose coscienze critiche della nostra democrazia. Si cancella il promemoria vivente d´un secolo. Da oltre sessant´anni, quando collaborò agli esordi clandestini del partito d´Azione e ancora prima, quando, giovane professore, incappò nei rigori giudiziari del fascismo, la sua presenza nella vita politico-culturale italiana si è fatta sentire nelle forme più varie, con elaborazioni teoriche e interventi di attualità. Fu lui, sulla metà degli anni Cinquanta, a stabilire con Palmiro Togliatti un dialogo sia pure aspramente contestativo, legato alla convizione che fosse necessario legare più saldamente l´estrema sinistra alle nostre istituzioni. Più tardi, vennero dal professore torinese le più decise obiezioni alla politica craxiana. Essa - dopo un inizio che giudicò promettente - gli parve tradire quegli ideali socialisti che da sempre lo animavano.
Con la sua azione di stimolo e di monito, il filosofo torinese avrebbe poi seguito i momenti di svolta della sinistra italiana dopo la dissoluzione dell´universo comunista. Da ultimo, aspramente contestato dai cultori di quella voga storiografica per i quali l’azionismo (o ciò che ne resta) è il nemico giurato, Bobbio ha diradato i suoi interventi. Ma le sue messe a punto, pur soffuse di un’amarezza da vegliardo, sono altrettante lezioni.
Dalla fine degli anni Settanta ho intrattenuto con Norberto Bobbio rapporti continui. Gli telefonavo. Ci vedevamo a volte a Torino. Più regolarmente a Roma, nella sua stanza all’hotel Santa Chiara o nel suo piccolo ufficio di senatore a vita in palazzo Giustiniani, finché le condizioni di salute gli hanno consentito di partecipare alla vita parlamentare. Bobbio percorreva amabilmente i suoi ricordi, interveniva sull’attualità. Di queste conversazioni trascrivevo i brani che più mi colpivano, dividendoli per argomento. Quei fogli mi aiutano a ricordarne i gesti, la voce, la sobria passionalità, i disinganni.
Maestri e compagni. Fra i primi amici fu Leone Ginzburg, compagno di classe di Bobbio al liceo D’Azeglio di Torino. Originario di Odessa, ebreo, aveva girato il mondo. Intorno al 1925, era già un antifascista deciso. Gli amici provavano nei suoi confronti un certo complesso d’inferiorità. Li impressionava il sentir dire da un loro coetaneo che Mussolini era un ciarlatano, che avrebbe distrutto l’Italia. Ciò completava la lezione di antifascismo impartita da alcuni insegnanti. Uno era Zino Zini, professore di filosofia, mite e dottissimo. Aveva collaborato all’Ordine nuovo di Gramsci, era comunista. Per i fascisti, un sovversivo. Un reprobo era considerato anche il professore d’italiano Umberto Cosmo, ex redattore della Stampa ed ex neutralista: come dire, agli occhi del regime, un nemico. «Due professori così lasciano il segno», raccontava Bobbio. Ma ancora più profonda fu l’influenza di Augusto Monti. Insegnava anche lui italiano, ma nella sezione B del D’Azeglio (Bobbio era nella A), avendo per allievi Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi. Monti li incontrava, con Bobbio, Ginzburg e Vittorio Foa, una volta la settimana al «Rattazzi», un piccolo caffè al centro di Torino. Il professor Monti dirigeva allora, in incognito, Il Baretti, la terza rivista di Piero Gobetti, che sopravvisse al suo fondatore per un paio d’anni. Bobbio, Mila, Ginzburg vi scrissero i loro primi articoli. «Attraverso Monti e la collaborazione al Baretti, per noi Piero Gobetti sarebbe diventato un personaggio mitico». Più tardi, all’università, Bobbio avrebbe trovato altri professori avversi al regime: Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Gioele Solari.
Il primo arresto. A venticinque anni, laureato in giurisprudenza e in filosofia, Bobbio si considerava politicamente meno maturo di un Ginzburg o di un Mila. Meno convinto dell’antifascismo. Il suo primo scritto «consistente» uscì sulla Cultura di Giulio Einaudi, la rivista per la quale l’editore sarebbe stato arrestato l’anno successivo. Il 15 maggio del ?35 arrestarono anche Bobbio, nella grande retata che liquidò il gruppo torinese di Giustizia e Libertà. Vi furono coinvolte una trentina di persone: fra i primi Ginzburg, Foa e Mila, che erano a capo del movimento. Foa e Mila andarono in carcere. Antonicelli e Pavese, al confino. Bobbio, visto come un congiurato «a latere», venne liberato dopo una settimana. Questo precedente non danneggiò troppo la sua carriera accademica. Al concorso per cattedra, che si tenne nel ?38, Bobbio fu inizialmente espulso in conseguenza dell’arresto di tre anni prima. Ma poi venne reintegrato (anche per l’intervento di Emilio De Bono, amico di famiglia) e vinse il concorso. Presidente della Commissione era Giuseppe Capograssi, un cattolico antifascista.
L’insegnamento. Per tre anni, giovane docente a Camerino. Poi, ordinario di filosofia del diritto a Siena: un biennio di studio intenso. Ma anche di contatti politici. Bobbio ha una piccola auto, viaggia con piacere. A Perugia c’è Aldo Capitini, uno dei capi del liberalsocialismo, il movimento fondato da Guido Calogero che continua la tradizione di Giustizia e Libertà. Figlio del guardiano del palazzo comunale di Perugia, Capitini ha per sé una stanzetta in alto, nel municipio, sotto il campanile: questa specie di abbaìno diventa un punto di convegno per dissidenti politici. Capitini di tanto in tanto interrompe la conversazione per correre a suonare le campane (è un compito che gli ha affidato suo padre).
Capitini aveva pubblicato nel ?37 una sorta di libro-guida dell’antifascismo, Elementi di un’esperienza religiosa. I temi portanti erano tre: la non collaborazione al male, la non-menzogna, la non-violenza. Tutti di alta spiritualità. «A Perugia ci si vedeva con Walter Binni, letterato, figlio del farmacista di piazza del Duomo, e con Arturo Massolo, professore di filosofia al liceo. A Siena, i liberalsocialisti erano Mario Delle Piane, Leone Bortone e Michele Gandin. In totale, pochissimi».
Nel partito d’Azione. Di antifascisti Bobbio ne trova pochi anche a Padova, dove va a insegnare nel ?40. Ad esempio, un suo assistente di grande avvenire accademico, Enrico Opocher. Nel Veneto c’erano altri gruppetti. A Treviso Bruno Visentini, vicino a Giustizia e Libertà. Appunto a Treviso avvenne, nel ?42, la fondazione del Partito d’Azione veneto. Arrivò da Milano Ugo La Malfa. Era l’unico che avesse partecipato alla vita politica prefascista, nel gruppo di Giovanni Amendola. «Rappresentava», testimonia Bobbio, «il nostro tramite con il "mondo di ieri"». Nel Partito d’Azione Bobbio sarà vicino al gruppo fiorentino, capeggiato da Calamandrei e Tristano Codignola. Ma provava una solida analogia d’idee con i torinesi, provenienti da Giustizia e Libertà: fra gli altri, Alessandro Galante Garrone, Giorgio Agosti.
Ascoltando Croce. Bobbio conobbe il filosofo nel 1933. Da Meana, in val di Susa, dove villeggiava d’estate, Benedetto Croce andava spesso a Torino, alla Biblioteca nazionale. Bobbio era laurendo in filosofia. «Che cosa consulta?», gli chiese una mattina il senatore. «Sto studiando Husserl». «Ah, interessante», fu il laconico commento. Ma ci furono altri incontri, nella casa torinese di Oreste Rossi, cognato di Croce, o dall’italianista Carlo Dionisotti. Poi il filosofo napoletano si trasferì, d’estate, a Pollone nel Biellese. Poco distante aveva casa Franco Antonicelli. Ancora una volta, Croce era fisicamente vicino agli antifascisti torinesi. Parlava volentieri, ascoltava poco. Ma Bobbio e gli altri ragazzi avevano letto tutti i suoi libri. «Dividevamo il mondo in crociani e non crociani: chi non era crociano era un povero diavolo». L’essere impregnati di Croce li aiutò molto, nel momento di fare una scelta avversa al regime littorio. Più tardi il Croce politico militante, con il suo liberalismo e la sua polemica contro il Partito d’Azione, li scontentò. Ma non per sempre. Nel profondo, Bobbio ha continuato a considerarlo il maestro della sua giovinezza.«Ho sempre pensato che Croce, non ostante il suo spiritualismo di tradizione tedesca, avesse un grande senso della realtà. A differenza di Gentile». Verso il teorico dello Stato etico ebbe infatti un atteggiamento assai più cauto. Oscillava fra il considerarlo «un uomo intellettualmente vigoroso e moralmente generoso» e a bollarne gli atteggiamenti politici come quelli d’«un retore e un corruttore».
Altri maestri. Nel Profilo ideologico del Novecento, Bobbio cita in coppia Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini. «Ci hanno insegnato», diceva, «che per fare politica occorre conoscere i problemi uscendo dalle astruserie filosofiche». Entrambi erano legati a Cattaneo, «l’ unico filosofo italiano che non sia un metafisico». In Cattaneo s’era riconosciuto con entusiasmo Piero Gobetti, figura centrale del liberalismo. «Salvemini, Einaudi, Gobetti: la lezione di Cattaneo l’ho ricevuta da queste tre fonti». Altri maestri di realismo politico sono, per Bobbio, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca.
Il secondo arresto. E’ a Padova, il 7 dicembre del 1943. Il federale della città ha ordinato che i docenti dedichino una lampada votiva ai martiti fascisti. Bobbio, con qualche collega, si rifiuta e finisce in manette. Per qualche settimana lo tengono chiuso in una caserma. Seguono tre mesi di permanenza a Verona, in quel carcere degli Scalzi dove sono rinchiusi Ciano e gli altri «traditori» del 25 luglio. Il giorno della loro fucilazione, il filosofo torinese è lì.
Prigione. Interrogatori. Una mattina, per spaventarlo, fanno credere al detenuto Bobbio di aver arrestato anche sua moglie, incinta. «Se non confessate dov’è nascosto Concetto Marchesi, né voi né vostra moglie uscirete vivi da qui». Marchesi, celebre latinista, è un capo dell’antifascismo, legato al Pci. Bobbio, che non sa dove sia, viene rilasciato nel febbraio del ?44.
Che cos’è un intellettuale. E’ una persona che deve essere «indipendente» dalla politica, non «indifferente» ad essa. Non deve asservirsi al potere. Deve però occuparsi anche di questioni nelle quali sono in gioco rapporti di potere. «Seminare dubbi è certo una funzione importante dell’intellettuale». Seminarne. Nutrirne. A costo di apparire, o di essere, fragile. L’uomo di cultura «non è al di sopra della mischia. Viene trascinato, come tutti». Anche Benedetto Croce? Certo, anche lui. Durante la prima guerra mondiale, era un Realpolitiker. Irrideva gli ideali. E’ famosa una frase che scrisse nel 1917. Suonava così: «Io sarò sempre grato a Marx per avermi liberato dalle alcinesche seduzioni della dea Giustizia e della dea Libertà». Poi, venuto il fascismo, con quelle dee Croce ha dovuto fare i conti. E’ diventato un campione, appunto, di libertà.
Lui e i comunisti. Fu molto seguita la discussione fra Bobbio e Togliatti. Si svolse fra il ?54 e il ?55 fra Nuovi Argomenti e Rinascita. «Allora i comunisti erano presi dall’idea del Partito con la p maiuscola. Il partito di massa come il "novello Principe", per dirla con Gramsci». Lui, Bobbio, sosteneva che i diritti dell’uomo sono il presupposto di qualsiasi convivenza civile, e non accettava la distinzione (sulla quale Togliatti insisteva) tra «libertà formale» e «libertà sostanziale». Il professore non tollerava di veder sbeffeggiati gli «ideali dell’Ottantanove». Le posizioni, fra i due, erano molto lontane. Ma, almeno, si parlava. Bobbio ne era compiaciuto. «Il mio intervento terminava così: "Ora il dialogo è veramente cominciato"».
L’ideologia italiana. Ecco uno dei bersagli polemici di Norberto Bobbio. Si tratta di «un certo spiritualismo di maniera» che pervade la nostra cultura e che «scomunica, dovunque appaiano, positivismo, empirismo, utilitarismo come filosofie volgari, anguste, mercantili, impure». Cattaneo ne fu una vittima, «soffocato tra giobertismo e idealismo». Più tardi, Giovanni Gentile sarebbe stato uno dei campioni dello spiritualismo (di destra). I marxisti, fino a qualche decennio fa, erano gli araldi di una sorta di spiritualismo rovesciato «che contrapponeva allo Spirito con la s maiuscola la Materia con la m maiuscola». Queste filosofie dell’assoluto, delle certezze, del progresso garantito hanno ritardato, secondo il pensatore appena scomparso, lo sviluppo in Italia di quelle correnti pragmatiste, neoempiriste, neopositiviste, di radice anglosassone, che studiosi come il suo collega Nicola Abbagnano, a Torino, credevano più adatte a una società democratica e pluralista. Quando il sapere empirico diventerà davvero una bussola per la politica?. Era la domanda che il filosofo torinese, fervido seguace di Carlo Cattaneo, non si stancava di porsi.
La democrazia è un’abitudine? In Italia essa, secondo Bobbio, non era mai stata molto di casa. Invece oggi c’è. E’ entrata, a dispetto di tutto, nel costume. In democrazia è naturale che prevalgano le filosofie adatte a questo modo di vivere: cioè di tipo relativistico, empiristico appunto, non assolutizzanti. Ciò si accompagna alla scomparsa dell’intellettuale rivoluzionario, che crede davvero alla grande avventura della trasformazione. Avendo perso il senso di quella sua «missione», l’intellettuale trova presso i politici forse minor ascolto di prima. Qualche esempio concreto? Craxi conquista nel 1976 il Psi. Qualche tempo più tardi, un gruppo di uomini di cultura di «area» socialisti (Bobbio è fra questi) rende pubblica una lettera in cui si danno dei consigli al nuovo segretario. Craxi li respinge, «dicendo di non riconoscere alla corporazione degli intellettuali alcun diritto privilegiato».
La cultura e i sergenti. Poco entusiasta di Craxi (ancor meno lo sarà di Berlusconi), il filosofo torinese cercava però di capire tutto. Anche l’«antintellettualismo» dei politici. Citava, trovandola assai espressiva, una battuta che Julien Benda inserì in un suo libro, desumendola da un aneddoto tolstoiano. Durante una marcia militare un sergente strapazza brutalmente un soldato. Accanto c’è un intellettuale, che si rivolge scandalizzato al sergente: «Che diamine, lei non ha mai letto il Vangelo?». «E lei», ribatte il sergente, «non ha mai letto il regolamento militare?». Emerge dall’apologo il timore che il ceto politico diventasse una casta con un suo apposito «Vangelo».
La politica, un duello civile. E’ del 1994 il libro più fortunato di Bobbio. S’intitola Destra e sinistra. Lo pubblica l’editore Donzelli, avrà numerose ristampe, raggiungendo una diffusione del tutto insolita nella saggistica politica. E’ una sorta di testamento. Pur considerandosi un moderato e giudicando anacronistico ogni estremismo, Bobbio non condivide l’appiattimento che porta con sé l’asserita «caduta delle ideologie». La politica rimane per lui un universo conflittuale. Destra e sinistra non sono termini obsoleti. Nessuna «corsa al centro» smentisce l’esistenza di queste due realtà in competizione, anzi la rafforza. «Quale centro potrebbe nascere senza due poli»?, insisteva nel chiedersi Bobbio. Il centro, più che un’appartenenza, è una qualità della politica. Una sinistra che guardi verso il centro, e una destra che guardi anch’essa al centro sono garanzia di alternanza nelle moderne democrazie. Per moderata che sia, la sinistra non deve smarrire il senso della propria distinzione. Fra i suoi connotati, prevalente è l’atteggiamento nei riguardi degli immigrati. A sinistra, si tende a vedere nel «diverso» l’uomo.
Il disinganno. La scesa in campo di Berlusconi gli procurò dubbi inquietanti, fino ad indurlo a domandarsi se si trattasse di un politico autoritario o semplicemente di uno sprovveduto, incapace di «ponderare la differenza fra il manager di una grande impresa e l’uomo di governo». Più di recente, il filosofo ha salutato con ottimismo l’ingresso dell’Italia nell’euro: una dimostrazione, al cospetto dei partner europei, che «siamo una nazione, uno stato degni di rispetto». Ma è uno stato d’animo contraddetto da eventi di segno opposto. Da ultimo, il risultato delle elezioni europee del 13 giugno 1999 gli è parso un drastico rovesciamento del nostro sistema politico. Nella «sconfitta disastrosa» riportata in quella consultazione dalla sinistra italiana (una sinistra «sparpagliata e litigiosa»), Bobbio ravvisava un rovesciamento del nostro sistema politico: dalla partitocrazia - disse in quei giorni - si è passati alla «partitopenìa»: ciè, per paradosso, non ostante la loro proliferazione numerica, a una penuria di partiti veri. Specie a sinistra. Quello di Berlusconi, che in certi momenti sembra trionfare, non è infatti un partito vero, ma la protesi di una persona.
Un’Italia piena di incognite. Ecco il panorama che Bobbio contemplava al termine della vita. Ma la vita, è ovvio (ripeteva nella sua serena partecipazione di «intellettuale e di insegnante che si è occupato spesso di politica»), sarebbe continuata dopo di lui. Possibilmente, ad opera di quelli che restano, senza pause e senza distrazioni. Come egli preferiva.

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