Quante discussioni su come deve crescere la capitale d´Italia
Francesco Erbani
Un articolo di Francesco Erbani sul nuovo Piano regolatore di Roma, su Repubblica del 14 novembre 2002.
Roma ha il nuovo piano regolatore. Non è stato ancora varato, ma è già un evento: la sua redazione dura da otto anni e il piano precedente risale al 1962. Da settimane se ne discute in ogni circoscrizione (che ora si chiamano municipi) e in tante altre sedi: è come se la città si fosse ripresa da un certo intontimento. Il documento agita anche il meglio della cultura urbanistica: a Giuseppe Campos Venuti, che lo ha realizzato insieme a Federico Oliva e agli architetti del Comune, si oppongono Vezio De Lucia ed Edoardo Salzano. Obiezioni ha avanzato anche Leonardo Benevolo.
Roma ha una storia politica, una religiosa, una affidata al suo ruolo, un´altra al suo mito. Eppure le trasformazioni vere della città, l´aggregarsi dei poteri, si leggono nelle vicende materiali, nella crescita dei quartieri, nel costituirsi e nello slabbrarsi della forma urbana. E niente, come la stesura di un piano, fa risaltare la trama degli interessi che innervano Roma e quanto restino forti quelli della proprietà fondiaria e immobiliare.
Il piano del 1962 si avventurava in previsioni clamorosamente smentite (una Roma da sei milioni di abitanti) e metteva il sigillo sulla speculazione, sugli affari del Vaticano e della Società Generale Immobiliare, sul dominio delle macchine, sulla crescita della città come una macchia d´olio che invadeva da tutti i lati la campagna romana. L´eredità di quel progetto è ingombrante: sono 120 milioni i metri cubi di nuovi edifici che allora erano stati previsti e che invece non vennero realizzati (per mille motivi, compresi il buonsenso e l´assenza di domanda, ma anche perché dilagò l´abusivismo).
La partita più delicata si gioca su quei numeri. Quasi che il nuovo non possa liberarsi dall´ingombro del vecchio e Roma resti inchiodata al suo passato. Il Comune vuole consentire l´edificazione di 65 di quei 120 milioni di metri cubi. Sono diritti acquisiti, si sostiene in Campidoglio, li abbiamo già dimezzati e non si può fare di più. Altrimenti finiremo sommersi dai ricorsi. Inoltre, 40 milioni sono già in costruzione (li ha decisi in gran parte la giunta Rutelli) per cui i nuovi sarebbero 25: cerchiamo di usarli al meglio, spiega il sindaco Walter Veltroni, «per mettere un punto fermo alla crescita della città, che altrimenti crescerebbe da sola, per creare tanti centri in periferia e per distribuire verde e servizi».
La replica arriva da tutto il fronte ambientalista (Italia Nostra, Wwf, Legambiente, Polis, Comitato per la bellezza, Verdi ambiente e società, che oggi, alle 16,30, sfileranno dal Colosseo al Campidoglio) e da una parte della stessa maggioranza (il gruppo Aprile dei Ds, i Verdi e Rifondazione). Troppe scelte sono affidate ai privati, assicurano, in particolare ai proprietari delle aree. E poi non è vero che quei diritti edificatori siano intoccabili: lo dimostrerebbero sia sentenze della Corte costituzionale che la legge e basterebbe solo motivare con buona perizia il rifiuto opposto dal Comune ai proprietari e fissare regole valide per tutti, senza ammettere privilegi. Roma, aggiungono gli ambientalisti, non sopporterebbe questo massiccio carico di edifici, 540 mila nuove stanze ammassate su 7 mila ettari che dovrebbero ospitare quasi 270 mila persone: come se a Roma si aggiungesse Venezia. Il tutto in una città che negli ultimi dieci anni ha perso quasi 300 mila residenti, stando ai dati del censimento, e per la prima volta ha visto diminuire anche il numero delle famiglie.
Manca ancora il voto finale del Consiglio comunale e non è detto che l´approvazione del piano rispetti la scadenza del 31 dicembre (è in atto un braccio di ferro fra Veltroni e il presidente della Regione, Francesco Storace): ma non è secondario, insiste Campos Venuti, che si affidi alla pianificazione la capitale di un paese dove si diffonde la più sfacciata deregulation urbanistica e dove va affermandosi il modello milanese, tanto caro alla destra, di contrattare tutti gli interventi - Comune, da una parte, grandi investitori dall´altra.
Il marchio di Campos Venuti, urbanista fra i più affermati e di grande esperienza, è evidente: Roma in dieci anni avrà tre linee ferroviarie urbane e quattro metropolitane con 266 stazioni («E´ un passo in avanti, ma siamo ancora molto indietro rispetto a Londra, Berlino o Parigi», aggiunge Campos). Veltroni sottolinea anche altri aspetti: «Il perimetro della città storica si allarga oltre la parte monumentale, comprendendo l´edilizia novecentesca fino alle case popolari di San Saba, alla Garbatella, al quartiere delle Vittorie, all´Eur; nelle periferie vengono distribuite venti "centralità", e cioè insediamenti che mescolano residenza, uffici e commercio e che dovrebbero ricucire con buone architetture zone sfilacciate e prive di servizi, portando scuole, campi sportivi e tanto verde». E quanto al verde, ecco i numeri più imponenti: 87 mila sarebbero gli ettari di terreno vincolati e sui quali non si dovrebbe poter costruire mai più (l´intero territorio comunale ammonta a 129 mila ettari) e 7.700 gli ettari destinati a verde pubblico, «pari a cinquanta ville Borghese», sottolinea Campos Venuti.
Ma anche su queste ultime cifre si è aperto un contenzioso con gli ambientalisti. Che a tratti può sembrare paradossale. Per Campos Venuti è il fiore all´occhiello di un´urbanistica riformista. Non potendo più espropriare suoli da destinare a verde pubblico perché costerebbero troppo, il Comune avvia una trattativa con i proprietari, ai quali si consente di costruire, mettiamo, su un venti per cento del proprio suolo "regalando" all´amministrazione l´altro ottanta. E su questo ottanta il Comune attrezza un parco. Il meccanismo si chiama "compensazione". Che può avere anche un altro risvolto. Se gli interessa acquistare una certa area da destinare integralmente a verde pubblico, il Comune chiede al privato che la possiede di cedergliela e gli consente di andarsene a costruire altrove.
Legambiente, Italia Nostra e gli altri gruppi sostengono che questo meccanismo sia una trappola. Una legge del 1968 prevede che ogni abitante abbia una quota di territorio per verde e servizi pari a 18 metri quadri. E´ una legge scarsamente rispettata. Ma a Roma accadrebbe il miracolo: con il nuovo piano regolatore quella quota schizzerebbe a 32 metri quadri. «Il problema», spiega Edoardo Zanchini di Legambiente, «è che per fare parchi in città si costruirebbero case per 3 milioni di metri cubi nella campagna romana: è un gatto che si morde la coda. Il rischio è che quei parchi non si realizzino mai e che la campagna venga ulteriormente saccheggiata». Replica Veltroni: «Noi fissiamo delle previsioni di crescita, ottenendo in cambio di trasformare Roma nella città con più verde in Europa: non capisco lo scandalo».
Il confronto vede fronteggiarsi due anime dell´urbanistica e della sinistra (la destra sta a guardare divisa al suo interno: un po´ fa ostruzionismo, un po´ cavalca l´ambientalismo, ma nell´attesa la Regione di Storace riduce i perimetri dei parchi). Da una settimana è stato aperto un "tavolo verde": da una parte il Comune, dall´altra le associazioni ambientaliste. Il sindaco Veltroni mostra grande apertura: «Abbiamo proposto di ridurre le cubature e in particolare i volumi delle centralità. E inoltre abbiamo assicurato che mai più ci saranno compensazioni».
Nel frattempo Roma cresce. Non si vedeva da tempo un simile fervore di cantieri (la gran parte avviati nell´ultimo scorcio degli anni Novanta). Quaranta milioni di metri cubi dalla Bufalotta, estremo nord della città, dilagano su una striscia di campagna romana che supera il raccordo anulare e con le sue forme ondulate, le alture rotonde e i pini a ombrello, gli olmi e i lecci avvolge la città fin oltre la Magliana, nel lembo a sud-ovest che si spinge verso Fiumicino e il mare. E´ la città non-città. Le réclame dei costruttori sono intinte nella tavolozza del bucolico: boccioli di rosa e cespugli di alloro. Vaste praterie e oasi naturali ospitano complessi residenziali che scalano la sommità delle colline e ridiscendono nelle valli. Sono villette a schiera, palazzine o palazzi più grandi con videocitofoni, porte blindate, antenne satellitari, serrande elettriche e parquet. Si costruisce alla Marcigliana e a Ponte di Nona sulla Prenestina (qui i Caltagirone stanno realizzando un insediamento da 1 milione 200 mila metri cubi per 10 mila persone). Altri complessi spuntano a Ponte Galeria e a Mezzocammino, a Castellaccio e a Vitinia. A Tor Pagnotta, lungo la Laurentina, a ridosso di una torre medioevale che sormonta una villa romana, arriveranno 1 milione di metri cubi in un´area di proprietà Caltagirone.
La domanda di case, si assicura, è orientata verso questo tipo di edilizia. Pochi servizi e tanti centri commerciali. Gran parte degli spostamenti avverrà in macchina. E il ferro? Scarsissimo, assicura l´urbanista Paolo Berdini: «Nulla è previsto alla Bufalotta, dove stanno costruendo il più grande ipermercato della città, ventimila metri quadri; nulla a Ponte di Nona, dove Roma tenderà a saldarsi con Guidonia e Zagarolo; nulla a Tor Pagnotta». «Buona parte di questi insediamenti li ereditiamo e a Tor Pagnotta abbiamo più che dimezzato le cubature», insiste Veltroni. «Ma nel piano abbiamo fissato il principio che si costruirà solo dove arrivano le infrastrutture».
Da alcuni anni la residenza si sta ammassando nelle estreme periferie, mentre diminuiscono ancora gli abitanti del centro storico (dal 4,4 per cento dell´intera popolazione romana nel 1991, al 3,6). Il fenomeno, concordano tutti, aggrava la congestione di macchine e rende il centro sempre più povero di servizi essenziali (spariscono gli alimentari e gli artigiani, crescono jeanserie e bigiotterie), mentre sedi di assicurazioni e studi professionali divorano anche le zone semicentrali (da Prati ai Parioli, dal quartiere Trieste alla zona di Piazza Bologna). Con il passare del tempo si è sbiadito un orizzonte culturale che aveva animato l´urbanistica romana (un nome su tutti, Antonio Cederna): trasferire uffici e ministeri dal centro verso la periferia per migliorare l´uno e l´altra (Cederna si batteva anche per rimuovere via dei Fori Imperiali, creando un parco archeologico e impedendo alle macchine di affumicare piazza Venezia: ma anche quell´idea, rilanciata nei giorni scorsi da Leonardo Benevolo, è stata lasciata sfiorire). Qualcosa si sta realizzando: le venti "centralità" fissate da Campos Venuti dovrebbero andare in questa direzione e già è deciso che gli uffici del Campidoglio traslochino all´Ostiense. Manca però un piano organico, il governo nazionale non dà alcun contributo e si innestano le retromarce (gli uffici del ministero delle Finanze dall´Eur a Trastevere).
Basta abitazioni, non ne possiamo più: si alza forte la protesta di Sandro Medici, ex direttore del Manifesto, ora presidente del X Municipio, un cuneo che parte da Porta Furba e arriva fino alle vigne del Frascati, sotto i Castelli. E sono proprio le centinaia di ettari dove si produce il Frascati che rischiano di essere sommersi da case e villette. «In quindici anni abbiamo subito un´invasione di cemento, oltre a imponenti centri commerciali come l´Ikea e Cinecittà 2», spiega Medici. «Il nostro quartiere è stremato e non si risolvono i problemi che ci trasciniamo dal dopoguerra, quando questo territorio diventò il laboratorio della speculazione e poi ospitò interi insediamenti abusivi. Ora sono stati aggrediti i residui terreni agricoli ai margini della città, un processo che consuma suolo e moltiplica la rendita immobiliare nelle aree circostanti».
A Torre Spaccata e alla Romanina, fra Cinecittà e il raccordo anulare, sono previste "centralità" per 2 milioni e mezzo di metri cubi. Era concreto il rischio che questa massa di cemento ospitasse soprattutto case e centri commerciali che fanno guadagnare solo chi costruisce e non riqualificano niente. «Ora, però, il Comune si dice disposto a tagliare i volumi e ad accogliere la nostra richiesta di insediarvi dipartimenti universitari e altre strutture legate alla cinematografia, oltre a un polo per il volontariato», dice Medici. «A Roma esistono due trasformazioni positive generate da vere "centralità"», aggiunge Berdini, «le hanno prodotte la Terza Università all´Ostiense e la Seconda Università a Tor Vergata: entrambi interventi guidati dalla mano pubblica».
Il dibattito è acceso. Dalle stanze degli amministratori e dagli studi degli architetti si sposta nei quartieri, da quelli del centro ai più lontani spicchi di città. Non si sa se la disputa fra ambientalisti e Campidoglio sfocerà in un accordo. Veltroni assicura che si è sulla buona strada: troppo forte è il rischio che spunti un terzo contendente, quello che il piano regolatore a Roma non lo vuole né ora né mai.

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