Ci ha insegnato ad amare la democrazia
Vittorio Foa
Intervista di Vittorio Foa a l’Unità del 10 gennaio 2004, ricordando la sua amicizia con Norberto Bobbio.
Squillano in continuazione i telefoni di casa Foa a Formia. I giornali vogliono sapere di Bobbio. E Foa, il suo vecchio amico fin dai tempi dell’università, sempre restio a usare la memoria perché preferisce ragionare sul futuro, sa di dover parlare. Alle agenzie dice di essere commosso non addolorato. E si capisce che per Foa la morte ha chiuso una bella vita, una vita «positiva»: la commozione al posto del dolore testimonia il privilegio della vita del suo amico filosofo. «Ci siamo conosciuti quando eravamo studenti universitari. Laureati nello stesso luglio del 1931, facoltà giuridica dell’università di Torino».
Lei era già antifascista?
«Io sì».
Bobbio, invece?
«Non si impegnava politicamente e non era mai stato un cospiratore ma io ho sempre pensato, anche allora, che le sue idee fossero idee pulite e non idee torbide. L’ho conosciuto sempre come un uomo dalle idee pulite. Col pensiero rivolto al futuro collettivo. Mai idee rivolte alla violenza contro gli altri. In realtà, al di la di quel che ha detto, Bobbio non è mai stato fascista».
A Torino eravate un gruppo consistente...
«Sì. Amici che si frequentavano e si divertivano anche. Andavamo a ballare. Sia ben chiaro: non eravamo gente che si vedeva solo per studiare. C’era il cinema, il ballo, il trovarci con le ragazze. C’erano poi anche i gruppi di attività cospirativa, che però erano un’altra cosa. Con Bobbio era una vita di amicizia orientata in modo positivo».
Con lui ha mai parlato delle sue attività cospirative?
«No. Pensavo che non avesse senso metterlo al corrente di una attività di cui lui non faceva parte. Lui si occupava di studio ad altissimo livello e ritenevo fosse giusto si occupasse di questo. La differenza tra lui ed altri è tutta qui: lui ha sempre privilegiato lo studio e la riflessione rispetto alla politica contingente».
Chi c’era nella squadra di amici di cui Bobbio e lei facevate parte?
«Eravamo tanti. C’erano i fratelli Galante-Garrone, Alessandro e Carlo. Molto importante per il suo ruolo, Giorgio Agosti. C’era Livio Bianco e tutti i partigiani che poi sarebbero confluiti in Giustizia e libertà. Ettore Gelli, Carlo Ziini, Alberto Levi fratello di Natalia, Leone Ginzuburg. Molti altri come Carlo Levi e altri ancora».
In queste vostre amicizie di giovani contava il filo dell’antifascismo?
«Secondo me contava molto anche se non era mai dichiaratamente espresso. Non si poteva dire tranquillamente “sono antifascista” se non eri dentro un certo giro. Parlavi delle altre cose attribuendo un senso positivo di rispetto degli altri, di profonda aspirazione alla giustizia sociale. E già questo era un prendere posizione».
Poi le strade si sono diversificate. Lei finì in carcere. Si perse di vista con Bobbio?
«Quando uscii di prigione, erano gli ultimi giorni d’agosto del 1943 (pochi giorni dopo ci fu l’occupazione tedesca e dovetti tornare in clandestinità nella Resistenza), appena fuori andai a trovare i miei genitori che erano sfollati sulle colline torinesi. Due giorni dopo venne a trovarmi in macchina Bobbio. Aveva saputo che ero uscito e voleva vedermi. Non ci vedevamo da dieci anni, io li avevo trascorsi in carcere e...»
...Il presidente del Consiglio direbbe che anche lei aveva avuto il privilegio di essere mandato in «villeggiatura» dal fascismo...
«...E’ naturale! ma lasciamo perdere... Naturalmente, parlammo della situazione e io rimasi molto colpito dalla forza del suo sentimento socialista che non era schematico per nulla, perché non c’era nulla di schematico in Bobbio. In Bobbio la ricerca era ricerca vera, mai schematismo. Ma c’era calore e passione nella ricerca del senso della giustizia sociale. Mi colpì moltissimo. Anche perché erano molti anni che non parlavamo di queste cose e per la prima volta dopo tanto tempo discutevamo insieme e liberamente di tutto questo».
Foa, quando capì che Bobbio era uno studioso di altissimo livello?
«Si capì subito. In lui c’era una cosa straordinaria. Amava molto la democrazia ma aveva anche questo spirito di critica della democrazia. Sapeva che nella democrazia ci sono molte cose che non vanno e che quindi bisogna amare la democrazia ma anche criticarla, conoscere le cose che non vanno e correggerle: le ingiustizie, le violenze, gli arbitri. È stato il portatore di un senso dinamico nella lotta per l’affermazione della democrazia».
Dopo di allora vi siete ritrovati nel partito d’azione. Bobbio come ci arrivò?
«Lui seguì una via diversa dalla mia. Una via che veniva dal Veneto, da Padova. Bobbio aveva partecipato all’attività padovana».
Né Bobbio né lei siete mai stati comunisti. Lei però fece l’esperienza del Psiup, molto vicino all’Urss. Bobbio, invece, fu sempre molto severo sull’esperienza dei paesi che vennero chiamati del socialismo reale.
«Tra Bobbio e me non fu questa la differenza. Anche io sono sempre stato molto severo con l’Urss. Lui era un socialista moderato. Apparentemente moderato, perché in realtà aveva principi molto fermi. Io invece ero più legato alle vicende politiche più contingenti. Se però dobbiamo pensare al contributo di Bobbio lo vedrei non tanto nel contenuto immediato delle sue posizioni politiche quanto nel valore dell’esempio, dell’esempio civile che lui ci ha dato. Lui ha concepito la politica anche come educazione attraverso l’esempio ed è secondo me un contributo molto importante di cui la Repubblica italiana gli è debitrice. Siamo debitori della capacità di vedere nella politica anche l’insegnamento di un costume e di un comportamento».
Per Bobbio, lei e i vostri amici di generazione, l’etica quanto ha pesato? Avevate letto molti libri, più delle generazioni successive, ma la morale quanto contava?
«Per alcuni i libri sono stati decisivi. Per altri, hanno inciso di più le esperienze. Io credo che ognuno di noi è stato fatto dall’esperienza. Tenga conto che eravamo diversi uno dall’altro anche quando poi insieme sentivamo il valore etico, che era vero».
Quando l’ha incontrato per l’ultima volta?
«Ci siamo incontrati spesso. Spesso Bobbio è venuto a pranzo a casa mia. E l’ho incontrato anche a casa del figlio Andrea. Bobbio era molto legato alla famiglia, è un aspetto molto positivo della sua vita. Ho sempre molto ammirato il modo affettuoso di Bobbio e la sua tenerezza verso i figli e la moglie, Valeria Cova, una donna singolarmente attiva e positiva, una persona deliziosa morta pochi anni fa. Io sono ancora oggi molto legato a due dei suoi figli: Luigi ed Andrea».
Cosa ci lascia Bobbio?
«Possiamo dire che lascia agli italiani, e non solo agli italiani, la lezione di come si deve vivere insieme. Intanto, bisogna imparare a vivere, e non è una cosa facile. E a vivere insieme, non è una cosa facilissima. Bisogna saperlo fare e imparare a farlo. Lui ci ha insegnato a fare queste cose qui».

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Un discorso inedito di Norberto Bobbio del 1955, pubblicato da la Repubblica, 11 gennaio 2004.
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Da la Repubblica del 10 gennaio 2004 la cronaca del funerale di Bobbio e il suo testamento.
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