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Sguardi e riflessioni lungo le strade del commercio informale
Data di pubblicazione: 12.10.2007

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Un interessante contributo (non incluso per motivi di spazio) dal recente catalogo di testi “La Civiltà dei Superluoghi”, 2007, pubblicato da Damiani Editore nel quadro delle torrenziali iniziative sul tema promosse dalla Provincia di Bologna

La riflessione sui super-luoghi, recente categoria non ancora sufficientemente indagata dell’analisi urbana e se vogliamo architettonica, mi porta a riflettere anche sul loro contrario, vale a dire i subluoghi.
La città è sempre stata costituita da super e sub-luoghi. A Roma splendevano i Fori e il Palatino, ma la Suburra ne era contraltare. La Stazione centrale di Milano si ergeva come meraviglioso super-luogo della modernità, ma il suo sottosuolo ribolliva (e ribolle ancora oggi) di fetori, sporcizia e umanità subalterna. A Chicago, mentre il movimento City beautiful tentava la strada di una monumentalità contemporanea, la città si arricchiva anche grazie all’orrore dei più grandi macelli di bovini e suini che la civiltà urbana abbia mai conosciuto. Super e Sub-luoghi possono essere dunque considerati come elementi immanenti la natura stessa della città. Alla prima condizione di superiorità non può che corrispondere l’altra condizione di inferiorità o di vera e propria indicibilità (chi oggi descrive le nuove baraccopoli o baraccamenti – dipende dalle dimensioni - di Milano, Bologna, Roma e Parigi?).
Se per super-luogo si intende qualcosa di legato allo svolgimento di una qualche funzione fondamentale per la vita urbana, qualcosa di ampiamente riconosciuto dalla comunità urbana stessa, allora per secoli i super-luoghi per eccellenza sono state certe strade e certe piazze. Alcune strade, quelle centrali, insieme alla piazza ed agli edifici del potere civile o religioso, nelle quali si svolgeva la vita sociale e politica di una comunità urbana e vi si concentravano le attività più remunerative: il commercio e i cambi. Così era e non è più, salvo poche eccezioni: via dei Condotti a Roma o via Montenapoleone a Milano, Wall Street a New York o Place Vendôme a Parigi. Si tratta di super-luoghi urbani tradizionali che devono la loro fama e la loro persistenza alla capacità di attrazione e concentrazione delle attività che vi si svolgono: marchi globali e brand del lusso, ovvero l’attività di intermediazione finanziaria. Luoghi controllati da pochi, a beneficio di molti, ma stabilmente collocati nell’immaginario collettivo di tutti, anche di coloro che non possono accedervi, se non in virtù del carattere pubblico degli spazi urbani in cui quelle attività si svolgono. Place Georges Pompidou a Parigi è un altro super-luogo ‘tradizionale’, nel senso di piazza pubblica. Una piazza che deve la propria vitalità ad un super-luogo e super-attrattore per eccellenza: il Centre Pompidou, altrimenti detto Beaubourg. Non esistono al mondo molte altre piazze che beneficiano della irripetibile capacità di attrazione a scala globale prodotta da un museo/galleria/biblioteca.

Infine ci sono piazze o luoghi pubblici antichi che conservano tenacemente la loro caratteristica di super-luogo a prescindere dalle trasformazioni culturali, sociali, economiche e geo-politiche: sono i super-luoghi dell’anima (ma anche del potere, considerato i conflitti e la violenza che possono e sanno innescare), come Piazza San Pietro, il Muro del Pianto, il Santo Sepolcro, il recinto della Mecca. Ma qui si entra in un’altra dimensione del luogo, della sua superiorità e anche della mia capacità/volontà di interpretare.
Ad esclusione di pochi super-luoghi mondiali ancora riconosciuti e riconducibili alla strada e alla piazza pubblica, i super-luoghi dell’epoca attuale (post-moderna, sur-moderna, ma anche per molti aspetti anti-moderna) sono altri (diffusamente descritti dai tanti contributi al presente volume), raramente sono centrali rispetto alla città e hanno tutti a che fare con il carattere egemone di questa stessa epoca: la massa e la mediocrità/medianità totalizzante della cultura, degli usi e degli abusi della società di massa, dai consumi agli spostamenti, dalla replicabilità alla volubilità, dalla genericità alla riconoscibilità.
Da alcuni anni frequento assiduamente alcune città dell’America Latina. Questa frequentazione mi ha portato a sviluppare riflessioni di varia natura e di incerta dimostrabilità. Nelle città o megalopoli dell’America Latina i super-luoghi sono esattamente analoghi a quelli delle nostre città o metropoli o aree metropolitane: centri commerciali e mall, ma anche hotel (vedasi lo Unique di São Paulo) o club (a Punta del Este, in Uruguay) che presentano una peculiarità: non sono di massa, ma di estremo lusso ed esclusività e in quanto tali sono riconosciuti come super-luoghi. Poi ci sono anche gli shopping mall per la massa della classe media, in tutto e per tutto simili ai nostri centri commerciali o ai parchi tematici, ai luoghi dello svago e dell’intrattenimento.
In definitiva, le modalità del consumo (di tempo, di denaro e di beni non durevoli) sono analoghe a qualsiasi latitudine, sia per le masse della classe media, sia per le élites, ma differiscono rispetto allo spazio urbano in cui la liturgia del consumo avviene: nei centri urbani o in piccoli luoghi fortemente tradizionali e protetti (il centro di Milano, di Londra, di Venezia, di New York, ma anche Davos, il Lago di Como, Portofino) per le élites europee e nordamericane; all’esterno delle città per le élites latinoamericane. All’esterno delle città per le masse medie europee e nordamericane; all’interno delle città per le masse medie latinoamericane.
Delle città e delle società latinoamericane un aspetto colpisce più di altri: la massa dei poveri e di quelli che tentano la sopravvivenza e la sussistenza quotidiana (in Africa e in Asia è ancora peggio). Questo aspetto non è immediatamente riconducibile alle città e alle società benestanti del settentrione del mondo, eppure induce a considerazioni di prospettiva del tutto epidermiche e non suffragabili dai numeri (la debole certezza della nostra cultura).

Nella città latinoamericana, nelle sue aree centrali e a macchie in determinate aree marginali, domina la povertà o la miseria tout-court. Milioni di miserabili vivono in totale esclusione (geografica, economica, sociale) dal resto della popolazione, salvo periodiche razzie nelle aree benestanti e del turismo internazionale (Copacabana a Rio de Janeiro o il centro storico di Cartagena in Colombia, ormai militarizzato); altri milioni di poveri riescono ad accedere a qualche servizio (per es., la metropolitana di Ciudad de Mexico o gli sgangherati autobus privatizzati da Pinochet e da Menem a Santiago e a Buenos Aires) e a determinate aree urbane, mescolandosi ad un ceto minuto, galleggiante sulla linea della povertà, insieme al quale danno vita (complementarmente o competitivamente) ad una congerie di attività di pura sussistenza.
Nei primi anni della mia esperienza in America Latina ero stordito dall’impatto con la miseria e con i miserabili. Con il tempo questo impatto è stato attenuato dall’abitudine e l’osservazione si è spostata sulle modalità di sopravvivenza di questa folta umanità. Una prima riflessione riguarda quindi la capacità dell’assuefazione nel mitigare il contraccolpo. Più a lungo si rimane esposti ad una condizione insopportabile, meno la condizione risulta tale. È una considerazione amara, che ho riportata a casa: chi più rimane colpito dai mendicanti piazzati ai semafori? Ormai non li si vede più, malgrado il loro numero sia in costante aumento. Periodicamente si accendono i riflettori della protesta, che rapidamente si spengono, lasciando al loro posto ragazzine, donne con figli, sciancati, mutilati veri o simulati, lavatori di vetri, venditori di fazzolettini, in una crescente varietà di soluzioni imprenditoriali: dalla richiesta pura e semplice di elemosina, alla vendita di oggetti o servizi apparentemente utili.

Una seconda riflessione deriva dall’osservazione delle modalità di sopravvivenza adottate da queste moltitudini urbane:
- cartoneros a Curitiba;
- venditori di merendine, caramelle, croccanti di arachidi, fazzolettini e schede telefoniche a Ciudad de Mexico;
- ragazzini che arrostiscono salsicce nei marciapiedi dei cerros di Valparaiso;
- donne che friggono frattaglie, cuociono tortillas o empanadas o spremono caldo de caña (succo di canna da zucchero);
- giocolieri e clown (quasi tutti Argentini) agli incroci di tutte le città latinoamericane;
- mimi ricoperti di ceroni teatrali;
- venditori di prodotti artigianali o del fai-da-te a Cordoba, a Puebla, a Valparaiso;
- venditori di libri usati a Cordoba e a Ciudad de Mexico;
- venditori di tutto il catalogo delle mercanzie cinesi, dei software e dei dvd pirata a Ciudad de Mexico;
- manovali e lavoratori di fatica, giornalmente reclutati da caporali, e così via.
È un commercio spontaneo, che avviene sempre per strada e sempre in aree anche non piccole dei centri storici o attorno a questi. È un’economia di sussistenza risultato di anni di ottuso neoliberismo, ma risponde anche agli effetti della globalizzazione, che hanno annullato, per esempio, la produzione tessile in Messico, in Cile e in altri paesi o la redditività delle produzioni agricole a causa delle agricolture sussidiate dell’Europa e degli Stati Uniti.

A questo commercio spontaneo e di sussistenza si affianca, nelle stesse aree urbane, ma all’interno di edifici, un commercio minuto di pari debolezza ed elementarità. Spesso gli articoli venduti sono gli stessi, ma con una struttura un poco più solida e (per l’alimentare) apparentemente meno sordida. Domina la produzione di cibo da strada, seguita dalla vendita di elettronica basica, ciabatte, scarpe, video, musica, film. Di tanto in tanto compaiono botteghe di riparatori di tutto quanto vi sia di meccanico, da un frullatore a un carburatore, ma non mancano internet-cafè e negozi per le transazioni dei poveri: telefonate, trasferimento di contanti, spedizione di pacchi.
Le risposte degli emarginati latinoamericani agli effetti della globalizzazione e alla assenza o all’insufficienza di politiche pubbliche sono tutte - comprese quelle legate alla micro-criminalità e alla rapina - all’insegna della sussistenza e dell’azione informale. Coinvolgono tuttavia migliaia e migliaia di persone, assumendo quindi rilevanza sociale ed economica. Il divieto di queste forme di imprenditoria creerebbe sconquassi anche violenti, come è evidente anche alla destra messicana, che vorrebbe eliminare il commercio abusivo (o informale, a seconda dei punti di vista ideologici) dalle strade attorno allo Zocálo, per rilanciare il centro storico a fini turistici ed immobiliari.
Proprio attorno allo Zocálo, nel mezzo di un immenso mercato informale a cielo aperto di prodotti cinesi, ho riflettuto sui curiosi paradossi della globalizzazione, i cui processi destrutturanti necessitano in realtà di forme ancora molto rigide (fino al disumano e all’insostenibile) di produzione, che poi si servono di forme del tutto disarticolate e non governabili di distribuzione. Infatti, quella merce prodotta in Cina in modo assai strutturato, quasi militarizzato e ancora fordista da una massa consistente di persone, in città a prevalente economia industriale, è poi trasportata nei porti, caricata in container su navi che giungono in Messico, scaricata e ricaricata su camion e così via fino alla totale informalità dei marciapiedi attorno allo Zocálo, permettendo la sopravvivenza di una massa consistente di persone, in una città a prevalente economia di servizi. La riflessione che questi fenomeni economici, sociali e urbani mi hanno suscitato può riguardare anche noi e le nostre società urbane, quindi le nostre città. Città la cui economia si terziarizza progressivamente, così come si destruttura rapidamente il mercato del lavoro e la suaregolamentazione, e nelle quali il lavoro dipende sempre di più dal commercio. Meno lavoro è e sarà disponibile e più commercio tenderà a riempire le pance e le strade. Dagli anni ’80 ad oggi gli ambulanti in Italia sono cresciuti progressivamente. Ogni città e paesello si inventa fiere ed eventi dominati da bancarelle di prodotti artigianali, bio, del fai-da-te.

È lavoro per gente che non ha lavoro o rifiuta le odierne modalità del lavoro. I marciapiedi sono ancora prerogativa del commercio extra-comunitario, ma già intere aree di città come Milano e Roma sono cinesizzate e i recenti fatti di Via Sarpi a Milano sono il segnale che il last lap è iniziato. Kebabberie e negozi per transazioni telefoniche e finanziarie pakistani si diffondono insieme ai negozi di cianfrusaglie cinesi nei centri storici e nelle aree della periferia consolidata, mescolandosi a pub, disco-bar, street-bar, jeanserie e negozi di basso livello per le masse dei ceti medio-bassi e dei giovani. E intanto proliferano i subluoghi per la compravendita di corpi a cottimo per l’industria edilizia e per quella del sesso.
Nel territorio metropolizzato la classe media si rifugerà sempre più nei super-luoghi della grande distribuzione e dell’intrattenimento organizzato di massa, mentre non è improbabile immaginare, per alcuni centri storici, un destino in cui le alte funzioni terziarie pubbliche e private e il commercio di lusso autosegregato in alcuni super-luoghi ancora molto centrali (per quanto?) condivideranno lo spazio, fino a contenderselo, con il sistema ancora formale (per quanto?) del commercio basso. Via Sarpi, si diceva. Ma a Firenze non è diverso, con l’aggravante della morte biologica della città storica, causata dall’eccesso di turistizzazione. Oppure a Rimini, dove il commercio informale ha già colonizzato da anni la spiaggia e quello multietnico, partito dalla stazione, sta avvicinandosi al centro storico, colonizzando le sue parti meno attrattive, mentre le griffes lo stanno progressivamente abbandonando per le gallerie progettate da Fuksas e da Portoghesi a Marina Centro. E che dire di Bologna, sul cui centro storico i bolognesi hanno lucrato per decenni, salvo ritrovarselo oggi totalmente restaurato e totalmente stravolto nell’uso, abitato da isole di élites politico-intellettuali-professionali circondate dal brulicare di una massa informe e informale? Una situazione difficilmente governabile, se non attraverso la repressione e la tolleranza zero, che però abbatterebbe sia le rendite immobiliari di tanti appartamenti sottostandard, negozi e fondi al piano terra, sia le certezze del buongoverno progressista.
La riflessione partita dall’America Latina può risultare oziosa e non provata scientificamente.
Tuttavia la possibilità che il super-luogo per eccellenza della città italiana possa in prospettiva trasformarsi in un sub-luogo di economia informale e spontanea è concreta, a maggior ragione se continueranno a diffondersi all’esterno della città i super-luoghi per il tempo libero della classe media. Una possibilità non è necessariamente un rischio, mentre il rischio vero è che l’informalità sia la risposta alla necessità di sopravvivere di molti.

Nota: Gianfranco Franz, pianificatore, è docente della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Ferrara; il presente testo è stato ripreso dal pdf scaricabile sul sito dell’iniziativa http://www.superluoghi.it/ (f.b.)











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